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ITINERARIO |
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Edu-Geo - ESCURSIONE EMILIA ROMAGNA - 1
MEDITERRANEO:
DA MARE PROFONDO A LAGO SALATO
Da 15 a 5 milioni di anni fa (Miocene)
Valle del Fiume Santerno
Toscana ed Emilia-Romagna,
Appennino settentrionale
Corrado Venturini e Gian Gaspare
Zuffa
(con la coll. di Stefano Mariani)
Università di Bologna - Dipartimento di Scienze della Terra e Geologico-Ambientali
2008
corrado.venturini@unibo.it
giangaspare.zuffa@unibo.it
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SINTESI
DEI CONTENUTI |
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La
prima parte dell’itinerario, e
più in particolare la lunga Sosta
2, consente di apprezzare la sovrapposizione
sul medesimo volume
di rocce di tre insiemi distinti
di dati geologici.
Sono innanzitutto i dati connessi
alla deposizione della successione
sedimentaria (“Si forma”), cui
sono seguiti, in ordine di affermazione,
quelli relativi alla sua deformazione
(“Si deforma”) e infine, da ultimo,
gli effetti prodotti dalle erosioni
fluviali che hanno inciso e scavato
quelle medesime rocce (“Si modella”).
Sono proprio queste ultime incisioni
fluviali a rendere possibile oggi
l’osservazione diretta dei caratteri
sedimentari e deformativi registrati
dalla successione rocciosa.
Fig.
1 - La Valle del Fiume Santerno
taglia trasversalmente gli Appennini
settentrionali incidendo, spesso
in modo spettacolare, gli strati
della potente F.ne Marnoso-arenacea
(4.000 m, Miocene medio-sup.)
e i soprastanti banchi della F.ne
Gessoso-solfifera (200 m, Miocene
sup., Messiniano).
PRIMA
PARTE
Le rocce esposte
nelle prime tre soste dell’escursione
(Formazione Marnoso-arenacea)
sono costituite da areniti passanti
a peliti-marnose in strati piano-paralleli
intercalate a strati di marne
più chiari. Sono la testimonianza
dell’alternarsi di due differenti
processi deposizionali attivi
circa una decina di milioni d’anni
fa.
Le areniti sono il risultato di
‘correnti torbide’, dense masse
di sabbia e fango che da aree
costiere deltizie periodicamente
franavano verso i fondali sottomarini
acquistando velocità.
Le marne (emipelagiti) rappresentano
invece il prodotto della decantazione
lentissima di argille e di microscopici
gusci di organismi planctonici
che vivevano nelle prime decine
di metri della massa d’acqua marina.
accumulandosi quindi lentamente
sui fondali nei lunghi intervalli
di tempo tra una corrente torbida
e l’altra.
In questo momento geologico, circa
una decina di milioni d’anni fa,
quest’area era ancora un fondale
sottomarino profondo molte centinaia
di metri. Non era ancora giunto
il momento in cui si sarebbe trasformato
nella catena montuosa appenninica!
Ciò sarebbe accaduto alcuni milioni
di anni più tardi, quando quegli
stessi fondali avrebbero finito
per subire l’effetto delle spinte
geologiche capaci di farli emergere
coinvolgendo tutta la successione
di strati che nel frattempo vi
si era accumulata (quasi 4.000
m solo la F.ne Marnoso-arenacea!).
Successione che ora è possibile
osservare lungo i versanti incisi
dal Fiume Santerno e lungo il
suo alveo (Fig. 2).
Fig. 2
- Caratteristico aspetto della
monotona ma affascinante successione
di strati piano-paralleli della
F.ne Marnoso-arenacea, ben esposta
nella prima parte dell’escursione,
nel tratto da San Pellegrino (FI)
a Fontanelice (BO).
Nel corso delle tre soste di questa
prima parte dell’escursione, di
pari passo con l’osservazione
dei dati sedimentari (“Si forma”)
è possibile anche osservare alcuni
importanti effetti di deformazione
(“Si deforma”) che hanno piegato,
inclinato e fagliato strati che
in origine erano orizzontali.
Sono tutte ‘ferite’ orogenetiche
che, nel corso degli ultimi 4-5
milioni di anni, hanno modificato
l’assetto della successione rocciosa,
pur senza mai alterarne i caratteri
interni o i contenuti.
Osservando e confrontando tra
loro gli assetti della stratificazione
nelle tre soste iniziali si ricava
il tipo di deformazione di questa
porzione di Appennino settentrionale.
E’ un motivo dato da un’ampia
piega anticlinale il cui fronte,
deformato da pieghe minori a zig-zag,
si appoggia ad una faglia che
continua in profondità sotto l’alveo
del Fiume Santerno (Fig. 3).
Fig. 3
- Gli assetti della stratificazione
(giaciture) misurati nelle prime
soste di questo itinerario suggeriscono
la presenza di una grande piega
anticlinale con il finaco settentrionale
inclinato verso Imola (da Mutti
et al., 2000).
SECONDA
PARTE
Le
soste di questa parte dell’itinerario
prendono in esame la Formazione
Gessoso-solfifera (Fig. 4). Circa
6 milioni di anni fa sulle precedenti
areniti e marne (F.ne Marnoso-arenacea)
un primo bancone di gesso si depositò
con un limite netto.
Fig. 4
- Panoramica sui contrafforti
gessosi (F.ne Gessoso-solfifera)
del Monte Penzola, sopra Fontanelice.
Si noti la caratteristica suddivisione
in banchi, spessi fino a una ventina
di metri l’uno. Procedendo verso
Imola, all’altezza di Borgo Tossignano,
i banchi gessosi intersecano trasversalmente
la Valle del Santerno.
Fu anticipato da un sottile spessore
di argilla scura e da uno straterello
calcareo ricco di alghe. Con i
potenti gessi soprastanti questi
particolari livelli testimoniano
un cambiamento improvviso delle
condizioni ambientali: il Mare
Mediterraneo si stava trasformando
in un lago salato!
La causa fu l’interruzione della
connessione con l’Atlantico in
corrispondenza della fascia corrispondente
circa all’attuale Stretto di Gibilterra.
Il movente dell’isolamento va
probabilmente cercato in una concomitanza
di eventi eccezionali: il calo
del livello marino globale e movimenti
tettonici nel settore tra Spagna
e Marocco.
Il Mare Mediterraneo di allora
si trasformò istantaneamente in
un mare interno, una sorta di
grande Mar Caspio. Le modeste
quantità d’acqua apportate dagli
unici importanti fiumi tardo-miocenici
del bacino mediterraneo - Nilo,
Ebro e Rodano - non riuscirono
ad integrare l’acqua persa a causa
dell’intensa evaporazione. In
poche decine di migliaia d’anni
il livello del ‘Lago Mediterraneo’
si abbassò drasticamente. La concentrazione
salina diventò così alta da far
precipitare i sali disciolti e
una ghirlanda di laghi salati
si sostituì al ‘Lago Mediterraneo’
(Fig. 5).
Fig. 5
- Il disegno rappresenta la condizione
del Mare Mediterraneo conseguente
all’interruzione degli afflussi
oceanici atlantici. Al progressivo
calo del livello marino, dovuto
ad esasperata evaporazione, ha
fatto seguito la formazione di
una ghirlanda di laghi giustificata
dalle irregolari morfologie dei
fondali.
In effetti, la storia evolutiva
tardo-miocenica del Mare Mediterraneo
è stata leggermente più complessa.
Non si trattò di un unico ‘disseccamento’.
Periodicamente il grande mare
salato mediterraneo continuava
a ricevere saltuari afflussi oceanici.
Inizialmente erano ancora i bassi
fondali della fascia dello Stretto
di Gibilterra (a quei tempi larga
oltre 100 km) a fare da ingresso
alle acque.
Fig.
6 – L’afflusso di acqua oceanica
che nel tardo-Miocene terminale
rifornì il ‘Lago-Mare’ mediterraneo
era principalmente guidato dalla
fascia morfologicamente depressa
del corridoio mesopotamico (Siria
e Iraq).
Poi, dato che
quella stessa fascia, tra Spagna
e Marocco, si andava progressivamente
corrugando e sollevando a causa
della compressione tra le placche
africana ed europea, anche il
periodico transito delle acque
atlantiche fu interrotto del tutto.
Nel volgere di circa trecentomila
di anni - tanto durò la fase ‘marina
supersalata’ del Mare Mediterraneo
- furono almeno sedici gli afflussi
di acque oceaniche atlantiche.
Ad ogni afflusso faceva seguito,
puntuale, una intensa evaporazione
con la conseguente deposizione
dei sali e la formazione di un
banco gessoso.
Poi accadde qualcosa di nuovo
nella circolazione del Mediterraneo
ormai agonizzante. Un afflusso
cospicuo di nuove acque oceaniche
fu richiamato dalla parte opposta:
da una vasta depressione che a
quei tempi si era andata formando
nella fascia della Mesopotamia
(Siria e Iraq). Il bacino mediterraneo
si era direttamente connesso con
il Golfo Persico e l’Oceano Indiano
(Fig. 6) e in più anche il Mar
Caspio di allora gli venne in
aiuto aprendo un collegamento
con conseguente travaso di acque
a bassa salinità. Per il Mediterraneo
fu la salvezza, nell’attesa di
una riapertura (per sprofondamento
tettonico) della fascia di Gibilterra.
Per altri trecentomila anni circa
sopravvisse in attesa di tempi
migliori trasformandosi in una
sorta di ‘Lago-Mare’ (Fig. 6).
Ma torniamo al Mediterraneo, trasformato
per il momento in un mare sottile
supersalato, e alle sue condizioni
evaporitiche. Ogni banco di gesso
della F.ne Gessoso-solfifera (Fig.
7) è separato dal precedente da
un sottile spessore di argille
ricche in resti di pesci fossili
e di vegetali (Soste 4 e 5). Testimoniano
una, seppur breve e momentanea,
deposizione in fase di salinità
tornata normale.
Fig. 7
- Schematica rappresentazione
(tratta da Vai & Ricci Lucchi,
1982) di un tipico banco di gesso
della F.ne Gessoso-solfifera romagnola.
Gli esperti vi riconoscono livelli
gessosi differenti, caratterizzati
da insiemi di cristalli strutturati
in aggregati e dimensioni variabili,
indice di condizioni non costanti
dell’ambiente evaporitico. E’
significativa la presenza, in
posizione basale, di un sottile
orizzonte argilloso (e in parte
calcareo) a tratti fossilifero.
Il suo spessore, solitamente intorno
a qualche decimetro, può in certe
zone ridursi ad un velo centimetrico.
Ogni banco gessoso evaporitico
è preceduto da un interstrato
argilloso più o meno sottile;
è per questa ragione che diventa
evidente la suddivisione in banchi
percepibile anche da lontano.
Il deposito argilloso testimonia
il momentaneo ripristino delle
condizioni marine per l’occasionale
collegamento con i bacini oceanici
(cfr. Fig. 6). Ogni livello argilloso
attesta dunque l’afflusso di grandi
quantità d’acqua oceanica, mentre
ogni soprastante banco gessoso
ne testimonia la successiva evaporazione,
seguita poi dalla ripetizione
del medesimo fenomeno (ingressione-evaporazione).
L’escursione non documenta direttamente
quello che accadde al termine
della fase ‘non marina’. Lo fa
però in modo indiretto, attraverso
uno sguardo panoramico dato dall’altura
su cui sorge Tossignano. Da lì
è evidente e spettacolare la netta
sovrapposizione, sopra il sedicesimo
bancone gessoso, di un potente
spessore di argille azzurrine
(Fig. 8). Sono la testimonianza
che il Mare Mediterraneo si è
infine riappropriato (5,3 milioni
di anni fa) dei propri territori.
