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LOMBARDIA 1
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ITINERARIO

Edu-Geo - ESCURSIONE ITALIA-SVIZZERA

Dalla Terra all’Oceano e ritorno: 500 milioni di anni di storia geologica

Paolo Oppizzi (Direttore Parco delle Gole della Breggia)
Federico Aligi Pasquarè (Università degli Studi dell’Insubria, Como)
Con la collaborazione di Filippo Camerlenghi (Geologo divulgatore)


2010

 
   
     
 
SINTESI DEI CONTENUTI

Questa escursione è un viaggio a ritroso nel tempo, alla scoperta degli ultimi 500 milioni di anni di storia geologica in un territorio delle Alpi Meridionali posto a cavallo fra Italia e Svizzera Italiana. Le rocce raccontano la testimonianza di una lenta ed incessante evoluzione da ambiente continentale ad ambiente oceanico ed infine ancora ad un paesaggio emerso dalle acque e modellato dall’azione dei fiumi e dei ghiacciai.

PRIMA PARTE

Le Alpi Meridionali sono un settore della catena alpina esteso per circa 700 km in direzione ovest-est, dalla regione di Ivrea sino alle Dinaridi, e largo tra 50 e 150 km in direzione Nord-Sud. Esse sono separate dalle Alpi vere e proprie dalla Linea Insubrica, grande faglia oggi inattiva che corre in senso Est-Ovest. Una delle peculiarità che distinguono le Alpi Meridionali dal resto della catena Alpina è che esse furono “aggiunte” per ultime alla grande catena alpina ormai formata: di conseguenza, subirono deformazioni tutto sommato ridotte, permettendo oggi la ricostruzione della situazione paleogeografica esistente a partire da circa 200 milioni d’anni fa.


Fig. 1 - Alpi Meridionali nel contesto delle catene montuose circostanti. Le frecce indicano la direzione verso cui sono state traslate le enormi scaglie rocciose che compongono le Alpi s.s. e le Alpi Meridionali, separate tra loro dalla Linea Insubrica. Lo spillo rosso rappresenta la posizione del Parco delle Gole della Breggia, oggetto della seconda parte dell’itinerario.
B: Bellinzona BE: Berna BS: Basilea MI: Milano LI: Linea Insubrica



L’escursione inizia a Morcote (Svizzera), a poche centinaia di metri dal confine con l’Italia. In questa località sulle rive del Lago di Lugano inizia il viaggio nel tempo geologico lungo una sequenza temporale da rocce via via più giovani lungo l’intera articolazione dell’itinerario. La prima tappa del viaggio nel tempo parte dal “basamento cristallino”, termine con il quale i geologi definiscono generalmente formazioni rocciose precedenti la formazione delle Alpi, che conservano al loro interno i segni di eventi geologici quali l’intrusione di corpi magmatici in profondità (i cosiddetti “plutoni”), il metamorfismo e soprattutto la storia di deformazioni tettoniche derivanti da antichissime orogenesi precedenti quella alpina.
Il Basamento Cristallino qui esaminato (Sosta 1) viene definito “Serie dei Laghi” ed è costituito da micascisti e paragneiss, rocce metamorfiche che derivano dalla trasformazione originarie rocce sedimentarie. Gli eventi metamorfici ricostruiti dagli esperti sono riferibili a ben due orogenesi precedenti a quella alpina: l’Orogenesi Caledoniana e la successiva orogenesi Varisica.
Degno di nota è il ritrovamento, all’interno del basamento, di frammenti erosi di minerali, gli zirconi, la cui età è stata stimata in 2500 milioni di anni, o 2.5 miliardi di anni! Un salto indietro nel tempo nel “buio” del Proterozoico. Nella stessa Sosta 1 si osserverà il contatto fra il basamento cristallino e una “pila” di rocce vulcaniche emesse nel Permiano, al termine dell’Era Paleozoica (attorno a 270 milioni di anni fa); queste poggiano direttamente sul basamento cristallino.
Successivamente ci si sposterà in pullman (30’ circa) da Morcote verso la sede del Parco delle Gole della Breggia (Svizzera) dove prendera avvio la seconda parte dell’itinerario.


SECONDA PARTE

Le 10 soste previste nel Parco delle Gole della Breggia rappresentano le sequenze di un vero e proprio documentario di storia geologica del nostro Pianeta, i cui fotogrammi sono strati di rocce sedimentarie che ci svelano, attraverso gli organismi fossili, le strutture e le deformazioni subite, gli avvenimenti che si sono lentamente snodati nel tempo geologico.
Le rocce affioranti nel Parco furono deposte in un intervallo di tempo geologico di 100 milioni di anni, qui “fossilizzati” nella successione di formazioni rocciose che, senza alcuna interruzione testimoniano il passaggio da condizioni di mare basso ad oceano profondo e pullulante di organismi a scheletro calcareo e siliceo, ed infine di nuovo a condizioni di mare basso provocate dalla lenta emersione della futura catena alpina.
Nel Parco è inoltre possible osservare gli effetti delle deformazioni subite dagli strati rocciosi, originariamente orizzontali ed oggi variamente piegati ad opera delle modificazioni tettoniche che portarono alla formazione delle Alpi.
Per capire l’evoluzione degli eventi geologici successivi al Permiano (ultimo periodo dell’Era Paleozoica) nei territori oggi occupati dalle Alpi Meridionali è necessario partire dall’inzio del Triassico, circa 250 milioni d’anni fa, alba dell’Era Mesozoica, teatro della più grande estinzione di massa della storia geologica e nel quale tutte le terre emerse erano unite a costituire il supercontinente Pangea.
Un mare, la Tetide, si insinuava nel supercontinente da oriente verso occidente, formandovi un vasto golfo. In realtà la Tetide comprendeva due bacini d’età diversa: la Paleotetide ce, iniziatasi ad aprire 200 milioni d’anni prima, si stava progressivamente chiudendo. La Neotetide conteneva in sé invece la “promessa” della futura evoluzione dell’intera catena alpina. Aveva infatti iniziato ad aprirsi già al termine del Permiano, staccando dal Gondwana il continente Cimmerico, una striscia continentale composta da alcune piccole placche. Alla punta occidentale del continente Cimmerico si trovava Adria (o Apulia), la microplacca che avrebbe determinato l’evoluzione delle Alpi Meridionali.
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Fig. 2 - Triassico inferiore: Pangea
I continenti sono come le tessere di un puzzle, a formare la Pangea. Il futuro Parco delle Gole della Breggia (spillo rosso) è localizzato sulla microplacca Adria, legata al margine del Continente Cimmerico in deriva verso Nord, a seguito dell’apertura della Neotetide.

Al limite fra Triassico inferiore e Triassico medio (245 milioni di anni fa) la regione ove oggi si trova il Parco fu progressivamente invasa dalle acque della Tetide provenienti da oriente. Il risultato fu un paesaggio simile a quello delle piattaforme carbonatiche attuali, quali ad esempio le isole Bahamas: isolotti e secche di pochi metri di profondità si alternavano a bacini poco più profondi e larghi alcuni chilometri.
Con il passaggio al Triassico superiore (220-204 milioni di anni fa) e, soprattutto, al Giurassico inferiore (a partire da 200 milioni di anni fa), il margine di Adria iniziò ad essere intaccato da un’intensa fase di lacerazione della crosta terrestre (rifting). La dilatazione si concentrò su alcune faglie principali che, con forma a cucchiaio e profondità fino a una ventina di chilometri, separavano blocchi “basculati” (scivolati e ruotati) di crosta terrestre, larghi alcune decine di km. Si creò una successione di zone rialzate e di bacini asimmetrici (semigraben), in rapido approfondimento. La vecchia piattaforma di mare basso venne letteralmente “annegata” e sostituita da un fondale disomogeneo.