Fig. 8
- La foto panoramica documenta
la sovrapposizione, sopra ai depositi
della F.ne Gessoso-solfifera,
delle potenti argille marine profonde.
Iniziò 5,3 milioni di anni fa
con il definitivo ripristino del
collegamento Mare Mediterraneo
- Oceano Atlantico attraverso
lo sprofondamento tettonico dello
Stretto di Gibilterra.
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PERCORSO |
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E’ prevista una giornata di impegno (8 h, inclusa la sosta pranzo).
Itinerario: Valle del Fiume Santerno (San Pellegrino - Camaggiore -
Coniale - Castel del Rio - Tossignano - Borgo Tossignano); Regione
Toscana ed Emilia-Romagna; Province di Firenze e Bologna. |
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Soste e spostamenti |
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PRIMA PARTE
Fig. 9 - Prima
parte dell’itinerario con le Soste
1--3.
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Sosta 1 - San Pellegrino (FI) |
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(durata: 30’, senza spostamenti).
Indicazioni per la sosta. Posteggiare
il mezzo nella piazzola di fronte
all’albergo ristorante “da Iolanda”
(tel. 055-819020, chiusura il
mercoledì, sempre aperto nel periodo
estivo).
Spunti didattici
L’ampio
spiazzo di fronte al posto di
ristoro ben si presta a radunare
il gruppo e illustrare lo spirito
dell’escursione. E’ importante
sottolineare l’approccio sperimentale
che caratterizzerà la giornata,
specialmente nelle Soste 2 e 3.
Durante l’osservazione e raccolta
dei dati, gli studenti dovranno
sentirsi protagonisti. Sarà chiesto
loro di registrare ogni cosa sul
quaderno d’appunti personale tenendo
presente che, tornati in aula,
con gli appunti presi e con le
fotografie effettuate realizzeranno
dei ‘poster concettuali’ che sinteticamente
esprimono quanto hanno osservato.
Durante l’escursione studenti
e docenti, partendo dai dati raccolti,
cercheranno insieme le possibili
interpretazioni. I docenti avranno
cura di sottolineare, per ogni
gruppo di dati raccolti, il loro
ruolo nel quadro della ricostruzione
degli eventi che andrà progressivamente
delineandosi.
Prima della partenza verrà consegnata,
una per studente, la carta topografica
dell’escursione, priva di indicazioni
relative all’itinerario da percorrere,
ad eccezione della Sosta 1 (San
Pellegrino). Ogni studente dovrà
tenere sempre aggiornato il percorso
effettuato, segnando in colore
i tratti già percorsi e marcando
i punti di sosta. Sul proprio
quaderno degli appunti ogni dato
segnato dovrà riportare il toponimo
della località di raccolta e il
numero identificativo della corrispondente
sosta.
Agli studenti verrà chiesto di
cominciare un esercizio che li
accompagnerà dalla prima alla
penultima sosta. Si tratta di
raccogliere, in ciascuna sosta,
i dati di base che riguardano
l’assetto geometrico degli strati
(giacitura) al fine di realizzare
una ‘sezione geologica’ sintetica.
Inizieranno disegnando il profilo
morfologico (schematico) ottenuto
sezionando idealmente il territorio
lungo l’itinerario, circa orientato
SW-NE. Non è importante rispettare
l’altezza reale dei rilievi; basta
che il profilo disegnato mantenga
quote leggermente più alte a SW
(San Pellegrino) e che degradi
dolcemente verso NE (Tossignano),
sarà più che sufficiente (Fig.
10). E’ invece importante che
la scala delle distanze, lungo
le ascisse, sia approssimativamente
rispettata.
Fig. 10
- Esempio di profilo morfologico
schematico sotto al quale gli
studenti collocheranno, alle corrispondenti
distanze, i dati di assetto (giaciture)
della successione stratificata,
via via misurati nelle singole
soste o areee dell’itinerario.
Dopo
avere disegnato il profilo morfologico
e collocati i toponimi corrispondenti
alle soste previste, gli studenti
dovranno osservare la giacitura
degli strati, percepibile anche
da lontano, riportandola schematicamente
sotto il profilo.
In questo caso basterà guardare
le pareti rocciose di un settore
e capire se gli strati immergono
verso Firenzuola (SW) o verso
Imola (NE). In alternativa potrebbero
anche essere sub-orizzontali,
oppure fittamente piegati, come
nella Sosta 3. Ogni dato sarà
rappresentato, ad esempio, con
tre segmenti paralleli che ne
visualizzano al tempo stesso i
gradi di inclinazione e il verso
di immersione degli strati, verso
la sinistra del profilo (SW),
oppure verso destra (NE), (Fig.
11).
Fig. 11
- Simboli di giacitura da usare
nella sezione geologica per rappresentare
in modo schematico l’andamento
della stratificazione nel punto
di osservazione del dato.
Sotto
la guida dell’insegnante i dati
raccolti e registrati sotto al
profilo morfologico, saranno via
via collegati tra loro riproducendo
l’assetto geologico della catena
nel tratto interessato dall’escursione.
Attraverso questo esercizio ogni
studente si cimenta nella realizzazione
di una sezione geologica, seppure
molto semplificata. Usando infine
i colori potranno essere distinte
nella sezione geologica così ottenuta
le 3 formazioni esposte in quest’area:
F.ne Marnoso-arenacea (Miocene),
F.ne Gessoso-solfifera (tardo
Miocene), Argille azzurre (Pliocene).
Volendo uniformarsi alla cartografia
geologica ufficiale si possono
utilizzare nell’ordine i colori
arancione, violetto e grigio.
Fig. 12
- Scorcio della media vallata
del Fiume Santerno, procedendo
dalla Sosta 1 (San Pellegrino,
FI) verso la Sosta 2 (Camaggiore,
FI). Nel corso dello spostamento
gli studenti dovranno apprezzare
la costante, regolare immersione
degli strati verso Firenzuola
(SW). Il dato di giacitura verrà
inserito sotto al profilo morfologico
e sarà poi confrontato e collegato
con quello della Sosta 2 (cfr.
Figg. 11 e 13).
Con questa prima sosta e durante
il trasferimento alla successiva
- 4 km complessivi - si raggiungono
i seguenti obiettivi didattici:
1) riconoscere l’alternanza di
strati piano paralleli che caratterizza
la F.ne Marnoso-arenacea (Miocene),
deposta tra 16 e 6 milioni di
anni fa (“Si forma”);
2) valutare l’inclinazione della
stratificazione e la sua immersione
verso SW (Firenzuola) per l’esercizio
“Sezione geologica” (“Si deforma”);
3) osservare le ripide pareti
rocciose dell’alta Valle del Santerno,
formatesi nell’ultimo milione
d’anni per erosione fluviale (“Si
modella”).
Fig. 13
- Tragitto di trasferimento in
pullman dalla Sosta 1 (San Pellegrino,
FI) alla Sosta 2 (Camaggiore,
FI). |
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Spostamento San Pellegrino (FI) – Camaggiore (FI) |
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Alta Valle del Fiume Santerno
(durata: 10’, in pullman) |
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Sosta 2 - Fiume Santerno, Camaggiore (FI)
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(durata:
2 h 30’, spostamenti minimi a piedi; dislivello: 5 m). Indicazioni per
la sosta. Il pullman, non potendo transitare sul ponte, sosta al bivio
per Camaggiore facendo scendere i partecipanti. Ad ogni modo, appena
oltre il ponte, sulla sinistra, è disponibile un ampio parcheggio. Il
pullman prosegue poi fino a Coniale in attesa di essere richiamato. Una
volta tornato e caricato il gruppo lo spiazzo utile per girare il mezzo
è a un km, verso San Pellegrino. Appena oltrepassato il ponte sul
Santerno un sentiero si stacca sulla sinistra. In breve conduce
all’alveo dove, lungo un fronte di 200 m, gli strati della F.ne
Marnoso-arenacea sono sempre facilmente percorribili e osservabili con
chiarezza.
La Formazione Marnoso-arenacea
Spunti didattici
La
lunga durata della sosta è giustificata dall’elevata quantità di
osservazioni che si possono effettuare grazie alle ottime esposizioni
della F.ne Marnoso-arenacea. Si sosta inizialmente sul ponte per una
visione complessiva dell’area di indagine (Fig. 14) e per un confronto
con la carta topografica. Vi fermerete inizialmente sul ponte,
suggerendo agli studenti di orientare le carte e di individuare: a) il
punto nel quale vi trovate; b) le due ampie anse fluviali, a monte e a
valle del ponte; c) la parete quasi verticale che sovrasta il lato
idrografico destro del fiume; d) la posizione delle rocce esposte lungo
il greto fluviale (sponda sinistra) che, appena a monte del ponte,
saranno l’oggetto della Sosta 2. Una volta scesi sul greto del Fiume
Santerno si consiglia di suddividere gli studenti in gruppi di lavoro
formati da 8-10 unità.
Fig.
14 - Sosta 2. Vista complessiva sulle rocce stratificate esposte lungo
il greto del Fiume Santerno, oggetto principale di osservazione e di
raccolta dati. Questa sosta si configura come la più lunga di questo
itinerario.
E’ utile
concentrarsi inizialmente sui caratteri macroscopici, privilegiando la
visione da lontano e sollecitando negli studenti l’individuazione dei
primi dati. Sicuramente, tra le evidenze macroscopiche immediate,
verranno segnalati strati più e meno sporgenti. Ci sarà chi noterà lo
spessore variabile dei singoli strati. Altri individueranno le
differenze di colore esistenti tra gli strati sporgenti e quelli
rientranti. Qualcuno potrebbe aggiungere che tutti gli strati sono
accomunati dal medesimo assetto, inclinato verso la sinistra
idrografica di questo tratto del fiume.
A questo punto diventa utile confrontare i caratteri percepiti da
lontano con i dati osservabili ad una visione ravvicinata.
L’insegnate suggerisce ai singoli gruppi di studenti di scegliersi uno
degli strati sporgenti più spessi individuandone, per il momento, il
limite inferiore (la cosiddetta base dello strato). Tutti saranno in
grado di notare, intuitivamente, che la base è netta e sempre ben
tracciabile. E’ altrettanto necessario però che si rendano conto di
quali criteri hanno ‘intuitivamente’ utilizzato per localizzarla
sull’affioramento: 1) variazione netta di colore; 2) cambio netto del
tipo di roccia (la litologia); 3) differenza sensibile di erosione tra
due tipi di roccia. Serve raccogliere ulteriori dati: questa volta
concentrando l’attenzione sui due tipi di roccia in contatto reciproco
(punto 2) e registrando sul quaderno, in modo ordinato, i rispettivi
caratteri, meglio se osservati con l’uso di una lente.
La strana coppia
I dati più evidenti riguardano lo strato più sporgente, caratterizzato
dal colore giallastro delle superfici esposte (alterazione
superficiale). Lo strato è formato da granuli sabbiosi ben cementati
tra loro. Osservando meglio, i granuli più grossi si concentrano alla
base e diventano via via più fini verso l’alto (gradazione diretta),
(Fig. 15).
Fig.
15 - La gradazione diretta di questo strato torbiditico (granuli più
grossolani alla base e via via più fini verso l’alto) è sottolineata
dall’erosione, più marcata verso la parte alta dello strato dove i
granuli diventano progressivamente più fini.
E’ importante accertare se questo è un carattere comune a tutti questi
strati. E’ opportuno suggerire un controllo sull’eventuale presenza del
dato in altri strati sporgenti privilegiando i più spessi dove il
carattere è più evidente. La risposta è positiva.