Fig. 3 - La regione del Parco sul margine dell’Adria durante la fase di lacerazione della crosta terrestre (rifting)
La piattaforma triassica (giallo) si frammenta e sprofonda lungo faglie che suddividono la parte superiore della placca (ocra) in blocchi ruotati e scivolati al di sopra della parte inferiore (marrone). FL: Faglia di Lugano Freccia piccola: posizione delle future Gole della Breggia

Focalizzando la nostra attenzione sulla zona nella quale oggi si trova il Parco, questa era compresa all’interno dell’ampio Bacino Lombardo, esteso tra gli attuali Lago Maggiore e Lago di Garda. Qui si delineò il Bacino del Generoso, largo una trentina di chilometri e confinato ad ovest da un alto, la Soglia dell’Arbostora; tra la soglia ed il bacino esisteva una faglia diretta molto attiva: la Faglia di Lugano. Dalle ripide scarpate sottomarine generate da questa faglia, di tanto in tanto si distaccavano dense miscele di acqua, sabbia e fango (correnti di torbida) che scivolavano lungo il pendio e andavano a depositarsi sui fanghi che coprivano il fondale.
Nell’insieme, queste alternanze di sedimenti pelagici e torbiditici sono oggi rappresentati dal Calcare di Moltrasio (Sosta 2).
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Fig. 4 - La Soglia dell’Arbostora ed il Bacino del Generoso durante la deposizione del Calcare di Moltrasio (Giurassico inferiore)

Alla fine del Giurassico inferiore, l’intero Bacino Lombardo fu soggetto ad un processo di “sprofondamento” che portò all’instaurazione di condizioni pelagiche, ovvero di mare profondo.
Questo mutamento paleogeografico è riflesso nelle rocce del Parco dove, al di sopra dei banchi e strati di colore grigio del Calcare di Moltrasio troviamo gli strati varicolori del Calcare di Morbio, del Rosso Ammonitico Lombardo (Sosta 3) e dei Calcari e marne a lamellibranchi pelagici (Sosta 4).
Dopo questi si deposero sedimenti carbonatici oggi conservati sotto forma di Calcari pelagici e torbiditici, che sono preludio alla comparsa, a partire dal Giurassico medio, di rocce completamente diverse e quasi esclusivamente silicee: le Radiolariti (Sosta 5).
Al passaggio tra Giurassico e Cretacico, 145 milioni d’anni fa, a seguito della deposizione dei sedimenti che oggi formano il Rosso ad Aptici (Sosta 6, insieme alla Maiolica) si depositarono i calcari della Maiolica Lombarda (Sosta 6, insieme al Rosso ad Aptici). Tra gli strati regolari della Maiolica s’intercalano livelli di argilliti scure, che rappresentano processi di sedimentazione dei cosiddetti livelli “anossici”, connessi con la catastrofica riduzione dell’ossigenazione sul fondo degli oceani (Sosta 7). Nel Bacino del Generoso, a partire dall’Aptiano (circa 120 milioni d’anni fa), la Maiolica fu sostituita dalla deposizione di fanghi emipelagici. Questo termine indica fanghi contenenti particelle d’argilla provenienti dall’erosione dei continenti che, una volta riversatesi in mare vi rimangono in sospensione raggiungendo notevoli distanze dalla costa. Oggi li ritroviamo nelle marne della formazione della Scaglia (Sosta 8), miscuglio tra calcare e argilla.
Circa 100 milioni d’anni fa, all’inizio del Cretacico superiore, la Tetide Alpina fu soggetta alle conseguenze di un evento geodinamico di importanza fondamentale per la futura evoluzione della catena alpina: l’apertura dell’Atlantico Meridionale.

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Fig. 5 - Cretacico superiore: chiusura della Tetide Alpina
L’apertura dell’Oceano Atlantico Meridionale innescò la rotazione antioraria dell’Africa e dell’Adria. Quest’ultima compresse la Tetide, causandone la progressiva chiusura

Spinta dall’espansione del nuovo oceano, l’Africa si staccò dal Sudamerica ruotando in senso antiorario e schiacciando in una morsa la Tetide. Essendo più pesanti di quelle dei due continenti, le rocce della Tetide iniziarono a sprofondare sotto l’Adria. Il vecchio oceano si consumò progressivamente ed i suoi sedimenti si inarcarono, formando le prime grandi pieghe allungate in direzione est-ovest, coincidente con la direzione delle Alpi attuali. Benchè il fenomeno avvenisse molto più a nord della regione del Parco, esso venne “registrato” nelle sue rocce. Infatti, intorno a 95 milioni d’anni fa, tra gli ultimi livelli della Scaglia iniziarono ad intercalarsi gli strati del Flysch (Sosta 9), una sabbia composta di frammenti di rocce e d’organismi di mare basso, trascinati in profondità attraverso periodiche correnti di di torbida. Quelli che oggi leggiamo nelle rocce del Flysch sono chiari indizi dell’inizio della formazione delle Alpi, della loro emersione e successiva erosione; il Flysch chiude la successione di rocce di origine marina del Parco, iniziata 100 milioni d’anni prima.

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Fig. 6 - Evoluzione schematica dell’area del Parco durante l’Era Mesozoica

All’inizio dell’Era Cenozoica, 65 milioni d’anni fa, l’oceano della Tetide era quasi del tutto consumato. Una volta esauritosi il “cuscino” che li separava, i margini continentali di Europa e Adria entrarono in collisione, generando la deformazione delle rocce sotto forma di pieghe (Sosta 10) e faglie. L’evento di deformazione raggiunse la massima intensità nella cosiddetta fase mesoalpina (45-30 milioni d’anni fa) e continuò nella successiva fase neoalpina (23-5 milioni di anni fa). La fase mesoalpina è diretta conseguenza della collisione tra Adria ed Europa e generò, nelle Alpi Centrali, le gigantesche scaglie di roccia rovesciate verso nord. È però la successiva fase neoalpina ad avere conferito l’attuale fisionomia alla regione del Parco ed alle Alpi Meridionali. Intensi movimenti laterali lungo la Linea Insubrica, ma anche l’innalzamento (valutato in 15-20 km) del blocco a nord della stessa, separarono il destino geologico delle Alpi Meridionali dal resto della catena alpina, inducendo le deformazioni a propagarsi verso sud (Fig. 1). Si formarono le Alpi che conosciamo oggi, caratterizzate da un doppio volto, a guardare il Mediterraneo e l’Europa centrale. Parallelamente avvenne il generale innalzamento delle Alpi, che raggiunsero nella fase neoalpina quote probabilmente comprese tra i 5000 ed i 10000 m.

Spunti didattici

Oggi, per fortuna, il grande sistema di faglie della Linea Insubrica è inattivo, perché nel passato geologico deve avere dato luogo a terremoti molto simili a quello avvenuto a gennaio 2010 ad Haiti, dovuto proprio ad una grande faglia trascorrente. Lo spostamento totale di 60 km fra i due blocchi a contatto della Linea Insubrica si è prodotto attraverso innumerevoli terremoti, molti dei quali ebbero magnitudo prossima a quella del terremoto di Haiti. Se questo grande sistema di faglie fosse attivo oggi, il territorio delle Alpi e delle Prealpi sarebbe soggetto ad un rischio sismico simile a quello che, come il terremoto dell’Abruzzo del 2009 testimonia, minaccia la dorsale appenninica centro-meridionale.

Fig. 7 - Principali eventi nelle Alpi e nel Parco durante l’Era Cenozoica. Schema riassuntivo

Le maestose quote inizialmente raggiunte dalle Alpi andarono rapidamente a diminuire a causa dell’erosione che produsse i detriti della cosiddetta Molassa Subalpina, presente a Nord delle Alpi ed anche a Sud delle stesse (localmente nota come Gonfolite Lombarda, sosta 12). Nel corso del Miocene anche il territorio ove oggi si trova il Parco, che fino ad allora era stato una sorta di “catino” marino nel quale venivano convogliati i detriti dei fiumi provenienti dalle cime alpine in smantellamento, si erse sopra il livello del mare. Le sue rocce, soggette ad un clima di tipo tropicale umido, si alterarono profondamente e vennero poi incise da profondi canyon prodotti dalla "crisi di salinità” del Mare Mediterraneo (si veda la terza parte). Già verso la fine del Messiniano, queste profonde valli furono in gran parte colmate da enormi volumi di detriti di origine alluvionale. Questo complesso contesto paleogeografico, in rapida e drammatica evoluzione, è ben espresso dal Conglomerato di Pontegana, originato da ripetute colate di fango e detriti (Sosta 11).