Suggerite ora agli studenti di individuare il limite superiore dello
strato arenitico. Molti riterranno che ogni strato granulare termini lì
dove comincia la base del successivo. Errore.
Ogni gruppo di studenti prenda in esame lo strato scelto come
riferimento e ne segua le caratteristiche (granulometria e colore)
spostando lentamente l’osservazione dalla base verso l’alto. Prima di
incontrare il limite netto con il successivo strato arenitico appare
qualcosa di significativo: un cambio di colore da più scuro a più
chiaro (Figg. 16a-b).
E’ proprio questo cambio di colore che marca il limite tra due strati
sedimentari molto diversi tra loro e che, come discusso oltre, sono
stati generati da processi completamente differenti. Il fatto che
entrambi, nella zona di contatto, siano a grana molto fine complica
l’individuazione del limite. Ora che il dato è stato riconosciuto
diventa più facile accertarne la presenza anche in altri punti della
sosta.
Si potrà dunque asserire che la F.ne Marnoso-arenacea, è formata da un
‘modulo’ ripetitivo costituito da una coppia di strati, uno sabbioso
passante verso l’alto a pelitico-marnoso (con granulometria decrescente
e colore giallastro-grigio), ben cementato, di grana fine uniforme e di
colore grigio chiaro (Figg. 16a-b).
Le osservazioni, per ora, sono finite. Il prossimo passo sarà quello di
chiarire come si formavano i due tipi di deposito che, associati e
ripetuti migliaia di volte, hanno formato una successione di strati
spessa fino a 4.000 m (!) accumulatasi in un mare mediamente profondo,
posto in origine dove ora sorgono gli Appennini. Per deporsi tale
successione impiegò circa 10 milioni di anni, da 16 a 6 milioni di anni
fa (Miocene).
Figg.
16a-b - Il cambio di tonalità di grigio identifica due strati a
composizione (e genesi) molto differenti. In comune hanno solo la
dimensione, tendenzialmente fine, delle particelle che li formano. Nel
caso raffigurato la presenza di umidità residua in uno dei due tipi di
sedimento (strati torbiditici gradati) enfatizza le differenze
facilitando il riconoscimento. Nella porzione di successione
fotografata (F.ne Marnoso-arenacea) anche gli strati torbiditici sono
tutti molto sottili (pochi cm) e formati da granuli fini e finissimi.
Spunti didattici
Per
comprendere le modalità di formazione dello strato gradato è utile fare
un’esperienza pratica che utilizza i materiali reperibili sul posto.
Tra i detriti del greto fluviale non sarà difficile trovare una lastra
rocciosa sottile e piatta, lunga circa mezzo metro. La userete in una
delle tante zone del fiume dove, presso la riva, le acque rallentano
fin quasi a ristagnare. Immergetela quasi interamente sott’acqua avendo
cura di bloccarne l’inclinazione sui 40° verso l’acqua più profonda.
Poi, sempre nel greto, troverete della sabbia sciolta. La raccoglierete
a mani unite appoggiando il carico di granuli e polvere alla lastra,
facendo sì che la gravità trascini la massa sott’acqua (Fig. 17)
formando una nuvola torbida di sedimento in movimento turbolento verso
il fondale. Raggiunto il fondo la massa rallenta fino a fermarsi,
depositando i granuli più grossi e, sopra a questi, i più fini.
Fig.
17 - Simulazione di una corrente torbida ottenuta facendo scivolare
sott’acqua una massa di granuli e fango. La lastra di roccia,
opportunamente inclinata, consente il formarsi del flusso gravitativo.
Ecco il senso dell’esperimento. Avete simulato il meccanismo di
deposizione di uno dei tanti strati gradati oggetto delle precedenti
osservazioni. Non a caso questo processo deposizionale prende il nome
di ‘corrente torbida’, mentre il prodotto della deposizione, lo strato,
è di conseguenza chiamato ‘strato torbiditico’ (Fig. 15).
Riassumendo, tutti gli strati gradati della F.ne Marnoso-arenacea, da
quelli sottilissimi (meno di 1 cm) ai potentissimi (il più spesso
raggiunge i 16 m!), si sono originati per franamento sottomarino di
volumi molto variabili di sabbie e fango. Scivolavano in massa dalle
numerose zone deltizie che bordavano i limiti del mare tosco-emiliano
di età miocenica (Fig. 18).
Fig.
18 - Il disegno rappresenta, con vista in pianta, la ‘derivazione
alpina’ che è caratteristica di gran parte degli strati torbiditici
della F.ne Marnoso-arenacea. I granuli che li costituiscono sono il
prodotto finale di un’intensa erosione che durante il Miocene
smantellava i rilievi alpini, già ben formati e in attivo sollevamento.
Scivolare
in massa significa che per qualche ragione, periodicamente, ma senza
scadenze precise, grandi quantità di sedimento, accumulato lungo un
margine costiero, finivano per trovarsi in disequilibrio riversandosi
nelle profondità sottomarine. Spesso l’instabilità era innescata da una
prolungata scossa sismica, fenomeno ricorrente nell’evoluzione
miocenica di questo settore, oppure da un sovraccumulo di sedimento.
Resta
da chiarire il significato dell’altro sedimento stratificato, quello
marnoso grigio chiaro, di grana uniforme, che abitualmente si appoggia
allo strato gradato. I geologi lo chiamano ‘emipelagite’ (Figg. 16a-b).
Quando si cerca il significato di uno strato vuol dire che si cerca di
comprenderne l’origine. Per capire il processo di formazione degli
strati emipelagici occorre ripensare all’esperimento simulato con la
lastra, il sedimento e lo specchio d’acqua tranquillo. Nella
realtà del mare miocenico, un bacino sottomarino stretto e allungato,
esteso per circa trecento km e largo una quarantina, i tempi di
trasferimento del sedimento di una corrente torbida erano brevi.
Corrispondevano ad alcune ore per la massa granulare più grossolana ed
alcune settimane al massimo per il suo corredo di particelle fini.
Qualche settimana e tutto si concludeva: un altro strato torbiditico si
era aggiunto alla successione.
Tornate per un istante nel remoto passato e immaginate in diretta il
processo di movimento di una corrente torbida appena innescata.
Trascorrono alcune settimane e le profondità sottomarine tornano
limpide. Date ora uno sguardo alle fasce deltizie: le zone serbatoio
dove si accumulano i granuli in attesa di muoversi sotto forma di
correnti torbide. Dovranno passare moltissime centinaia di anni, spesso
migliaia, prima che gli infiniti granuli portati dai fiumi e accumulati
nelle fasce costiere superino di nuovo la massa critica. La
sollecitazione di un sisma li farà diventare instabili innescando un
nuovo franamento in massa verso le profondità sottomarine.
Tornate ora al presente. Riguardate gli strati esposti lungo il greto
del Fiume Santerno e, semplificando questa volta i calcoli, cercate di
guardarli ‘vedendo’ il tempo che essi rappresentano. Strato torbiditico
(1 mese), emipelagite (1.000 anni), successiva torbidite (1 mese),
successiva emipelagite (1.000 anni), e così di seguito (Fig. 19).
Fig.
19 - Comparazione tra emipelagiti (depositi di marna) e strati gradati
torbiditici (depositi di arenite-pelite marnosa), valutati sia in base
allo spessore sia in base al tempo impiegato nell’accumulo.
Ecco la soluzione! Le emipelagiti, fatte di particelle argillose e
calcaree costituite da gusci microscopici di organismi unicellulari
(prevalente plancton) – chechièfortunatolivedeconlalente! - sono il
normale deposito dell’antico mare miocenico (Fig. 16). Deposito che si
interrompeva ogni tanto e per un istante(!) per l’arrivo di una
corrente torbida.
Le emipelagiti sono dunque formate solo da particelle fini che,
direttamente dal volume delle acque marine, decantavano lentamente in
quantità infinitesime, costanti nel tempo, verso il buio dei fondali
sottomarini, dando luogo a uno strato omogeneo non gradato, più chiaro
dello strato torbiditico perché più ricco in gusci di organismi (che
danno le caratteristiche tonalità più chiare) e più povero in argille
(tonalità scure).
Tempo e strati
I
tempi di deposizione di due strati così diversi sottolineano un
concetto che può apparire astruso, il ‘tasso di sedimentazione’.
Corrisponde al rapporto tra lo spessore dello strato e il tempo
impiegato per deporlo (Fig. 19). Si può calcolare il tds medio
delle torbiditi: è elevatissimo! Al contrario, quello delle emipelagiti
è quasi ridicolo. Si può anche stimare il tds dell’intera F.ne
Marnoso-arenacea e sarà un valore intermedio, ottenuto dividendo lo
spessore complessivo della Formazione (4.000 m) per il tempo
complessivo di accumulo (10 milioni di anni). Risultato: 40 cm ogni
1.000 anni.
Dal “Si forma” al “Si deforma”
Spunti didattici
Gli
strati che si deposero una decina di milioni d’anni fa nel mare
miocenico non sono proprio uguali a quelli che avete di fronte. Cos’è
cambiato da allora? Questa potrebbe essere la domanda da porre agli
studenti, raccogliendo e guidando le risposte. Per individuare i
cambiamenti subìti basta immaginare le caratteristiche di quei
sedimenti appena deposti. Le confronterete poi con quelle attuali.
Ad esempio, se vi foste trovati a calpestare la superficie di un
deposito torbiditico sul fondo del mare miocenico, o quella di un
sottile accumulo fangoso emipelagico, cosa avreste notato? Una cosa che
ora non può più accadere: sareste affondati per parecchi centimetri.
Questo perché i sedimenti erano ancora incoerenti, non cementati, in
altre parole soffici.
Cos’è avvenuto dunque, e quando, per modificare i sedimenti a tal punto
da trasformarli in roccia compatta? Serve ricordare che la successione
completa della sola F.ne Marnoso-arenacea raggiunge 4.000 m di
spessore.
Provate
ad immaginare un deposito incoerente al quale si sovrappone, col
passare del tempo, ad esempio una decina di metri di nuovi sedimenti.
La pressione da carico comincia ad essere quasi 20 tonnellate per metro
quadrato di superficie. E se i metri diventano 100? Sarebbero sempre
nulla rispetto ai 4.000 m della F.ne Marnoso-arenacea, e comunque 100 m
sono già un accumulo spesso quanto la Torre degli Asinelli, tutt’altro
che trascurabile. E a quanto ammonterebbe la relativa pressione da
carico? Più di 200 ton/m2, incredibile! Sottoposti a pressione da
carico i sedimenti si compattano, e tra questi più di tutti quelli
formati dalle particelle più fini. Ne deriva una riduzione dello spazio
tra un granulo (o particella) e l’altro. Ne consegue una diminuzione
sia della porosità interna (volume degli spazi vuoti rispetto al volume
del sedimento) sia dello spessore dei singoli strati. In quelli più
fini si riduce anche del 40%.
Il sedimento, pur restando ancora incoerente (non cementato), ha dunque
subìto un primo processo chiamato compattazione, paragonabile a quanto
accade comprimendo tra le mani della sabbia umida. In seguito le acque
che con estrema lentezza circolano nei pori residui del sedimento
abbandoneranno al loro interno parte del proprio contenuto salino.
Spesso si tratta di carbonato di calcio (CaCO3), come negli strati
torbiditici della F.ne Marnoso-arenacea, altre volte di silice (SiO2).