TERZA PARTE

Durante la Sosta 12, in territorio italiano (Comune di Como), è possibile osservare un affioramento significativo di Gonfolite Lombarda che, come già espresso, è parte della successione sedimentaria marina nota come Molassa Subalpina risultante dall’erosione accelerata delle Alpi in rapido sollevamento. Dallo stesso punto si potrà osservare il ramo occidentale del Lago di Como, la cui accentuata profondità è il risultato di processi di erosione fluviali innescati dalla “crisi di salinità” avvenuta al termine del Miocene, quando l’afflusso d’acqua dall’Atlantico al Mediterraneo attraverso lo stretto di Gibilterra s’interruppe e si verificò il progressivo disseccamento del Mare Mediterraneo (nell’intervallo di tempo geologico tra 6 e 5,3 milioni di anni fa). I fiumi che sfociavano nel paleo-Mediterraneo ed i loro affluenti iniziarono allora un’intensa opera di erosione verticale, incidendo il loro letto sino a quote inferiori di 500-700 m rispetto all’attuale livello del mare. Questo evento fu responsabile non solo della deposizione di estesi livelli di rocce evaporitiche che fanno mostra di sè in alcune regioni italiane, ma anche dell’approfondimento dei laghi prealpini come il Lago di Como.

 
 













 
Fig. 1
















































 
Fig. 2












 
Fig. 3


 
Fig. 4
















 
Fig. 5




 
Fig. 6




















 
Fig. 7
     
 
PERCORSO

Alpi Meridionali - Italia: Comune di Como; Svizzera: Canton Ticino, Comune di Morcote, Comune di Morbio Inferiore.

Fig. 8 - Escursione IS. Itinerario complessivo con successione delle Soste (1-12).












 
 
 
Fig. 8
     
 
Soste e spostamenti

Partenza prevista alle ore 9.00 dal Comune di Morcote (CH). Termine dell’escursione previsto nel Comune di Como alle ore 16.30.
Tempo complessivo: 7 h e 30’, suddivisi in 6 h 30’ di lavoro + 1 h di sosta ristoro.
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PRIMA PARTE

SOSTA 1 - Nella notte del tempo geologico (durata 20’)
Comune di Morcote (CH). Nessuno spostamento. Indicazioni per la sosta: posteggiare il pullman nel piazzale

Questa sosta consentirà di osservare le rocce più antiche dell’intero itinerario. Il basamento cristallino è costituito da rocce metamorfiche come gneiss e micascisti, e rocce magmatiche quali i graniti. La porzione in assoluto più antica di questo basamento ha un’età di oltre 2 miliardi di anni e contiene corpi magmatici acidi la cui età è stata calcolata con metodi radiometrici, in circa 500 milioni di anni.
Le rocce metamorfiche che osserviamo in questa sosta (Fig. 9) derivano dal metamorfismo di rocce sedimentarie dell’Era Paleozoica. La loro tessitura, osservabile in dettaglio, è caratterizzata dalla disposizione dei minerali in piani orientati e da pieghe anche di piccolissime dimensioni. Questi sono chiari indizi delle immani pressioni alle quali le rocce sedimentarie Paleozoiche furono soggette durante due successivi cicli di formazione di catene montuose: quello Caledoniano e quello Varisico (anche detto Ercinico).
Il Basamento che osserviamo è dunque ciò che resta di successioni rocciose deformate più volte nel corso della formazione di antiche catene montuose delle quali troviamo resti soprattutto in Europa, dalla Scandinavia alla Francia alla Russia. Queste rocce, dopo essere state deformate e sottoposte a metamorfismo, furono modellate, erose da fiumi e “piallate” da ghiacciai, fino a trasformarsi in una sorta di “tavolato”, sopra al quale si deposero le rocce che documentano il successivo scorrere del tempo geologico, da quelle vulcaniche del termine del Paleozoico fino a quelle sedimentarie del Mesozoico.
Ci troviamo ora nella difficoltà di segnare un orario di partenza nel nostro viaggio nel tempo geologico: l’imbarazzo deriva dal fatto che questo basamento contiene rocce antiche 2 miliardi di anni, oltre a frammenti di zirconi vecchi 2.5 miliardi di anni. Non essendo qui disponibili sufficienti dettagli per descrivere gli eventi precedenti a 500 milioni di anni, possiamo assumere l’età dei graniti, all’alba dell’Era Paleozoica, come punto di partenza del nostro viaggio nel tempo.


Fig. 9 - Il Basamento Cristallino, composto da rocce metamorfiche (micascisti). Il minerale più rappresentativo di queste rocce è la mica muscovite, che spicca per la particolare lucentezza

Nella stessa sosta possiamo osservare la successione che si è deposta direttamente sopra il basamento cristallino: si tratta di rioliti, rocce vulcaniche effusive (Fig. 10) derivanti dal raffreddamento di colate di lava a chimismo acido, molto viscose, che emesse da centri vulcanici ormai scomparsi, scorrevano sulle rocce del basamento fino a solidificare a diretto contatto con lo stesso. Oggi si presentano alla nostra attenzione sotto forma di rocce di colore chiaro, molto compatte, nelle quali spiccano grossi cristalli rosa (fenocristalli) di feldspato potassico.

Fig. 10 - Un particolare delle rocce vulcaniche effusive poste al di sopra del Basamento. In evidenza i fenocristalli di feldspato potassico, lunghi fino a 2 cm.


Spunti didattici

Nel Permiano medio-superiore (circa 270 milioni di anni fa), nell’area oggi occupata dall’edificio Sudalpino, iniziò una fase di estensione tettonica che favorì la formazione di faglie normali lungo le quali poterono risalire grandi volumi di magma. Questi sistemi di faglia rappresentano la CAUSA all’origine dell’emissione di lave e flussi piroclastici che formano estesi depositi disseminati da Ovest ad Est nell’edificio delle Alpi Meridionali fra l’Alto Adige e il varesotto. Il MOVENTE fu rappresentato dalle prime “avvisaglie” della fatturazione del Pangea ad opera della dinamica tettonica a scala globale. Il Pangea era ai tempi l’unico mega-continente che, circondato da un immenso unico oceano, si era lentamente assemblato durante l’Era Paleozoica. La sua progressiva frammentazione, che si affermerà nella successiva Era Mesozoica, avrà effetti fondamentali sull’evoluzione geologica di questo settore delle Alpi Meridionali, come si vedrà durante la seconda parte dell’itinerario.
Prima di lasciare la sosta del Basamento, è utile ricordare ai partecipanti che questo “tavolato” racchiude in sé come un libro, la storia di quasi tutta l’Era Paleozoica, dal Periodo Ordoviciano al Periodo Permiano - da 500 milioni di anni fa a circa 270 milioni di anni fa. Esso sintetizza la FORMAZIONE di antichissime rocce - sedimentarie e magmatiche - la loro DEFORMAZIONE (e relativo metamorfismo) nel corso di due orogenesi, ed il successivo MODELLAMENTO ed erosione.

 
 




























 
Fig. 9

 
Fig. 10
     
 
Spostamento Morcote - Parco della Breggia

(durata: 30’, in pullman)

 
   
     
 
Seconda parte

SOSTE 2 - 11. Parco della Breggia
( Durata 5 h 40’, inclusa la proiezione di una serie di slide power point in aula (30’) e la pausa pranzo (1 h))

Arrivo del pullman a Morbio Superiore (CH). Indicazioni per la sosta: parcheggio temporaneo del mezzo presso la fermata dell’Autopostale, davanti alla Chiesa di S. Anna. I partecipanti scendono e il mezzo prosegue fino al posteggio del Mulino del Ghitello (15’).
Si entra nel Parco dall’entrata di Morbio Superiore (CH). Da qui ci si dirige verso la Sosta 2. Durata: 10’ a piedi.
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Fig. 11 - Carta geologico-geoturistica del Parco delle Gole della Breggia, con indicazione delle soste, numerate da 2 a 11

SOSTA 2 - Le rocce sedimentarie più antiche
(durata: 20’)


Il settore geologicamente più antico del Parco è rappresentato dal Calcare di Moltrasio, anche detto Calcare Selcifero Lombardo. Questa formazione rocciosa compone praticamente tutto il Monte Generoso per uno spessore totale intorno ai 4000 m. La sua origine è legata all’apertura del bacino marino omonimo, dovuta ai processi di lacerazione della crosta terrestre che, già iniziati nel precedente periodo Triassico, portarono alla progressiva apertura ed al graduale approfondimento dell’oceano Tetide. Nel Parco è osservabile solo la porzione superiore, e dunque più giovane, di quest’impressionante catasta di strati calcarei: sono gli ultimi 100 m, corrispondenti a 195 milioni d’anni fa (Giurassico inferiore).

Fig. 12 - Calcare di Moltrasio. Gli strati del Calcare di Moltrasio. In evidente contrasto con la loro planarità, si osserva un grosso masso erratico (a destra, sulla riva del torrente).

E’ composto da strati calcarei, regolari, di color grigio chiaro e aventi spessore di alcuni decimetri; tra essi s’intercalano sottili strati marnosi. La silice tanto abbondante in questo calcare deriva dai minuscoli aghetti, detti spicole, che costituiscono lo scheletro delle spugne silicee. Essi sono fatti di opale (silice non cristallina). Probabilmente le spugne silicee colonizzavano la scarpata del bacino e venivano trascinate sul fondale, a 1000 o più metri di profondità sotto forma di correnti di torbida, il cui accumulo è oggi rappresentato dagli strati di calcare grigio.
La marna è invece una roccia che risulta dalla miscela di calcare e argilla in parti più o meno uguali. Deriva dalla trasformazione in roccia di un fango finissimo che ricopriva il fondale nei periodi non distubati dalle correnti di torbida. La marna è molto più tenera del calcare tanto che si può scalfire con l’unghia. Sugli strati di calcare riposa un grosso blocco la cui tipologia e composizione sono del tutto diverse da quella delle rocce del parco. Siamo dunque in presenza di un masso erratico, abbandonato da un antico ghiacciaio che, dopo la sua massima avanzata (avvenuta circa 15.000 anni fa), stava progressivamente arretrando verso le cime montuose.

Spunti didattici

Oggi gli strati del Calcare di Moltrasio appaiono con un profilo caratteristico, con strati più spessi alternati a strati più sottili, questi ultimi rientranti rispetto ai primi. Quali sono gli eventi ed i processi che hanno prodotto questa alternanza e questo profilo “dentellato”? Possiamo schematizzare 4 fasi, come espresso in Fig.13.
1. Deposizione di una “pioggia” di particelle finissime.
2. Accumulo delle particelle stesse fino a formare lo di fango strato più scuro.
3. Correnti di torbida che scorrono sullo strato scuro.
4. Accumulo delle particelle (grossolane alla base, via via più fini verso il tetto) fino a formare gli strati più spessi di colore grigio chiaro.
Una volta che questa ritmica alternanza di strati di diverso spessore e con differente consistenza è emersa a seguito del sollevamento delle Alpi, sono intervenuti processi di erosione selettiva fluviale e alterazione superficiale (cicli di gelo-disgelo, acque piovane, ruscellamento, etc).
La diversa resistenza all’erosione dei due tipi di rocce ha fatto “sporgere” gli strati di calcare e “rientrare” quelli di marna, formando un tipico “profilo dentellato. Questi processi sono tuttora in atto.

Fig. 13 - Le fasi che hanno prodotto l’alternanza fra strati spessi, calcarei, e strati sottili, marnosi. A sinistra, gli strati calcarei e quelli marnosi, questi ultimi evidenziati con la lettera “m” (in rosso). A destra, schema delle fasi descritte nel testo.

 
 




 
Fig. 11






 
Fig. 12




























 
Fig. 13
     
 
Sosta 3 - Il dominio delle ammoniti

(durata: 20)

Fig. 21 - Escursione FR1. Sosta 5.

Il Rosso Ammonitico Lombardo ha, nel Parco delle Gole della Breggia, uno spessore complessivo di 15 m. L’aggettivo “Lombardo” distingue questo Rosso Ammonitico da altre formazioni di età e/o località differenti tra le quali il Rosso Ammonitico Veronese, molto usato quale pietra ornamentale. In soli 2 metri di roccia di Rosso Ammonitico è racchiuso un milione d’anni: la velocità alla quale questa roccia si deponeva sul fondale era dunque 1/10 rispetto al Calcare di Moltrasio. Nell’insieme, l’affioramento di Rosso Ammonitico Lombardo racchiude circa 7.5 milioni d’anni di storia della Terra. Consideriamo questa evidenza come EFFETTO, rappresentato da un crollo delle velocità di sedimentazione da valori dell’ordine dei decimetri per migliaio d’anni (Calcare di Moltrasio) a quelli dei millimetri per migliaio d’anni. La CAUSA deve essere fatta risalite allo sprofondamento degli “alti strutturali” la cui erosione progressiva aveva alimentato con grandi quantità di sedimenti le zone più profonde, come testimoniato dagli strati del Calcare di Moltrasio. Il MOVENTE fu il motore della tettonica a zolle che, attraverso il continuo processo di lacerazione crostale, portò l’intero Bacino Lombardo, compresi quindi gli alti sino allora esistenti, a sprofondare e rendere così possibile il prevalere di condizioni di mare aperto. Questo scarso volume di sedimenti ha avuto però come conseguenza una maggiore concentrazione di fossili: si tratta in particolare di ammoniti, dalle quali deriva il nome della formazione rocciosa; il “rosso” deriva invece dagli ossidi di ferro. La parte basale dell’affioramento è data da marne rosse a noduli biancastri. Il numero di ammoniti racchiuse nella roccia è molto alto; queste appaiono però parzialmente disciolte e corrose.

Fig. 14 - Marne nodulari con ammoniti
Grande concentrazione di ammoniti, in maggioranza disciolte.

Spunti didattici
Esistono diverse interpretazioni sui fenomeni che hanno portato a generare l’aspetto nodulare di queste rocce, che possiamo considerare un EFFETTO, la cui CAUSA è da ricercare nella composizione chimica delle conchiglie delle ammoniti: esse erano fatte di un minerale carbonatico particolarmente instabile e solubile, l’aragonite. I gusci venivano sciolti dopo essere stati sepolti, a causa della pressione esercitata dai sedimenti sovrastanti. Questo processo metteva in circolazione il calcare biancastro che in seguito poteva accumularsi a costituire i noduli. Un altro aspetto molto evidente di queste rocce è la regolarità dell’alternanza fra strati calcarei e quelli marnosi, che può essere attribuita a variazioni cicliche del clima. A ciascuna condizione climatica corrispondono infatti precise condizioni ambientali (ad esempio, la diffusione di alcuni organismi piuttosto che altri; un diverso tasso di erosione delle terre emerse; un differente regime delle correnti) che producono poi sedimenti diversi sui fondali marini. I sedimenti sono quindi lo specchio del clima e gli strati di roccia in cui i sedimenti si sono trasformati ne rappresentano l’archivio.

Fig. 15 - Alternanza regolare calcari-marne. Alternanza ritmica tra calcari marnosi nodulari (evidenziati dalle due estremità della matita) e marne (dietro la matita, livello rosa scuro, rientrante in quanto maggiormente eroso).

Spunti didattici
Quali sono le cause di questi cicli climatici? Prima di tutto occorre valutare il loro ordine di grandezza in termini di tempo (anni? Secoli? Migliaia di anni? Milioni di anni?). La risposta è scritta negli strati. Se consideriamo la Fig.14 e teniamo a mente che 2 metri di Rosso Ammonitico corrispondono ad un milione di anni, la figura fotografa un totale di oltre 200.000 anni di storia della Terra: ogni strato può rappresentare pertanto da 10.000 a 50.000 anni. Variazioni del clima su periodi così lunghi possono essere dovute a cause astronomiche, che producono fluttuazioni della temperatura, dell’insolazione e della lunghezza delle stagioni sul nostro pianeta. La forma (più o meno ellittica) dell’orbita terrestre varia con un periodo intorno a 100.000 anni, durante il quale varia la differenza fra la distanza minima e massima della Terra dal Sole. Anche l’inclinazione dell’asse di rotazione varia progressivamente con periodicità di circa 40.000 anni. Infine, la Terra si muove come una trottola; il punto della sfera celeste al quale punta l’asse di rotazione (oggi la Stella Polare) cambia seguendo una traiettoria circolare con periodicità di 26.000 anni. Questi moti, detti “millenari” esercitano una chiara influenza sul clima della Terra: è immediato constatare, ad esempio, che farebbe più caldo qualora ci si trovasse più vicini al Sole o i raggi giungessero sulla superficie del Pianeta meno inclinati e dunque più vicini alla perpendicolare. Come si è visto, queste variazioni astronomiche hanno luogo con tempi diversi. A scadenze regolari, tuttavia, i loro effetti si sommano e si amplificano, modificando il clima. Si tratta di variazioni cicliche che sono destinate a ripresentarsi, seppure lungo un lasso di tempo più lungo di quello “umano”.