A questo punto, avendo preso confidenza con la F.ne Marnoso-arenacea, e
1) dopo aver capito che i granuli degli strati torbiditici sono il
prodotto dell’erosione di antiche rocce affioranti in aree emerse,
2) dopo essersi resi conto che i fanghi emipelagici prendevano origine
direttamente dalla massa d’acqua del mare miocenico, per poi decantare
(scendere verticalmente) con lentezza sui fondali,
3) dopo aver compreso i processi di sedimentazione che caratterizzavano
i due tipi di deposito, nonché l’ambiente sottomarino profondo che li
accoglieva,
4) dopo aver calcolato (non senza stupore!) e confrontato la differenza
tra il ‘tasso di sedimentazione’ degli strati torbiditici e quello
delle emipelagiti,
5) dopo aver notato che il modulo base della F.ne Marnoso-arenacea è
una coppia di strati molto differenti, sovrapposta e ripetuta per
migliaia di volte sulla verticale,
…ebbene, dopo tutto questo, il lavoro di ricerca non è ancora concluso.
Servono altri dati se volete completare il quadro geologico e renderlo
appassionante.
Occorre ancora osservare con attenzione gli strati torbiditici cercando nuovi indizi per rispondere alle seguenti domande.
1) Da dove proveniva la gran parte dei flussi granulari che si
riversava nel mare miocenico sotto forma di correnti torbide?
2) Qual era la forma del bacino marino che li accoglieva?
3) Cosa c’era a monte dei delta, in quelle zone dove antiche rocce
emerse subivano un’intensa e continua erosione? Erosione che fu così
intensa e prolungata da creare, in 10 milioni di anni, un rifornimento
infinito di granuli stimato nell’incredibile volume di circa 30.000
km3. Tutti riversati, torbida dopo torbida, nelle oscure profondità
dell’antico mare miocenico.
Questi
i quesiti geologici ai quali dare soluzione. E queste le direzioni
nelle quali cercare: la composizione dei granuli e la base degli strati
torbiditici.
La composizione dei granuli
Osservate,
con l’aiuto di una lente, i granuli più grossolani alla base di uno
strato torbiditico (Fig. 20). Noterete che hanno colori differenti e
quindi composizione variabile. Studiare la composizione dei granuli
consente di riconoscere le antiche ‘rocce madri’ dalle quali, per
erosione e smantellamento, quegli stessi granuli derivano. Le ‘rocce
madri’ formavano i rilievi montuosi che bordavano il mare miocenico.
Fig.
20 - Superficie di strato torbiditico che evidenzia la differente
composizione dei granuli, sottolineata dalle loro differenti tonalità e
colorazioni.
Individuare la composizione dei
granuli è compito per specialisti
chiamati ‘petrografi del sedimentario’.
Buoni risultati si ottengono sezionando
un campione di roccia, attaccandone
una sottile fetta ad un vetrino
e levigandola poi meccanicamente
fino a ridurne lo spessore a 30
micron (sezione sottile, Fig.
21). Questo al fine di poterla
così osservare al microscopio
facendola attraversare da una
fonte luminosa particolare L’osservazione
dei granuli avviene infatti ponendo
la sezione sottile (Fig. 22),
sotto un microscopio ottico a
luce polarizzata.
Fig.
21 - Sezione sottile di roccia ottenuta tagliando e levigando una
piccola porzione di strato torbiditico della F.ne Marnoso-arenacea. Il
frammento di roccia, opportunamente sagomato in laboratorio tramite una
sega circolare diamantata, è stato incollato ad un vetrino per poi
abbassarne meccanicamente lo spessore fino a soli 30 micron. Questo per
consentirne la visione al microscopio ottico con luce trasmessa. Si
noti come nella sezione sottile lo spessore della roccia sia diventato
tanto sottile da rendere perfettamente trasparenti sia i singoli
minerali di cui sono costituiti i granuli, sia il cemento che li salda.
Se volete dunque conoscere cosa
c’era oltre i bordi del profondo
mare miocenico che accoglieva
i sedimenti oggi noti come F.ne
Marnoso-arenacea, lo potrete sapere
solo tramite la composizione dei
granuli che dall’esterno raggiungevano
le sue piatte profondità.
Questa volta i granuli vi racconteranno
di antiche rocce plutoniche e
metamorfiche e di antiche rocce
sedimentarie dolomitiche, che
una decina di milioni d’anni fa
già formavano i rilievi alpini.
Una catena che, pur differente
da quella di oggi, si stava già
da tempo sollevando e per questa
ragione subiva una poderosa e
continua erosione. Un’erosione
fluviale così intensa che tra
16 e 6 milioni di anni fa fu in
grado di trasformare in granuli
una massa di 30.000 km3 di antiche
rocce. A tanto infatti ammonterebbe
il volume dei soli strati torbiditici
della F.ne Marnoso-arenacea.
Non tutti gli strati torbiditici
provenivano però dalle Alpi. Una
ridotta percentuale aveva le proprie
‘rocce madri’ ubicate, al contrario,
nelle aree appenniniche settentrionali
che a quei tempi si stavano appena
formando ed emergendo dal mare
(Fig. 22). Lo si comprende proprio
studiando la composizione dei
granuli, molto differente rispetto
a quella dei derivati alpini
Fig. 22
- La figura rappresenta le provenienze
dei granuli che hanno formato
la successione torbiditica della
F.ne Marnoso-arenacea. Una limitata
quantità di strati è formata da
granuli le cui ‘rocce madri’ erano
appenniniche. La percentuale ridotta
di questo tipo di apporti è motivata
dal fatto che la catena appenninica
nel Miocene formava solo modesti
rilievi ed isole che cominciavano
solo allora ad emergere. Tutt’altra
cosa rispetto alle dimensioni
e imponenza dei contrafforti alpini
e alla loro velocità di sollevamento.
La base degli strati torbiditici
Avrete
notato che continuando ad aggiungere osservazioni (i dati) il quadro
evolutivo si è andato progressivamente arricchendo e precisando. Ci
sarebbe un ulteriore tassello da collocare al posto giusto: la forma
del mare miocenico. Essa, come vedrete, potrebbe darvi delle
indicazioni molto importanti. La forma di un bacino marino,
ossia l’andamento dei suoi limiti, è spesso figlia diretta delle
ragioni geodinamiche (i movimenti geologici) che l’hanno prodotta.
Scoprirla significa comprendere molte interessanti implicazioni. Ma è
possibile farlo senza muoversi dalla Sosta 2? La risposta (sapendo già
la soluzione!) è… Sì.
Cercate allora lungo il greto
del fiume gli strati torbiditici
nei quali la superficie basale
è ben esposta (spesso occorre
inginocchiarsi per individuarla).
A metterla in luce ha contribuito
l’erosione fluviale (“Si modella”)
che ha asportato parte delle marne
(emipelagite) che le stavano a
diretto contatto. Tra queste superfici
basali la maggioranza vi appare
liscia, priva di asperità. Altre
invece presentano un’infinità
di ‘bitorzoli’ che sporgono di
alcuni centimetri (Fig. 23).
Fig. 23
- Controimpronta dovuta a vortice
da flusso, nota secondo la terminologia
inglese come flute cast.
Questo
dei ‘bitorzoli’ presenti alla base di alcuni strati torbiditici è un
dato nuovo e per alcuni versi strano, perché imprevisto. Ci si domanda
innanzitutto “Come possono essersi formati?” e anche se “Potranno
contribuire ad aumentare le conoscenze sull’area investigata e sulla
sua evoluzione?” Sappiamo (a posteriori…) che tali ‘presenze
inquietanti’ risulteranno molto utili all’indagine. Occorre che
gli studenti osservino con cura il nuovo dato. Anche qui - prima di
proporre qualsiasi interpretazione - è importante registrarne le
caratteristiche. Spesso si tratta di semplici dati geometrici che
chiunque è capace di riconoscere. Una serie di domande mirate ci potrà
aiutare nella ricerca.
1) I ‘bitorzoli’ si rinvengono singolarmente o in aggregati numerosi?
2) La densità di distribuzione è omogenea o no?
3) Da che materiale sono costituiti?
4) Hanno una forma allungata in una direzione preferenziale?
5) La direzione di allungamento è per tutti la medesima?
6) Sono simmetrici o possiedono, per così dire, una testa e una coda?
Sulla
base delle risposte fornite cercherete di capirne l’origine. Cominciate
mostrando ai vostri studenti la mano col palmo - orizzontale - rivolto
verso l’alto. Simboleggia un livello di marna (emipelagite) esposto sul
fondale sottomarino. Il vostro braccio teso aumenta la propria
inclinazione verso la spalla. Sarà proprio dalla spalla (un’area
deltizia!, sopraelevata rispetto alla mano) che idealmente scenderanno
le correnti torbide incanalandosi verso la mano tesa. Quando il carico
di granuli giunge sopra le marne (…della vostra mano) il flusso basale
della corrente torbida, per ragioni varie, può perturbarsi. In
altre parole, significa che la base della corrente in rapido movimento
è interessata da miriadi di micro-vortici. Il loro asse di avvitamento
è rivolto nel senso di trasporto della corrente. Di norma non si
produce un vortice unico ma una grande quantità di vortici affiancati.
Il loro effetto tangibile è la capacità di incidere per qualche
centimetro le soffici marne del fondale.
Di fronte agli studenti continuerete l’esempio empirico. La corrente
torbida sta scivolando dalla vostra spalla lungo il braccio. Al
passaggio ideale sulla mano la incurverete a conca. Avrete simulato
l’effetto erosivo prodotto da uno dei tanti vortici della corrente
sulle marne già deposte.
Riprendete ora a formulare domande.
7) I ‘bitorzoli’ erano piccole dune di granuli, oppure…?
8) Qual è la ‘testa’ e quale la ‘coda’ di ogni struttura, e perché?
Se il primo gruppo di quesiti richiedeva una semplice descrizione
geometrica dei caratteri, le ultime due domande cercano invece di
investigare la natura del processo di formazione. A queste domande, più
difficili delle precedenti, potrete rispondere voi stessi aiutandovi
ancora una volta con l’esempio della mano.
Quando sagomate lentamente la mano a conca fate in modo che la zona
vicina al polso diventi la più ripida. Non dimenticate di far notare la
cosa agli studenti. Questo perché ogni vortice ha una forza erosiva più
intensa a monte, dove inizia l’avvitamento del flusso con la
conseguente incisione, mentre a valle - nel senso della corrente -
l’invorticamento si sfrangia, perde forza e alla fine smorza i propri
effetti erosivi.
Fig. 24
- Il disegno, tratto da …………..
(…….), rappresenta l’invorticarsi
delle linee di flusso alla base
di una corrente torbida. La conseguenza
è la propensione all’erosione
del deposito soffice sul quale
la corrente torbida scorre e sopra
al quale di lì a poco depositerà
il suo carico di granuli.
Occorre
far capire - per il momento guardando ancora la mano ma in attesa di
spostare l’osservazione sui dati reali - che, mentre si genera la
piccola conca erosiva, i granuli della corrente di quella stessa
torbida sono già pronti a colmarla. Come l’impasto di un dolce che
scivola nello stampo!
Spostando ora l’osservazione sul
dato reale, i ‘bitorzoli’ che
si osservano alla base dello strato
torbiditico appariranno non come
impronte ma come perfette… controimpronte,
ossia i riempimenti delle conche
(Fig. 23). Inoltre, osservandoli
con cura, si riesce a scoprire
qual è il lato più ripido dei
bitorzoli, quello cioè dove è
iniziato il vortice.
Fig. 25
- Il disegno (in sezione longitudinale
parallela al flusso della corrente
torbida) raffigura l’erosione
prodotta dal vortice che si può
formare alla base della corrente
torbida. Da notare come la conca
appare più ripida nella zona a
monte.