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Fig. 14











 
Fig. 15
     
 
Sosta 4 - Nuovi organismi accanto alle ammoniti

(durata: 20)

Sovrapposti stratigraficamente al Rosso Ammonitico Lombardo vi sono i Calcari e marne a lamellibranchi pelagici. Con essi si ha un netto cambiamento dal colore rosso cupo delle rocce precedenti e si entra nel periodo Giurassico medio. L’orologio geologico segna circa 180 milioni d’anni. Questa formazione rocciosa è composta da un’alternanza di strati di calcare bianco, tendenti al verde o al rosa, separati da strati di marna rosa o rossa.

Fig. 16 - Calcari e marne a lamellibranchi pelagici. Base della serie di strati, poco sopra il Rosso Ammonitico.

Le ammoniti sono molto diffuse, accompagnate da altri cefalopodi, quali rari nautiloidi e belemniti. Il nome della formazione si riferisce però ad organismi diversi, che in questi strati sono presenti in enorme concentrazione. Essi sono visibili già con la lente di ingrandimento, ma si possono esaminare in dettaglio solo al microscopio: si tratta di sottili gusci di bivalvi (lamellibranchi) lunghi appena 2-3 mm; a dispetto delle dimensioni irrisorie, il loro numero è tanto elevato che essi compongono spesso l’intera roccia.

Fig. 17 - Piccoli, ma innumerevoli. Sottili gusci di bivalvi di dimensioni minuscole compongono quasi interamente una sezione di roccia vista al microscopio.

Dal Prato delle Streghe, guardando in direzione dell’alveo incassato si può notare una delle strutture più spettacolari del Parco. Si tratta di un intervallo roccioso, dello spessore di circa 9 metri, composto da strati contorti e talora fratturati, compresi “a sandwich” tra strati regolari e continui, come evidente in particolare a tetto dell’affioramento. Si tratta di un fenomeno noto come scivolamento sottomarino (slumping, “piega gravitativa”).

Fig. 18 - Scivolamento sottomarino (piega gravitativa, slumping). Sopra: strati piegati e fratturati, a testimoniare una deformazione avvenuta quando i sedimenti erano ancora allo stato plastico. Sopra alle pieghe la stratificazione torna regolare, attestando il ritorno alla normalità sul fondale marino. E’ proprio questa giacitura “a sandwich”, con strati contorti compresi tra strati regolari e continui, a permettere il riconoscimento dell’origine della struttura. Sotto: schema del fenomeno


Spunti didattici
A partire dall’osservazione del dato possiamo considerare come EFFETTO la presenza di questo spessore caratterizzato dalla disposizione caotica di strati contorti, piegati e ripiegati, compresi entro strati a stratificazione continua e regolare. Possiamo ora speculare sulla CAUSA: non si tratta di un fenomeno avvenuto durante la formazione delle Alpi, quando le rocce stratificate del Parco sono stati innalzate, inclinate e talora piegate, ma di un evento accaduto ben prima (170 milioni d’anni fa) sull’antico fondale marino, mentre i sedimenti si stavano depositando. E’ probabile che lungo un pendio irregolare si sia staccato un pacco di strati che, per il proprio peso, ha continuato a scivolare verso il basso. Gli strati erano già ben compattati ma non ancora divenuti roccia rigida: per cui si sono piegati, arrivando anche a rompersi. Dopo quest’evento è ripresa la regolare deposizione dei sedimenti a formare strati continui e paralleli. Questa interpretazione spiega perfettamente l’apparente ripetersi degli strati nella successione verticale; in realtà sono sempre gli stessi strati, ripiegati e coricati, a ripresentarsi più volte. Possiamo ora azzardare un probabile MOVENTE per la generazione di questo spettacolare slumping. Può essere stato un evento sismico sottomarino ad innescare, attraverso lo scuotimento del pendio sul quale giacevano gli strati non ancora rigidi, il loro distacco, scivolamento e “rideposizione” sotto forma di un insieme caotico di strati”.
 
 
 
Fig. 16


 
Fig. 17

 

 
Fig. 18

     
 
Sosta 5 - All’improvviso, i radiolari

(durata: 20’ )

Questo tratto di sentiero è munito di passerelle in legno che consentono di attraversare il versante instabile. E’ necessario prestare dunque la massima attenzione. Il sentiero percorre le gole in sponda destra, attraversando un tratto particolarmente incassato e aprendo la vista su rocce appartenenti al gruppo delle Radiolariti.


Fig. 19 - Le Radiolariti. Il sentiero del Parco a contatto con le Radiolariti ben stratificate (dettaglio con matita).

Come si è visto in altre rocce precedentemente considerate, anche queste sono fatte di fossili. Il loro nome deriva infatti dai radiolari, organismi unicellulari ancora oggi diffusi nel plancton marino. I loro gusci microscopici sono composti di silice, come il vetro, e proprio come quest’ultimo sono trasparenti e fragili; inoltre, sono talmente diffusi da comporre la roccia intera. Molto particolare il fatto che sono del tutto assenti i fossili a guscio calcareo. Con le loro forme armoniose i radiolari sono testimoni di un mare profondo, divenuto vero oceano. Siamo nel Giurassico medio-superiore, circa 160 milioni d’anni fa .

Fig. 20 - Microscopici architetti Questa sezione di roccia vista al microscopio rivela radiolari di forme diverse, soprattutto sferiche, A destra, il particolare di un esemplare ne evidenzia l’elaborata architettura




Spunti didattici

La presenza esclusiva nelle Radiolariti di resti di organismi a scheletro siliceo, e la concomitante assenza di gusci carbonatici, sono considerabili come EFFETTO di un evento che ha portato alla mancata conservazione di fossili, come ad esempio le ammoniti, fino a questo momento dominanti all’interno delle rocce. Si può fare riflettere gli studenti sulla possibile CAUSA: la prima ipotesi è un’estinzione completa di tutti gli organismi marini a scheletro carbonatico. E’ tuttavia un’ipotesi da scartare immediatamente, in quanto le ammoniti si estinsero alla fine dell’Era Mesozoica (chiedere a questo punto agli studenti quali altri organismi di maggiori dimensioni si estinsero 65 milioni di anni fa!), 95 milioni di anni dopo la deposizione delle Radiolariti. La CAUSA non è dunque una grande estizione di massa, e va ricercata in particolari condizioni che impedivano la conservazione del carbonato di calcio dopo la morte degli organismi. Queste condizioni furono innescate da un approfondimento del bacino fino a condizioni di vera e propria piana oceanica: con l’aumento della profondità, infatti, le acque oceaniche diventano progressivamente sottosature (in altri termini “corrosive”) nei confronti del carbonato di calcio che tende pertanto a sciogliersi, a differenza della più resistente silice. E’ ciò che accadde nel bacino di deposizione delle Radiolariti fra 160 e 145 milioni di anni fa, ed è esattamente quello che avviene anche negli oceani attuali dove, al di sotto di una profondità critica oscillante tra 3500 e 5500 m (detta profondità di compensazione dei carbonati) non esistono praticamente più depositi carbonatici e i fini fanghi silicei sono l’unico tipo di sedimento sul fondale. I geologi ritengono tuttavia che, nel Giurassico, la profondità critica dei carbonati fosse generalmente minore rispetto ad oggi, attestandosi intorno ai 2000-2500 m; essa varia infatti in funzione della quantità di carbonato di calcio prodotta dal plancton, allora probabilmente ridotta in confronto ad oggi
 
 
 
Fig. 19

 

 
Fig. 20

     
 
Sosta 6 - Il mistero degli aptici e il passaggio fra Giurassico e Cretacico

(durata: 30’ )

All’estremità nord della vecchia cava di Maiolica (“Biancone”) si giunge al brusco passaggio tra due rocce ben diverse tra loro: il Rosso ad Aptici e la Maiolica Lombarda. Il contatto fra le due litologie rappresenta la transizione tra i periodi Giurassico e Cretacico, 145 milioni di anni fa. Entrambe le rocce testimoniano grandi novità negli organismi che popolavano l’oceano. Al termine della lunga serie silicea delle Radiolariti si assiste qui al rinnovato predominio dei calcari.