A
cosa serve tutto questo? Apparentemente sembra solo un esercizio per
sviluppare la capacità di osservazione, invece nasconde dei risultati
interessanti. Il fine ultimo delle osservazioni sui ‘bitorzoli’
- scientificamente chiamati ‘controimpronte da vortice’ o, in inglese,
‘flute cast’ - è quello di ottenere i dati di ‘paleocorrente’, ossia
riconoscere da che parte arrivavano e in quale verso procedevano le
correnti torbide alle quali erano inscindibilmente associati. Cosa non
da poco se pensiamo che sono dati decodificati a una decina di milioni
d’anni di distanza dal momento in cui si sono formati! E’ come se la
natura avesse voluto trasmetterci dei messaggi in codice per
ricostruire il filmato del passato geologico del nostro territorio. E
le paleocorrenti delle torbiditi sono solo uno degli infiniti indizi
che hanno attraversato il tempo intatti fino a noi.
Nel caso specifico, le direzioni
delle paleocorrenti qui misurabili
sono comparabili a quelle che
si possono misurare nella complessiva
F.ne Marnoso-arenacea. Individuarle
significa comprendere molte cose.
Innanzitutto che il mare miocenico
nel quale si inabissavano le correnti
torbide era stretto ed allungato
nella direzione dei flussi granulari.
Una sorta di rettangolo con il
lato stretto molto più allungato
dell’altro. Solo così le correnti
torbide, da qualsiasi parte entrassero,
potevano subito… curvare, assumendo
tutte la stessa direzione (Fig.
26).
Fig. 26
- Questa rappresentazione tridimensionale,
tratta da Ricci Lucchi (1978)
e ridisegnata, mostra le provenienze
appenniniche (dal lato lungo del
bacino marino) e accenna a quelle
alpine, provenienti da aree emerse
occidentali, non inserite nella
ricostruzione.
Si
può anche aggiungere che il mare miocenico verso SE - nell’attuale area
marchigiana - era delimitato da un rialzo sottomarino, tanto da
sembrare una sorta di vasca da bagno, per intenderci. Se la forma del
mare miocenico, al contrario, fosse stata un ampio quadrato o un
gigantesco poligono, le paleocorrenti non avrebbero tutte la stessa
direzione. Per misurare una paleocorrente tramite una
‘controimpronta da vortice’ occorre definire l’angolo che la sua
traccia allungata fa con il Nord e, cosa importante, determinarne il
verso. L’uso di una bussola aiuta, ma in mancanza può bastare anche
solo la carta topografica della zona, opportunamente orientata. Le
paleocorrenti qui misurabili hanno una direzione di flusso circa
WNW-ESE e un verso di scorrimento diretto a ESE, verso le Marche per
intenderci.
Inclinazioni degli strati e fratture
Concluse
le osservazioni relative ai dati celati nella successione sedimentaria
(“Si forma”) potete ora chiedere agli studenti di cimentarsi
nell’individuazione dei dati tettonici (“Si deforma”). Quei caratteri
che nelle rocce di questa sosta sono stati prodotti dall’applicazione
di una spinta crostale, la stessa che ha dato origine agli Appennini
settentrionali.
In questa sosta le deformazioni
riconoscibili alla scala dell’affioramento
sono essenzialmente di due tipi:
l’assetto inclinato della complessiva
successione (la cui ragione si
chiarirà nella Sosta 3) e le numerose
fratture, evidenti lungo gli strati
esposti lungo il greto fluviale
(Fig. 27).
Fig. 27
- Concentrando l’osservazione
sugli strati torbiditici più spessi
tra quelli esposti lungo il greto
del Fiume Santerno, non possono
sfuggire le numerose fratture
verticali. Spesso gli stessi limiti
degli strati coincidono con queste
fratture (dette anche diaclasi)
che hanno favorito parziali distacchi
di blocchi e frammenti dando luogo
alla caratteristica geometria
a ‘denti di sega’.
Disponendo
di una bussola, per ogni frattura è facile misurare la relativa
direzione azimutale (angolo misurato in senso orario rispetto al N),
essendo in questo caso tutti i piani praticamente verticali.
Confrontando i dati di direzione raccolti vi accorgerete che le
fratture sono raggruppabili in due famiglie di piani disposti con
angoli medi rispettivamente di 0° e di 60° rispetto al Nord.
Una volta raccolti i dati di direzione
l’esercizio, volendo, può continuare
interpretandone il significato.
Si disegnino in pianta i due sistemi,
rappresentati dalle due direzioni
medie, sempre riferite al Nord
(Fig. 28).
Fig. 28 - I due sistemi
di fratture verticali possono
essere rappresentati geometricamente
in pianta utilizzando la loro
orientazione azimutale (rispetto
al N).
Il disegno consentirà con facilità
di tracciare la bisettrice dell’angolo
minore che esse formano intersecandosi.
Ebbene, quella bisettrice coincide
con la direzione della spinta
(la coppia di forze) applicata
a quest’area in un momento della
sua storia deformativa. La bisettrice
e la forza applicata risultano
orientate a 30° rispetto al Nord
(Fig. 29).
Fig. 29
- Dall’effetto alla causa. Quando
in un affioramento roccioso sono
presenti due serie di fratture,
che intersecandosi formando coppie
di angoli alterni, acuti e ottusi,
è probabile che si siano generate
contemporaneamente sotto l’azione
di una spinta crostale allineata
lungo una certa direzione. Questa
si può ricavare sapendo che coincideva
con la bisettrice della coppia
di angoli acuti (opposti al vertice)
formata dalle due serie di fratture.
Dal “Si deforma” al “Si modella”
Terminata
la sosta lungo il fiume è utile riguadagnare il ponte e da lì
abbracciare con un unico colpo d’occhio le rocce oggetto delle
dettagliate indagini (Fig. 14). Degli strati si ricorderà l’assetto:
inclinati circa 20° e immersi verso la riva sinistra, ossia verso
Firenzuola (SW).
Si chiede ora di verificare se
anche la complessiva successione,
affiorante in ripide pareti sia
a monte che a valle del ponte,
ha il medesimo assetto (inclinazione
e verso di immersione) del pacco
di strati esposto lungo il greto.
Dopo aver valutato visivamente
che l’assetto (la giacitura della
successione stratificata) si mantiene
costante, gli studenti sono in
grado di segnare, sotto il profilo
morfologico disegnato nella prima
sosta, il simbolo relativo all’inclinazione
e immersione degli strati della
Sosta 2 (Fig. 30). In mancanza
di una bussola, per individuare
se gli strati immergono verso
Firenzuola (SW) o verso Imola
(NE), è sufficiente riconoscere
il verso di immersione sul terreno,
tramite la carta topografica opportunamente
orientata.
Fig. 30 - Il
profilo morfologico (cfr. Fig.
10) si va arricchendo con i dati
di giacitura raccolti nelle Soste
1 e 2. In entrambi i casi l’assetto
della stratificazione è caratterizzato
da immersione verso Firenzuola
e inclinazione di circa 20°. |
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Spostamento Camaggiore (FI) – Coniale (FI) |
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(durata: 15’, in pullman) |
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Sosta 3 - Ponte sul Santerno, Coniale (FI)
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(durata:
1 h, spostamenti a piedi lungo sentiero con tratto finale ripido;
dislivello: 30 m). Indicazioni per la sosta. Il mezzo può parcheggiare
nell’ampio spiazzo appena a valle del ponte sul Santerno, lungo il
senso di marcia).
La grande piega asimmetrica
Fig. 31
- Tragitto di trasferimento in
pullman dalla Sosta 2 (Camaggiore,
FI) alla Sosta 3 (Coniale, FI)
e spostamento a piedi alla Sosta
3b (alveo del Fiume Santerno).
Dal vasto spiazzo di sosta, guardando
nella direzione del ponte, si
vede una grande fascia di strati
verticali deformati a zig-zag
(Fig. 32). E’ coinvolto un pacco
di strati della F.ne Marnoso-arenacea
spesso alcune centinaia di metri
(“Si deforma”).
Fig. 32 - Dalla
piazzola di sosta si nota una
fitta serie di piegamenti a zig-zag
che si estende all’intero versante
sinistro del Fiume Santerno.
E’
una buona occasione per aggiungere un nuovo dato alla sezione
geologica, con un simbolo che dovrà poi essere collegato a quello
precedente. Per farlo occorrerà:
1) segnarlo nella posizione giusta lungo l’asse delle ascisse (distanze);
2) rappresentarlo (in questo caso l’assetto è piegato) con dei trattini
che riproducono in piccolo la geometria degli strati;
3) individuare la base degli strati piegati a zig-zag: o verso
Firenzuola (SW, sinistra nel profilo) o verso Imola (NE, destra nel
profilo).
Quest’ultimo è un punto fondamentale. Diventa perciò necessario
raggiungere la roccia esposta e osservarla da vicino.
Spunti didattici
Accertatevi
che tutti gli studenti abbiano
individuato lo sviluppo del piegamento
a zig-zag (si estende lungo l’intero
versante!) e che abbiano capito
che interessa una stratificazione
che è verticale. E’ utile che
gli studenti cerchino di disegnare
gli strati sotto forma di simbolo
stilizzato nella sezione geologica.
Li aiuterete a individuare un
simbolo adatto che sia fedele
alla geometria reale (Fig. 33).
Semplificando, si può far notare
che le pieghe a zig-zag sono un
effetto minore che si sovrappone
a una spessa serie di strati verticali.
Quello è il dato di importanza
primaria: gli strati sono diventati
verticali! Il disegno, in alternativa,
può essere ancora più stilizzato,
eliminando le pieghe. Diventa
semplicemente una serie di linee
verticali affiancate.
Fig. 33 - Il
simbolo usato per rappresentare
questo assetto verticale e al
tempo stesso pieghettato deve
richiamare il suo andamento a
zig-zag che, cosa importante,
è disegnato verticale. Come sempre
il simbolo va posizionato sotto
al profilo morfologico, lungo
la scala delle distanze in corrispondenza
della località di sosta.
Prima
di scendere lungo il fiume a cercare
la base degli strati piegati,
fate fare agli studenti un esercizio
propedeutico. Su un foglio bianco
cercherete insieme a loro i possibili
collegamenti tra questi strati
e la giacitura osservata alla
Sosta 2. Nel farlo ricordatevi
che raramente gli strati osservati
in due settori adiacenti sono
gli stessi. Quindi nelle correlazioni
non bisogna quasi mai ‘unirli’,
cioè collegarli direttamente,
ma cercare un motivo geometrico
che ‘li contiene’. La Fig. 34
chiarisce il concetto.
Fig. 34 - La
figura propone il collegamento
tra i dati di giacitura misurati
nelle Soste 1 e 2 ed espressi
sotto forma di simbolo. In tal
modo si comincia a ricostruire
la ‘sezione geologica’ schematica
del territorio attraversato dall’escursione.
Conoscendo per
il momento solo la base-strati
della successione esposta nella
Sosta 2 e non di quella visibile
in questa sosta, si possono ipotizzare
due possibili collegamenti tra
le giaciture delle due zone. Sono
entrambi geometricamente coerenti
ma praticamente opposti (Fig.
34). Una sola sarà quella valida
e solo quella potrà essere riportata
nel profilo.
Collegare strati verticali (anche
piegati), senza conoscere preventivamente
la posizione della loro base,
con strati ‘diritti’, ossia non
rovesciati (con la base verso
il basso), può riservare delle
sorprese. Ogni volta sono possibili
due soluzioni che danno forma
a ricostruzioni completamente
differenti (Fig. 34). Il collegamento
tra i simboli disegnati potrebbe
essere quello proposto in (a)
oppure quello in (b), ma una sola
sarà la soluzione giusta.