Fig. 21 - Contatto tra Rosso ad Aptici e Maiolica Lombarda Foto e disegno illustrativo. Gli strati diven¬tano più giovani muovendosi da destra verso sinistra.

Il Rosso ad Aptici, calcare ricco di silice e argilla, costituisce la parte terminale e dunque più giovane del gruppo delle Radiolariti. Qual è l’origine del nome di questa roccia? Se il termine “Rosso” è facilmente comprensibile, “ad Aptici” non lo è altrettanto. In realtà il termine “aptici” rimanda a quello che è stato un vero e proprio enigma per i paleontologi di tutto il mondo.


Spunti didattici

E’ utile invitare i partecipanti ad individuare gli “aptici” ispezionando la superficie dell’affioramento roccioso. I più attenti potranno scoprire fossili a volte minuscoli, a volte grandi alcuni centimetri. Facciamo osservare come la superficie degli “aptici” sia ornata da rilievi concentrici che ricordano l’aspetto dei gusci dei bivalvi (si può citare qualcosa di famigliare a tutti, come ad esempio una comune vongola). Ed è proprio così che gli “aptici” furono in origine interpretati dai paleontologi. Non si tratta però di bivalvi, ma di parti di ammoniti.

Fig. 22 - Fossili misteriosi. Un aptico (Lamellaptychus) sulla superficie della roccia e la sua ricostruzione, effettuata aggiungendo la metà mancante.

E’ utile invitare i partecipanti ad individuare gli “aptici” ispezionando la superficie dell’affioramento roccioso. I più attenti potranno scoprire fossili a volte minuscoli, a volte grandi alcuni centimetri. Facciamo osservare come la superficie degli “aptici” sia ornata da rilievi concentrici che ricordano l’aspetto dei gusci dei bivalvi (si può citare qualcosa di famigliare a tutti, come ad esempio una comune vongola). Ed è proprio così che gli “aptici” furono in origine interpretati dai paleontologi. Non si tratta però di bivalvi, ma di parti di ammoniti.

Fig. 23 - Funzioni alternative. Possibile posizione originaria degli aptici nel guscio delle ammoniti. Sono illustrate sia la possibile funzione di opercolo (“coperchio”, a sinistra) che quella di mandibola (o mascella inferiore, a destra).


Spunti didattici

Viene ora spontanea una domanda: perchè troviamo solo aptici senza alcuna ammonite? La CAUSA è da ricercare nella composizione mineralogica degli aptici, che doveva per forza essere diversa da quella dei gusci delle ammoniti. In effetti gli aptici sono composti da un minerale, la calcite, più resistente alla dissoluzione nelle acque oceaniche profonde di quello che forma i gusci delle ammoniti stesse (aragonite). Questo spiega perché troviamo gli aptici senza traccia dei gusci delle ammoniti che li “ospitavano”. Il Rosso ad Aptici chiude la serie delle radiolariti anticipando al tempo stesso nuove condizioni biologica dell’antico oceano. Il plancton delle sue acque, sino allora costituito quasi unicamente da radiolari a guscio siliceo, iniziò ad accogliere anche grandi quantità di alghe unicellulari a guscio calcareo: i coccolitoforidi. La rapidissima evoluzione di questi organismi (ancor oggi protagonisti del plancton marino) ed il conseguente deposito dei loro gusci sul fondale a formare un bianco fango calcareo, causò un drastico abbassamento della profondità critica dei carbonati. Fu così possibile la conservazione del carbonato di calcio anche a profondità sino ad allora inimmaginabili, permettendo la formazione dei calcari della Maiolica Lombarda. Si valuta che con la diffusione del plancton calcareo la profondità critica dei carbonati scese intorno ai 4000 m, molto più elevata che ai tempi delle Radiolariti.



Spunti didattici

Si può interpretare il motivo di questo cambiamento immaginando di versare continuamente sale da cucina in un bicchiere d’acqua. All’inizio l’acqua scioglie facilmente il sale e non ne resta traccia sul fondo (come non restava traccia dei gusci calcarei delle ammoniti nell’oceano in cui proliferavano le Radiolariti). Continuando ad aggiungere sale questo si scioglie sempre più difficilmente ed alla fine non riesce più a sciogliersi. L’acqua è diventata “satura”, ovvero incapace di corrodere il sale che inizia ad accumularsi sul fondo del bicchiere (come il fango calcareo sul fondale dell’ “oceano della Maiolica”).. La Maiolica è una roccia molto diversa dalla precedente. Nel Parco ha uno spessore di 130 m ed è composta da calcari in strati decimetrici, con una tipica fratturazione concoide. In questa sosta ci troviamo alla base della serie, dove le rocce pressoché bianche rispecchiano una percentuale di carbonato di calcio che può raggiungere il 95%. La Maiolica era in origine un fango finissimo, che “pioveva” lentamente sul fondale marino, ammantandolo di una coltre bianca. Tanto lentamente che 1000 anni di vita dell’antico oceano sono oggi racchiusi in 6 mm di roccia. Che cosa costituiva questo fango? Gli scheletri degli organismi unicellulari che, come già illustrato, si diffusero in modo “esplosivo” al passaggio tra Giurassico e Cretacico (145 milioni di anni fa): i coccolitoforidi. La parete cellulare di queste alghe planctoniche è ricoperta da piastre calcaree, ellittiche o circolari, che formano una vera e propria corazza: i coccoliti. Questi si sedimentano quando l’alga muore e la “corazza” si sgretola. Osservando la Maiolica subito oltre il contatto con il Rosso ad Aptici è possibile notare che i primi 20 metri della Maiolica hanno una struttura caotica, fatta di brandelli rocciosi deformati e rotti. Solo successivamente gli strati iniziano ad essere regolarmente inclinati, come sempre si osserva nel Parco.

Fig. 24 - Catastrofe sottomarina
In evidenza l’aspetto caotico delle rocce alla base della Maiolica.

Spunti didattici

Quest’accumulo deve essere considerato alla stregua di EFFETTO di un evento che non può essere stato altro che catastrofico, se osserviamo l’aspetto “indisturbato” della Maiolica oltre la zona caotica. La CAUSA deve essere dunque attribuita ancora una volta alla gravità, ma non nella forma di un evento di slumping come quello già osservato. In questo caso infatti non c’è stato solo il piegamento degli strati, ma la loro completa frantumazione, possible solo nel caso di un evento quale una frana sottomarina abbattutasi sul fondale come una vera e propria “valanga di detriti”.
Per ricostruire il MOVENTE di questo evento catastrofico si possono immaginare due ipotesi: la prima ancora una volta rappresentata da un evento sismico sottomarino; la seconda la semplice azione della gravità favorità però dalla presenza del contatto tra rocce di caratteristiche diverse (Rosso ad aptici e Maiolica) che costituiva un’interfaccia fragile.

Fig. 25 - Ricostruzione dell’evento di frana sottomarina. Visione frontale e sezione laterale.