Osservando con cura le due possibilità, si nota che in (a) la base
degli strati verticali deve cadere a destra, mentre in (b) a sinistra.
Sarà il dato osservato sul terreno (base degli strati a destra o a
sinistra) a dirci quale ipotesi di correlazione è l’unica possibile
(Sosta 3).
Spunti didattici
Per
capire la differenza tra le due soluzioni (una con la base-strati a
monte, l’altra con la base-strati a valle) provate a paragonare la
successione rocciosa ad un tappeto nel quale inciampate. Con la prima
soluzione il tappeto si piega verso Firenzuola, nella seconda verso
Imola, con significati molto differenti. Ecco perché negli strati
verticali (i quali proprio perché verticali fanno sempre parte di una
piega) occorre individuare con cura l’orientamento della loro base.
I gruppi di studenti, in autonomia, cercheranno di riconoscere qual è
il carattere che consente di stabilire l’orientamento della
base-strati, riportando le loro considerazioni sul quaderno degli
appunti.
Raggiunto
il greto del Santerno diventa facile individuare la base-strati,
ricordando quanto appreso durante la Sosta 2. Basterà riconoscerla in
uno solo tra i tanti strati che formano la piega, e varrà per tutta la
successione. Molti degli strati torbiditici che in questa sosta
affiorano lungo il greto del Santerno presentano, alla base,
controimpronte di flute cast. Saranno gli stessi studenti ad
individuarle (anche in un solo strato) per definire la posizione della
base di tutta la successione (è verso sinistra, guardando il fiume
dalla riva).
Riflettendo dunque sulla posizione
della base degli strati torbiditici
è possibile ricostruire una grande
piega asimmetrica con un fianco
verticale deformato a zig-zag
(Fig. 34, parte inferiore). Se
l’erosione non avesse eliminato
centinaia di strati, sareste ancora
in grado di vedere la grande piega
nel suo completo sviluppo: alta
quanto le più alte montagne circostanti.
Dal greto del Fiume Santerno, guardando verso valle, appena oltre gli
strati verticali, si nota un grande contrafforte roccioso formato
interamente da strati orizzontali.
Fig. 35 - A
valle degli strati verticali piegati
a zig-zag, guardando verso Imola,
la giacitura della successione
diventa improvvisamente sub-orizzontale
e si mantiene tale per un lungo
tratto.
Quella che in origine era una
successione di strati tutta orizzontale,
deposta circa 10 milioni di anni
fa sul fondo marino, qualche milione
di anni più tardi fu compressa
e sollevata. In seguito, sotto
l’azione delle spinte appenniniche,
la parte verso Firenzuola ha cominciato
a inarcarsi e piegarsi, come un
tappeto nel quale si inciampa,
visto al rallentatore. Con la
differenza che gli strati piegati
visibili tra San Pellegrino e
Coniale (Sosta 3) si sono scollati
lungo un piano di rottura inclinato
(faglia). Il movimento lungo il
piano di faglia (verso nord-est)
ne ha favorito il lento e progressivo
sollevamento rispetto alla porzione
che stava davanti, rimasta pressoché
orizzontale (Fig. 36).
Ecco l’elemento che cercavamo: una faglia la cui superficie ancor oggi
separa due enormi volumi rocciosi. Uno, piegato e sollevato, spostato
verso Imola, l’altro, ancora sub-orizzontale, che gli ha fatto da
‘spalla’ e sulla quale il primo si è appoggiato ed è letteralmente
salito.
Fig. 36 - La
sezione geologica mette in evidenza
la deformazione più caratteristica
di tutto l’itinerario: la piega
di Coniale, formatasi a causa
di un trascinamento della successione
rocciosa lungo un piano di faglia. |
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Spostamento Coniale (FI) - Castel del Rio (BO) |
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(durata: 20’, in pullman)
Fig. 37
- Tragitto verso Castel del Rio
per la Sosta pranzo, cui segue
il trasferimento, sempre in pullman,
verso le Soste 4a, 4b (Tossignano)
e 4c (Rio Sgarba).
Nel tratto tra Coniale e Castel del Rio la stratificazione continua a
mantenersi pressoché orizzontale, con locali deboli ondulazioni. In
questo tratto centrale le correlazioni tra gli strati non presentano
difficoltà. |
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Sosta pranzo |
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(durata:
1h, sulle rive del Santerno nei
pressi del Ponte degli Alidosi
(Fig. 38); nello spazio attrezzato
con numerosi tavoli e panche c’è
un chiosco di ristoro con annesso
bagno pubblico; aperto nel periodo
primaverile-estivo)
Fig. 38 - Ponte degli Alidosi. |
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SECONDA
PARTE |
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La seconda parte dell’escursione
prevede le Soste 4a-b e 5. Sono
strutturate in modo da consentire
un approccio telescopico sul medesimo
soggetto: i gessi deposti durante
la fine del Miocene.Ii gessi sono
rispettivamente osservati da grande
distanza (dal belvedere del museo,
Sosta 4a, da media distanza (dalla
Rocca di Tossignano, Sosta 4b),
e infine da vicino, con un contatto
diretto (Rio Sgarba, Sosta 5). |
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Spostamento Castel del Rio (BO) - Tossignano (BO) |
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(durata: 20’, in pullman) |
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Sosta 4 - Tossignano (BO) |
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(durata: 3h, spostamenti a piedi e in pullman)
Sosta 4a - Belvedere del Museo “I Gessi e il Fiume”
(durata: 30’)
Sosta 4b - Rocca di Tossignano, vista sulla Riva di San Biagio
(durata: 30’)
La
Formazione Gessoso-solfifera
Fig. 39-
Le Soste 4a-b (Tossignano) e 5 (Rio
Sgarba) con il tragitto in pullman
che le collega (linea gialla continua).
Sosta 4a - Belvedere del Museo “I Gessi e il Fiume”
(durata:
30’; indicazioni per la sosta.
Il pullman sosta nella piazza
principale mentre il gruppo segue
l’indicazione per il Centro Visite,
collocato all’estremità della
piazza. Raggiungerà subito il
belvedere interno alla struttura))
La sosta inizia con la panoramica dal belvedere del Museo, affacciato
sulla sottostante Valle del Santerno. Da questo punto particolare che
domina la Valle del Santerno, sono possibili due serie di osservazioni.
“Si forma”
Le prime osservazioni riguardano
i caratteri acquisiti dalla successione
di strati durante la deposizione.
Se, osservando la sinistra idrografica
del Santerno guardate verso il
paese di Fontanelice, noterete
che in posizione di crinale si
staglia una serie di banchi grigi
(alti fino a 10-20 m l’uno!) con
pareti scoscese pressoché prive
di vegetazione. Complessivamente
hanno uno spessore che può raggiungere
i 100 m (Fig. 40). Il contrafforte
che questa unità geologica ha
prodotto, grazie all’erosione,
lungo il fronte esterno dell’Appennino
romagnolo è chiamato Vena del
Gesso. In affioramento i gessi
si distribuiscono dalla Valle
del Santerno fino a quella del
….…… (………), lungo un fronte di
oltre …. km. Alla base dei potenti
banchi grigi iniziano ampie zone
prative e arbustive che proseguono
fino nel fondovalle. Si intuisce
che la vegetazione cresce su un
tipo di deposito molto differente
da quello che forma i banchi grigi.
Scendendo con lo sguardo verso il Santerno e il paese di Fontanelice
non è difficile riconoscere, sparsi tra il verde, alcuni affioramenti
rocciosi stratificati che ricordano la F.ne Marnoso-arenacea. Qui gli
strati arenitici, sempre più rari e sottili, negli ultimi 200 m
lasciano il posto ad abbondanti depositi argillosi grigio-scuri che,
semplificando, potremmo considerare come la porzione fine, sommitale,
della F.ne Marnoso-arenacea.
Fig. 40 – Panoramica dal belvedere
del Museo, guardando verso Fontanelice.
Si notano, lungo il crinale, gli
affioramenti della F.ne Gessoso
solfifera, formati da banchi di
gesso spessi fino a 20 m. Più
in generale, si può notare anche
come la giacitura di tutta la
successione sia ormai passata
da orizzontale a costantemente
inclinata verso Imola.
La ragione del passaggio
netto da questi depositi fini - deposti in un mare mediamente profondo
(parecchie centinaia di metri almeno) e ancora originati da detriti
provenienti da aree emerse sottoposte ad erosione - alle soprastanti
rocce compatte, organizzate in banchi spessi e stratificati, è stata
per quasi un secolo uno dei grandi problemi aperti della geologia
mediterranea. Questo perché le rocce grigie in spessi banchi che quasi
6 milioni di anni fa si sovrapposero e ricoprirono in modo improvviso i
depositi di mare profondo sono formate da miliardi di cristalli di
gesso. Questo tipo di gesso per sua natura si sviluppa in specchi
d’acqua sottili profondi al massimo poche decine di metri e soggetti a
forti evaporazioni e soprattutto profondi al massimo poche decine di
metri. Come poteva lo scenario ambientale essere cambiato in
modo così drastico e stupefacente da consentire la trasformazione di un
fondale marino profondo in una sorta di lago dalle acque basse soggetto
ad intensa evaporazione?
La ragione va cercata nell’interruzione degli scambi d’acqua salata,
attivi soprattutto tra Mediterraneo e Oceano Atlantico. Questo a causa
del movimento della placca africana verso quella europea. Si ritiene
che il movente della ‘chiusura’ della fascia dello Stretto di
Gibilterra, in origine larga più di un centinaio di km, sia stata una
combinazione di due condizioni critiche. Da un lato i sommovimenti
geologici (causati dalla placca africana in moto verso NE e N),
dall’altro le oscillazioni (poche decine di metri al massimo) del
livello marino globale, riflesso di cicli di espansione e contrazione
delle calotte glaciali già presenti alle latitudini circumpolari.
Con l’immagine del Mar Mediterraneo trasformato in un lago dalle acque
sempre più sottili e sovrassalate ora siete scivolati indietro nel
tempo, durante i 600.000 anni di una crisi che sembrava irreversibile.
Nelle prossime soste potrete toccare con mano le pagine salate di
quest’avvincente capitolo di storia mediterranea tramandatoci
dall’archivio geologico della Valle del Santerno. Un capitolo iniziato
5,9 e conclusosi 5,3 milioni di anni fa, altrettanto improvvisamente
come era iniziato. In corrispondenza del ritorno in massa delle acque
atlantiche nel Mediterraneo i geologi hanno recentemente collocato il
passaggio tra i periodi Miocene e Pliocene.
“Si deforma”
L’altro insieme di osservazioni
riguarda l’assetto acquisito dalla
successione rocciosa come diretta
conseguenza delle compressioni
geologiche. Si potrà notare che
in questa fascia di territorio
gli strati immergono costantemente
verso Imola. La loro inclinazione
media è circa 20° verso NE. I
relativi simboli grafici dovranno
essere disegnati sotto al profilo
morfologico. Il collegamento con
il precedente simbolo disegnato
sotto al profilo (strati orizzontali)
è semplice, quasi immediato. Siete
giunti alla fine dell’esercizio.
Collegando tra loro i vari dati
di assetto avete disegnato la
deformazione che caratterizza
l’Appennino emiliano in questa
zona. Il risultato è una sezione
geologica schematica (Figg. 41a-b).