Spunti didattici

Un’ulteriore osservazione è possibile in relazione a quest’evento catastrofico. Altrove, fuori dal Parco, gli strati di Maiolica basale sono risalenti alla fine del Giurassico, mentre qui il primo strato è dell’inizio del Cretacico. Mancano dunque alcuni strati di Maiolica, che all’origine dovevano essere posti direttamente sopra al Rosso ad Aptici. A partire da questa evidenza, interpretabile come EFFETTO, è ora possibile fare riflettere sulla CAUSA di quanto osservato. La prima possibilità è...la mancata deposizione della Maiolica in questo lasso di tempo geologico. Si tratta comunque di una possibilità remota, vista la continuità della sua deposizione altrove. La CAUSA più probabile è invece da ricondurre proprio all’evento di frana che, agendo come una ruspa, avrebbe rimosso i primi strati di Maiolica depositati sopra il Rosso ad Aptici.
Altra domanda: perché gli strati sommitali del Rosso ad Aptici, appena sotto al contatto con la Maiolica furono risparmiati dall’evento? E’ molto probabile che il deposito fosse ormai consolidato e duro, abbastanza da non essere intaccato dalla frana sottomarina.
 
 
 
Fig. 21













 
Fig. 22


 
Fig. 23

 

 

 




















 
Fig. 24












 
Fig. 25








     
 
Sosta 7 - Catastrofi climatiche

(durata: 30’ )

Sono passati 20 milioni d’anni (racchiusi in 130 m di roccia) dalla sosta 6, presso la quale abbiamo osservato la base della Maiolica. Questa roccia è stata in passato oggetto di un’intensa attività estrattiva, che si è protratta fino agli anni ’70, prima a cielo aperto e in seguito in galleria. In questa sosta possiamo apprezzare una particolarità che caratterizza gli ultimi 20 m circa della Maiolica, risalenti a 125 milioni d’anni fa. Tra gli strati regolari e fortemente inclinati di calcare osserviamo livelli di argilliti scure, facilmente sfaldabili in lastrine e schegge. Il loro spessore, che può arrivare sino a 20 cm circa, ed il loro colore in netto contrasto con quello del calcare, contribuiscono a renderli ben visibili.

Fig. 26 -di argillite nera racchiusa tra gli strati biancastri della Maiolica.

Questi livelli scuri hanno un modesto contenuto di materia organica (fino al 4% in peso) derivante dalla decomposizione di vegetali e animali. Gli studiosi di paleoclimatologia interpretano questi livelli come derivanti da condizioni climatiche particolarmente calde ed umide (prodotte da un estremo “effetto serra”) che produssero lo sviluppo accelerato di organismi, in primo luogo quelli vegetali, la cui materia organica si sarebbe poi accumulata sui fondali oceanici in condizioni anossiche (scarsità o assenza d’ossigeno), che ne avrebbero permesso la conservazione. La presenza di fondali “stagnanti” è confermata anche dalla regolare stratificazione di questi sottili livelli neri. Questo prova in primo luogo che i fondali non subivano l’effetto delle correnti marine; in secondo luogo che, a causa della carenza di ossigeno, i fondali stessi erano privi di organismi “filtratori” del sedimento quali vermi e crostacei .

Spunti didattici

Consideriamo questi particolari livelli “anossici”, che si riscontrano nelle rocce di tutto il mondo, come EFFETTO. Essi possono essere riallacciati ad una CAUSA globale, rappresentata da rapidi cambiamenti climatici che innescarono periodi particolarmente caldi e umidi. Il MOVENTE di questi cambiamenti può essere ricondotto a prolungate immissioni in atmosfera di anidride carbonica, liberata da un’attività vulcanica particolarmente intensa a livello globale, come avvenuto a più riprese nell’Era Mesozoica. Come ha fatto la Terra a “reagire” a questa e ad analoghe crisi climatiche globali indotte da effetto serra e riscaldamento globale? Il Pianeta ha dapprima sottratto l’anidride carbonica all’atmosfera mediante l’incremento dei suoi diretti consumatori (i vegetali, comprese le alghe marine). Successivamente ha sepolto i loro resti in fondo all’oceano e, con essi, il gas assorbito. L’importanza di queste rocce è fondamentale: la sostanza organica in esse contenuta costituisce infatti la materia prima da cui si originano gli idrocarburi, quali il petrolio ed il gas naturale. La Maiolica Lombarda passa poi, con contatto netto, alla formazione rocciosa successiva, la Scaglia Variegata. Questo “passaggio stratigrafico” così evidente è reso possibile dall’elevata alterabilità della Scaglia che si trasforma rapidamente in fango e favorisce la rapida copertura da parte della vegetazione.

Fig. 27 - Il contatto Maiolica-Scaglia Variegata
In evidenza l’aspetto meno compatto degli ultimi metri di Maiolica, con gli strati di calcare maggiormente separati l’uno dall’altro. Più a sinistra, la Scaglia Variegata (sv), in gran parte ricoperta dalla vegetazione.

La Scaglia Variegata è una marna, ovvero una roccia formata dalla miscela di calcare e argilla. Qui osserviamo la prima, e la più vecchia, delle tre porzioni rocciose che costituiscono questa formazione; le altre due (Scaglia Bianca e Scaglia Rossa), progressivamente più giovani, verranno osservate in seguito. Il passaggio dalla Maiolica (calcare quasi puro) alla Scaglia (ricca di detrito fine) si presta a differenti interpretazioni. E’ probabile che la Scaglia riveli un maggiore afflusso di detrito fine proveniente dall’alterazione di lontane terre emerse. Il passaggio fra questi due tipi di roccia testimonia inoltre un maggior potere di dissoluzione del calcare da parte delle acque oceaniche.
 
 
 
Fig. 26





























 
Fig. 27
     
 
Sosta 8 - 100 milioni di anni fa, l’ora della Scaglia Bianca

(durata: 30’)

L’osservazione si può svolgere in due punti diversi. Dal sentiero basso, a ridosso del fiume ed in sponda sinistra, si osserva la Scaglia Bianca lungo la direzione degli strati. Il sentiero alto permette invece l’osservazione da un diverso punto di vista, e consente di apprezzare il passaggio alla Scaglia Rossa. La Scaglia Bianca è composta da alternanza di strati di marne e strati di calcari marnosi. Mentre le marne sono fatte di un miscuglio di calcare ed argilla, negli strati di calcare marnoso prevale la componente calcarea che gli conferisce maggiore resistenza.
Percorrendo il sentiero basso si osserva la Scaglia Bianca che forma una parete verticale. L’erosione selettiva operata dagli agenti atmosferici (pioggia sovrapposta a cicli di gelo e disgelo) asporta preferenzialmente le marne, lasciando in rilievo gli strati più duri di calcare marnoso. Da questo punto di osservazione ricaviamo l’impressione che gli strati siano orizzontali, accatastati gli uni sugli altri senza avere subito alcuna deformazione dal momento della loro deposizione.

Fig. 28 - Strati apparentemente orizzontali nella Scaglia Bianca

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In realtà siamo stati tratti in inganno dall’erronea scelta del punto di vista con il quale osservare questo affioramento, come evidente osservando la Fig.29.

Fig. 29 - Una questione di…..punti di vista

I due escursionisti sul sentiero basso nella Fig.29 hanno un punto di vista identico al nostro, cioè vedono solo la faccia A della parete, ricavandone così la falsa impressione che gli strati siano orizzontali. Sul sentiero in alto, la persona con il cane che percorre la faccia B è indotta invece a ritenere che gli strati siano verticali. La percezione più vicina alla realtà è pertanto quella della persona sullo sfondo che, provenendo da Nord sul sentiero alto, osserva lo spaccato della faccia C apprezzando la reale inclinazione degli strati. E’ fondamentale inoltre ricordare che quando i sedimenti della Scaglia vennero deposti sul fondo dell’antico oceano la loro deposizione avveniva su una superficie originariamente orizzontale. Quando, successivamente, per compattazione successiva dei sedimenti questi si tramutarono in roccia, la loro diposizione nello spazio era ancora a strati orizzontali sovrapposti gli uni agli altri senza soluzione di continuità. Questa fase rappresenta il momento di FORMAZIONE delle rocce. Successivamente, ad opera degli sforzi tettonici che generarono le Alpi, gli strati originariamente orizzontali vennero sollevati al di sopra del livello del mare ed inclinati, perdendo duque la loro “giacitura” originaria. Questo è il momento della DEFORMAZIONE delle rocce. Come abbiamo già osservato, l’azione selettiva degli agenti atmosferici ha operato sugli originari strati con un’azione di MODELLAMENTO che ha prodotto l’alternanza di strati di calcare (più resistenti) in rilievo e strati di marna (meno resistenti) in minore rilievo, anzi rientranti rispetto agli strati calcarei. Che ora segna l’orologio geologico? Siamo in difficoltà in quanto non riusciamo a distinguere alcun fossile. In realtà, come appare mediante osservazione al microscopio, queste rocce ne sono piene. Si tratta di gusci calcarei di foraminiferi planctonici, minuscoli organismi ancora oggi diffusi nei mari di tutto il mondo. La loro evoluzione iniziò nel Giurassico medio ma solo alla fine del Cretacico inferiore il processo accelerò fino a generare un gran numero di specie diverse. Queste ripetutamente si estinguevano e venivano sostituite da nuove. Una vera fortuna per i paleontologi e gli esperti di biostratigrafia che le hanno usate quali “fossili guida”. Questi minuscoli orologi del tempo geologico segnano qui un’ora “esatta”: 100 milioni d’anni fa.