Una
sorta di tappeto sollevato, inclinato verso Firenzuola nel tratto
iniziale (interno della catena) e verso la pianura padana in quello
finale (esterno della catena), ma al tempo stesso anche rotto e
lacerato nel suo segmento interno, dove gli effetti delle compressioni
appenniniche sono stati più intensi.
Fig. 41a - Nella
fascia di Tossignano l’immersione
degli strati è ormai costantemente
verso Imola. E’ importante segnare
il relativo simbolo e correlarlo
poi con i dati precedenti.
Fig. 41b
- La sezione geologica è ormai
completa. Con pochi segni raffiguranti
le giaciture degli strati incontrati
lungo il percorso e l’indicazione
delle formazioni geologiche alle
quali appartengono è stato possibile
realizzare una sorta di TAC speditiva
del territorio attraversato dall’escursione.
Una radiografia che racconta le
deformazioni subite dalla successione
rocciosa durante gli ultimi milioni
di anni.
Spunti didattici
Può essere utile simulare (magari con un libro) l’orientazione rispetto
al nord della successione gessosa che è stata riconosciuta sopra
Fontanelice in posizione di crinale. Sapendo che i banchi gessosi (e
anche i sottostanti strati della F.ne Marnoso-arenacea) immergono verso
Imola inclinati circa 20o, fate notare che il Fiume Santerno scava la
propria valle lungo il verso di immersione. Ecco la ragione per cui la
successione, essendo inclinata circa verso nord-est, ‘scende’ verso il
fondovalle lungo il versante vallivo sinistro, e ‘risale’ su quello
opposto, portandosi alle quote di Tossignano, sede delle Soste 4a e 4b.
Sosta
4b - Rocca di Tossignano,
vista sulla Riva di San Biagio
(durata: 30’. Lasciato il
Museo si attraversa la piazza
principale del paese salendo a
piedi alla volta della Rocca di
Tossignano. Verso la sommità della
rupe, sulla sinistra, si allarga
un prato con una ricostruzione
dedicata alla Madonna di Lourdes.
Lì si sosterà osservando dal belvedere
la sottostante vallecola del Rio
Sgarba, incisa nei gessi messiniani
esposti splendidamente nella spettacolare
Riva di San Biagio, oggetto delle
prossime osservazioni.
Il belvedere della Rocca di
Tossignano offre un’impagabile
vista sui banconi gessosi della
F.ne Gessoso-solfifera di età
messiniana sommitale (Miocene
sup.), scolpiti lungo il contrafforte
scosceso della Riva di San Biagio
(Fig. 42). Se l’aria è limpida
si ha l’impressione di osservare
la successione da una mongolfiera
sospesa a poche centinaia di metri
dalla parete rocciosa. E’ un’occasione
unica per sviluppare la capacità
di osservazione alla ricerca dei
dati registrati in questa caratteristica
successione.
Fig. 42 - Vista dal belvedere
della Rocca di Tossignano. Spettacolare
vista sulla successione della
F.ne Gessoso solfifera e i suoi
caratteristici banchi gessosi.
La Vena del Gesso e la “crisi di salinità” del Messiniano
La Riva di San Biagio si presta ad una serie di osservazioni
geologiche. Anche in questo caso riguardano il “Si forma” e il “Si
deforma”. Entrambi gli insiemi di caratteri sono ben rappresentati. A
dire il vero, come sempre accade, anche il “Si modella” gioca un ruolo
importante. In effetti, senza il modellamento, ossia l’erosione, gli
spettacolari affioramenti della Riva di San Biagio non sarebbero
visibili.
Spunti didattici
Prima di presentare, dalla balaustra del
belvedere, l’intreccio dei caratteri
geologici riuniti negli affioramenti
della Riva di San Biagio è utile
sollecitare negli studenti l’osservazione
autonoma. Si può iniziare suggerendo
loro di cogliere di volta in volta
gli aspetti geometrici, cromatici
o anche vegetazionali presenti
nella successione rocciosa per
poi attribuirli ad uno dei tre
insiemi di dati (“Si forma”, “Si
deforma” o “Si modella”) attraverso
una scelta motivata.
Un tale percorso di osservazione
e analisi, guidato da chi conduce
l’escursione, finisce per produrre
gruppi di dati omogenei. La discriminazione
dei tre insiemi di dati induce
gli studenti ad affrontare con
maggiore chiarezza il rispettivo
significato.
“Si forma”
Le osservazioni effettuate a
distanza portano ad alcune importanti
considerazioni. L’oggetto geologico
individuato nella Sosta 4a è ora
ancor meglio percepibile dal belvedere
del Museo (Fig. 42). Scendendo
con lo sguardo sotto ai banchi
gessosi, si incontra un’estesa
copertura erbosa ed arbustiva.
Suggerisce la presenza (in analogia
con quanto osservato nella sosta
precedente) degli ultimi termini
della F.ne Marnoso-arenacea.
Tornando ad osservare la Riva di San Biagio,
è evidente che i banchi gessosi non hanno tutti lo stesso spessore. Di
certo non sarà sfuggito che tali caratteristiche sono messe in evidenza
da sottili intercalazioni… erbose. Naturalmente non è l’erba ad
‘intercalarsi’ ai banchi grigio chiari, i quali formano il 95% del
volume roccioso, ma un tipo di ‘roccia’ differente che in superficie ha
la capacità di trasformarsi rapidamente in suolo.
Spunti didattici
In questa fase la guida dell’escursione
si limita a suggerire agli studenti
una riflessione, chiedendo loro
di giustificare l’affermazione
che “il 95% del volume roccioso
esposto lungo la Riva di San Biagio
è formato da gessi”. Dov’è l’altra
litologia e com’è possibile affermarne
con certezza la presenza anche
da questa distanza? La seconda
litologia è intuibile sotto le
sottili fasce erbose che separano
i banchi di gesso. La crescita
di una coltre erbosa suggerisce
la presenza di un tipo litologico
molto differente dal gesso il
quale, come ben si nota dal punto
di sosta, forma sempre pareti
prive di coperture.
E’ controproducente individuare
già da questa sosta la natura
della seconda litologia. Meglio
limitarsi a suggerirne la presenza
e percepirne la posizione, nonché
la ripetizione sulla verticale,
rimandando alle osservazioni dirette
della sosta successiva la soluzione
del quesito.
Non si dimentichi di sottolineare,
prima di lasciare il belvedere,
che la prossima fermata (Sosta
5) sarà ubicata nel solco vallivo
sottostante e che sarà possibile
toccare con mano quegli stessi
banchi gessosi (e le sottili intercalazioni)
che formano la parete della Riva
di San Biagio.
“Si deforma”
Osservando meglio la Riva di
San Biagio si nota che il motivo
dominante, l’alterenanza gessi-argille,
favorisce anche la lettura ‘deformativa’
dell’affioramento. Il piano di
faglia è pressoché verticale ed
‘entra’ obliquamente rispetto
al versante roccioso. La successione
più recente è quella visibile
a sinistra, più vicina al punto
di osservazione. Il dato si ricava
osservando le Fig. 43a-b in cui
si nota che, lungo la successione
completa, gli spessori dei banchi
di gesso sono sempre più ridotti
nella parte superiore della successione
(la più recente). Dunque questo
lembo è stato abbassato rispetto
all’altro.
Figg. 43a-b
– I banchi gessosi della F.ne
gessoso solfifera mostrano una
caratteristica diminuizione di
spessore procedendo verso l’alto
(verso i banchi più recenti).
Il banco più potente supera la
ventina di metri. Complessivamente
la successione gessosa supera
i 100 m. Monte della Volpe.
Spunti didattici
Suggerite agli studenti
che osservando con attenzione
la Riva di San Biagio si nota
una faglia (Figg. 42 e 44). Chiedete
poi qual è il suo assetto (è circa
verticale) e, basandosi sul fatto
che gli spessori dei banchi di
gesso decrescono verso l’alto
della successione, domandate anche
se la porzione oltre la faglia
si è alzata o abbassata rispetto
a quella a noi più vicina.
Sapendo dunque che i banchi gessosi
più sottili sono i più recenti
(formano la parte superiore della
F.ne Gessoso-solfifera, cfr. Fig.
43a-b), si può stabilire che il
lembo roccioso oltre la faglia
si è abbassato rispetto a quello
adiacente; oppure, il che è la
stessa cosa, che quello più vicino
al belvedere si è sollevato rispetto
all’altro (Fig. 44).
Continua ad essere importante suggerire agli studenti l’osservazione
(magari effettuata con scambi di idee e discussioni tra loro) e la
deduzione, sollecitando infine l’elencazione dei dati desunti.
Fig. 44 – La
riva di San Biagio osservata dagli
occhi di un geologo. In rosso
la faglia che sposta verticalmente
la successione.
“Si modella”
Anche i dati relativi al modellamento sono ben percepibili da questo
impagabile punto di osservazione. I dati che scaturiscono dalla lettura
‘morfologica dell’affioramento possono così essere riassunti. 1)
Sensibile differenza di erosione nei differenti tipi di roccia: argille
con scarse areniti (F.ne Marnoso-arenacea, sotto ai gessi), gessi (F.ne
Gessoso-solfifera), argille del Pliocene (sopra ai gessi).
2) Solco erosivo del Rio Sgarba,
che ha inciso in profondità i
gessi. Nella prossima fermata
(Sosta 5) cammineremo proprio
lungo l’incisione torrentizia.
3) Crolli di blocchi gessosi (avvenuti in epoca storica) lungo la Riva
di San Biagio. La ragione dei crolli, probabilmente innescata da scosse
sismiche in tempi successivi, è stata favorita dalle numerose fratture
che pervadono la successione rocciosa; fratture che sono state
ereditate da movimenti tettonici molto antichi (“Si deforma”). Le zona
di distacco gravitativi dei blocchi sono facilmente individuabile
grazie alla posizione dei relativi accumuli di frana, fermatisi al
piede della parete.
Spunti didattici
Ci si potrebbe chiedere come mai i gessi formano pareti così verticali
nonostante abbiano una elevata propensione alla dissoluzione, causata
dalle acque piovane (fino a 2 grammi/litro). La ragione è duplice. I
crolli sono frequenti e ogni volta generano superfici sub-verticali
nuove. Inoltre, i depositi a contatto con i gessi (argille e marne sia
mioceniche sia plioceniche) hanno velocità di erosione ancor più rapida
e intensa. |
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Spostamento Tossignano (BO) - Borgo Tossignano |
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(durata: 15’, in pullman) |
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Sosta
45 - Rio Sgarba (ex cava SPES)
(durata:
40’. Si ridiscende nella piazza
centrale di Tossignano. Da lì
in pullman si raggiunge in pochi
minuti la periferia di Borgo Tossignano,
prendendo a destra la strada intercomunale
via Laguna e, dopo circa 1 km,
girando per via Rocchetta (Fig.
39). Dopo un altro km, superato
un ponticello in corrispondenza
di una curva a gomito (percorribile
al massimo con pullman da 25 posti),
si prosegue per qualche centinaio
di metri su strada sterrata pianeggiante
giungendo nei pressi della cava
dimessa SPES (cancello in ferro)
dove si sosta. Un’entrata secondaria,
appena a destra del cancello chiuso,
segna l’inizio del sentiero pianeggiante
che, tra la vegetazione, in meno
di 10’ porta agli affioramenti
gessosi dell’ex cava. Si raggiunga
il limite estremo del sentiero
pianeggiante, in corrispondenza
di un gigantesco blocco di gesso
(5 m di altezza) collocato, assieme
a molti blocchi minori, di fronte
al secondo imbocco di galleria
artificiale, chiuso da un’inferriata
per ragioni di sicurezza).
Spunti didattici
Questa fermata favorisce l’osservazione diretta dei due principali tipi
di roccia che insieme formano la F.ne Gessoso-solfifera romagnola. In
questo caso l’approccio è guidato e stimolato dalla ricerca della
natura delle intercalazioni che separano i banchi di gesso.
Nel luogo di sosta, così come
lungo tutto il sentiero (Figg.
45a-b) è possibile osservare una
delle intercalazioni priva di
copertura erbosa (spessa un paio
di metri al massimo) e il contatto,
perfettamente esposto, con il
successivo banco di gesso. Mentre
i banchi gessosi compatti sono
quasi interamente costituiti da
file ordinate e ciuffi di cristalli,
le sottili e ricorrenti intercalazioni
sono invece formate da fitte lamine
di argilla sulla quale l’erba
è in grado di attecchire con facilità.
I due tipi di deposito sono complessivamente
denominati F.ne Gessoso-solfifera
(il gesso è un solfato di calcio
idrato che per alterazione chimica
può produrre concentrazioni di
zolfo).
Il riconoscimento dell’alternanza
litologica gessi-argille ha messo
in evidenza un carattere che si
ripete sulla verticale, ossia
nel tempo. I banchi gessosi che,
uno dopo l’altro, durante un intervallo
lungo 600.000 anni, si sono deposti
come pagine di un libro ricco
di informazioni, sono stati almeno
16 (Figg. 43a-b).
Figg. 45a-b
– Lungo gli affioramenti che bordano
il sentiero della ex Cava Spes
si osservano nitidi gli strati
argillosi che delimitano gli spessi
banconi di gesso. Localmente la
copertura erbosa si interrompe
dando l’opportunità di osservare
direttamente il deposito, sempre
fittamente laminato. Si suggerisce
di prestare molta attenzione alla
parete gessosa, dato che presenta
molti punti ad elevato rischio
di distacco di blocchi e frammeti,
più probabili dopo periodi di
intense piogge.
E’ stato dunque individuato l’effetto: l’alternarsi
ripetuto di due depositi molto
differenti: gessi e argille. Questo
è il primo passo corretto verso
l’analisi. Occorre adesso cercare
di ricostruire le cause che favorivano
le alternanze litologiche, sempre
le stesse ripetute nel tempo.
Nel farlo occorre sempre tenere
presente le condizioni genetiche
che in questo settore hanno regolato
la deposizione dei gessi messiniani
(Miocene sup.)
E’ importante sapere che solo in rari casi un certo tipo di sedimento o
di roccia può corrispondere e suggerire l’ambiente di deposizione nel
quale si è generato. Ad esempio le argille possono accumularsi sia in
mari profondi sia nei mari bassi, ma anche nelle piane emerse dei delta
e lungo particolari fasce costiere lagunari, come pure nelle pianure
fluviali, quando ad esempio i corsi d’acqua tracimano (si ricordi il
‘limo del Nilo’!), e perfino nei laghi di ogni latitudine. Questo per
sottolineare che quasi sempre sono ben altri i caratteri che
suggeriscono l’ambiente di formazione dei tipi di sedimento o di
roccia. Nel nostro caso il contenuto fossile si rivela un
particolare importante. Ogni volta che a un banco di gesso si
sostituisce un livello di argilla - e il passaggio avviene sempre in
modo rapido e improvviso - tra le sottili lamine argillose troviamo
imprigionati resti fossili di minuscoli pesci marini. Sono
rappresentati da molte e varie specie. E’ un dato interessante. In
qualche modo il settore che fino a poco tempo prima era un lago
salatissimo dalle acque basse soggette a intensa evaporazione
(deposizione di gessi) è all’improvviso tornato a trasformarsi in un
mare dalla salinità regolare e con profondità decisamente maggiori.
Un dato ulteriore, ancor più essenziale per noi, lo otteniamo
considerando le specie fossili dei livelli argillosi. I paleontologi
(gli studiosi dei resti fossili) si sono accorti che in ogni episodio
argilloso esiste una regola precisa. Nelle lamine basali e intermedie
si rinvengono resti di pesci ascrivibili a molte specie, tutte adatte
alle normali condizioni di salinità dell’acqua marina (3,5 %). Al
contrario, nelle lamine superiori di ogni livello argilloso queste
specie di pesci spariscono, ad eccezione dell’Aphanius crassicaudus,
unica specie sopravvissuta. La sua caratteristica particolare - ed è
questo il dato molto interessante e risolutivo - era quella di riuscire
a vivere in acque salatissime!
Siamo vicini alla soluzione del problema. Conoscendo questi
particolari, resi noti dai paleontologi, e osservando che ogni livello
di argilla, verso l’alto, lascia il posto al soprastante banco di
gesso, ne deriva una serie di logiche deduzioni. Nel settore
dell’escursione, così come in gran parte dell’area mediterranea, per
mezzo milione di anni - circa dai 6 ai 5,5 Ma – si sono alternate due
condizioni ambientali molto differenti. Quella di lago a salinità
elevatissima, con acque molto basse in forte evaporazione (deposizione
di gessi), e quella di mare a salinità normale e profondità intermedia
(deposizione di argille).
Fig. 46 – Esemplare
di Aphanius crassicaudus, frequente
ospite solitario nella porzione
superiore degli orizzonti argillosi.
Non basta. Si può anche aggiungere, sulla base dei dati cosiddetti
litologici (cioè riguardanti i tipi di deposito), che il passaggio
dalla condizione ‘salatissima’ a quella di ‘salinità normale’, era
sempre rapido e improvviso. Al contrario, i dati paleontologici mettono
in evidenza che il passaggio opposto si verificava seguendo un
progressivo aumento della salinità. L’incremento di concentrazione
salina influenzava inizialmente solo il contenuto fossile ma poi
raggiungeva valori tanto critici da cambiare radicalmente anche il tipo
di deposito (da argille a gessi). Nel percorso verso la
conoscenza, gli effetti sono rappresentati dai tipi di deposito, dai
passaggi tra i due tipi di rocce, dai fossili, … Ci hanno svelato le
cause, ossia le variazioni di salinità, motivate da periodici afflussi
di acque marine e la loro successiva evaporazione. Resta da individuare
il possibile movente che ha indotto, per ben 16 volte - tante sono le
coppie gessi-argille sovrapposte in circa mezzo milione di anni - la
danza ritmica del livello del mare.
Se fino ad ora si è parlato di dati e di interpretazioni fondate, sul
movente si può solo azzardare delle ipotesi, seppur verosimili.
Dovrebbe essere più che plausibile l’influenza del clima. In precedenza
si è fatto cenno al glacialismo che alla fine del Miocene si andava
affermando nelle regioni circumpolari. Ne derivavano logici
abbassamenti e innalzamenti del livello marino globale che
assecondavano l’alternarsi di periodi termici più rigidi e più miti.
Periodici brevi innalzamenti – durati fino ad alcune decine di migliaia
di anni - potrebbero avere ripristinato collegamenti oceanici che
ragioni opposte poi interrompevano.
Una cosa è certa: 5,3 milioni di anni fa dalla soglia di Gibilterra le
acque dell’Oceano Atlantico irruppero con fragore e violenza verso il
‘Lago Mediterraneo’. Da quel momento furono ristabilite condizioni
marine stabili. Per giustificare il ritorno del Mediterraneo al suo
aspetto originario è stato invocato un forte sprofondamento della
soglia di Gibilterra connesso a intensi movimenti tettonici. C’è da
crederci, dato che recenti indagini sottomarine effettuate sui fondali
dello stretto di Gibilterra hanno scoperto la presenza di enormi solchi
erosivi prodotti da acqua corrente. L’abbassamento fu cospicuo, tanto
che nemmeno le recenti intense glaciazioni quaternarie (circa 2 Ma -
10.000 anni fa), con i relativi abbassamenti del livello marino globale
(-130 m) non sono più riuscite a riproporre l’isolamento del Mar
Mediterraneo e la sua trasformazione in lago.
Il ritorno ‘definitivo’ del mare
si protrae da oltre 5 milioni
di anni. Il primo segno lasciato
da questa nuova fase evolutiva
si percepisce anche lungo la Riva
di San Biagio (Fig. 44) che col
suo contrafforte gessoso costituisce
la più spettacolare testimonianza
del disseccamento miocenico del
Mar Mediterraneo. Sopra ai gessi
si appoggiano, in modo improvviso,
dei depositi molto erodibili,
quasi cancellati dall’erosione
e, dove ancora presenti, coperti
da diffusa vegetazione. Sono le
argille del mare del Pleistocene,
ricche in microfossili di mare
aperto e profondo, deposte nel
Mediterraneo risorto a nuova vita
grazie alle cateratte dello Stretto
di Gibilterra.
Fig. 47 – Le
condizioni ambientali che caratterizzano
il tardo Messiniano dell'Italia
centro-settentrionale.
Spunti didattici
L’escursione sta
volgendo al termine. La concentrazione
degli studenti è stata messa a
dura prova durante un’intera giornata
di lavoro intenso. Nelle varie
soste non solo hanno appreso molte
cose del tutto nuove, ma si sono
anche impegnati ad indagare autonomamente,
raccogliendo dati e comprendendo
processi genetici attraverso un’analisi
interpretativa spesso non semplice.
Si consiglia dunque di non utilizzare
quest’ultima fermata per aggiungere
altri dati, a questo punto difficilmente
recepibili e memorizzabili.
Sarà invece opportuno mostrare
e far toccare fisicamente le litologie,
osservandone i contatti reciproci
e raccogliendo qualche campione.
Comunque, eventuali indicazioni
di dettaglio possono essere desunte
dalle figure (Figg. 48--50) e
inoltre dalla bibliografia esistente
sull’argomento (anche divulgativa).
Fig.
48 - Gessi con strutture ‘a cavolo’,
caratteristici aggregati cristallini
che si generano al contatto con
la sottostante intercalazione
argillosa nella quale si approfondiscono
durante la fase di crescita.
Infine non trascurate, davanti
al contatto tra un banco di gesso
e le argille, di sottolineare
quel lato magico, tipico della
geologia, che consente di viaggiare
nel tempo osservando in presa
diretta il passato remoto del
nostro pianeta. In questo caso,
toccando quel contatto litologico
(Figg.45a-b) si può ancora scorgere
la pozza salata mediterranea sul
punto di essere invasa dalle acque,
con il livello marino che progressivamente,
in pochi secoli, si riporterà
ai livelli ‘normali’. Prima di
ricominciare nuovamente a calare,
sotto l’effetto dell’intensa evaporazione,
costruendo la successiva pagina
di questo meraviglioso infinito
archivio naturale.
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Spostamento Rio Sgarba - Ritorno a destinazione |
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VARIAZIONI
ALL'ITINERARIO IN CASO DI MALTEMPO |
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In caso di maltempo saranno eliminabili, nell’ordine, le soste di seguito indicate:
SOSTA 3 - Ponte sul Santerno, Coniale (FI)
La grande piega asimmetrica
Il
contenuto della Sosta 2a potrà essere trattato con un’osservazione
panoramica dal piazzale di sosta, senza scendere sul greto del fiume,
integrandolo con la sosta 2b.
In
alternativa si suggeriscono visite ad istituzioni e siti culturali che
consentono di coprire, in parte o totalmente, i tempi dell’escursione:
IMOLA
Museo Scarabelli (prossima apertura)
TOSSIGNANO
Centro Visite “I Gessi e il Fiume”
CASTEL DEL RIO
Castello e Museo della Guerra
FIRENZUOLA
Museo della Pietra Serena |
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