Fig. 30 - Minuscoli orologi del tempo geologico. Esempi di foraminiferi planctonici della Scaglia Bianca.
In alto. A sinistra, esemplari estratti dalla roccia e pronti per lo studio. A destra, disegno di Ticinella Roberti.
Al centro. A sinistra, sezione di roccia con Schackoina, un foraminifero dotato di lunghe spine tubulari. A destra, sua ricostruzione. A causa dell’evidente fragilità della struttura, gli esemplari estratti sono, infatti, frammentati ed incompleti.
In basso. Sezioni di roccia con Rotalipora ticinensis (sinistra), Rotalipora brotzeni (centro) e Praeglobotruncana stephani (destra).
Per tutti gli esemplari, le dimensioni sono comprese tra 0.3 e 0.5 mm.

 
 

 
Fig. 28


 
 
Fig. 29












 
Fig. 30
     
 
Sosta 9 - Una piega nelle rocce della Scaglia

(durata: 20’)

In sponda destra della Breggia, tra il vecchio ponte (Punt dala Bira) ed il nuovo (galleria stradale), la Scaglia Bianca mostra una spettacolare piega di origine tettonica. Il piegamento degli strati è stato certamente favorito dalle caratteristiche di questa roccia: si tratta infatti di un originario fango argilloso, oggi indurito. Come detto, la Scaglia Bianca è suddivisa in alternanze di marne scagliose molto morbide e di calcari marnosi più duri. Anche qui osserviamo come le prime si erodano facilmente, mentre i secondi restano in rilievo sulla superficie e marcano la piega come gli “strati” di una cipolla.

Fig. 31 - La piega nella Scaglia Bianca. Pacco di strati di Scaglia Bianca incurvati verso l’alto a formare una piega anticlinalica

Spunti didattici

Fig. 32 - Le pieghe, convessità e concavità in un pacco di strati deformato. Una sequenza di strati originariamente orizzontali (in alto), sottoposta a compressione, può reagire in modo plastico, deformandosi in una serie di ondulazioni dette pieghe. Le pieghe con gli strati più antichi al nucleo (la parte più interna della piega) si dicono anticlinali, quelle con gli strati più recenti al nucleo si dicono sinclinali

In questo caso ci troviamo di fronte ad una classica piega “anticlinale”, con gli strati più antichi al nucleo e la convessità verso l’alto.
A partire dall’EFFETTO, rappresentato da una pila di strati piegati, possiamo ipotizzare la CAUSA, legate a spinte compressive orientate parallelamente alla originaria giacitura degli strati. Il MOVENTE di queste spinte è in questo caso rappresentato dal movimento convergente delle placche continentali, e dunque al reciproco avvicinamento ed alla successiva collisione tra Europa ed Adria.
Inoltre, come già osservato nella sosta precedente, è possibile anche qui enucleare la classica sequenza FORMAZIONE, DEFORMAZIONE, MODELLAMENTO. A partire da strati originariamente orizzontali, prodotti dunque nella fase di FORMAZIONE, si è poi impostata la fase di DEFORMAZIONE direttamente legata alla genesi delle Alpi. L’aspetto cipollare della piega nel suo insieme è infine frutto della fase di MODELLAMENTO, espresso con particolare enfasi dall’azione erosiva di tipo selettivo sugli strati di calcare e marna.
Vale la pena infine sottolineare la differenza fra una piega come questa, di tipo tettonico, originatasi dopo la formazione della roccia, e le cosiddette pieghe gravitative o slumping, prodotte (Sosta 5) mentre i sedimenti si depositavano.
 
 



 
Fig. 31



 
Fig. 32
     
 
Sosta 10 - Le Alpi si sollevano

(durata: 25’)

E’ necessario abbandonare il percorso principale che segue la strada per scendere nell’alveo del torrente. La Breggia, sotto la località Caslaccio (Balerna) disegna una curva molto chiusa (meandro). E’ importante fare attenzione al pendio instabile sulla sponda destra, dal quale i sovrastanti depositi sciolti scaricano frequentemente detriti.
Qui si ha la possibilità di entrare in contatto con il segmento stratigrafico più giovane della serie marina del Parco. Osserviamo qui la Scaglia Rossa, la più recente delle tre suddivisioni della Scaglia. Si tratta di marne e calcari marnosi (pigmentati dagli ossidi di ferro), che localmente sono disposti in strati molto inclinati, quasi verticali. Questa particolare disposizione geometrica degli strati non è ovviamente originaria, ma è stata prodotta dalle immense spinte tettoniche connesse al sollevamento delle Alpi. Sull’affioramento non è possibile identificare alcun fossile.

Fig. 33 - Meandro di Caslaccio. In sponda destra si possono ammirare gli strati quasi verticali della Scaglia Rossa

La Scaglia Rossa assomiglia al Rosso Ammonitico Lombardo (Sosta 3), ma è ben più giovane.
Come in quella bianca, anche nella Scaglia Rossa i fossili sono soprattutto foraminiferi planctonici che hanno permesso ai paleontologi di attribuire questa roccia appartiene al Cretacico superiore, circa 95 milioni d’anni fa. Il Rosso Ammonitico Lombardo, invece, risale a 85 milioni di anni prima.
Appena sotto un accumulo di frana possiamo notare che gli strati della Scaglia Rossa subiscono modifiche sostanziali. Nelle marne rosse, si intercalano sempre più numerosi strati grigi, duri e resistenti. Poi, anche le stesse marne diventano grigie e del colore rosso non resta traccia. Eccoci infine nella formazione rocciosa di origine marina più giovane del Parco: il Flysch Lombardo.


Fig. 34 - Transizione fra due litologie. Agli ultimi strati di Scaglia Rossa (a sinistra), fratturati, subentrano gli strati grigi e resistenti del flysch (a destra)

Non si tratta però di un semplice cambiamento di colore della roccia. Gli strati del flysch sono composti di arenite, una sabbia fortemente cementata. Tagliando trasversalmente uno strato e lucidandolo scopriamo che la dimensione dei granelli diminuisce verso l’alto. Questa tessitura si definisce “gradata”.


Fig. 35 - Arenite gradata. La roccia lucidata rivela la sua composizione interna, data da granelli di sabbia con dimensioni che decrescono verso l’alto. A destra, schema

I singoli granelli possono aiutarci a capire che cosa è successo. Utilizzando il microscopio, gli studiosi della disciplina nota come “petrografia del sedimentario” sono in grado di scoprire molte cose: innanzitutto ci sono frammenti di rocce appartenenti alla Maiolica e alle Radiolariti, ma anche frammenti di selci e di rocce più vecchie di quelle che affiorano nel Parco. E poi frammenti di organismi. Tra questi ci sono ancora i foraminiferi della Scaglia ed i radiolari, tutti animali microscopici di mare aperto. Si aggiungono però, anche organismi come brachiopodi, ricci di mare, grossi bivalvi ed alghe calcaree. Dove vivevano? Sono tipicamente organismi di mare basso. Le alghe calcaree, ad esempio, vivono bene a profondità di alcune decine di metri, poiché hanno bisogno della luce solare per la fotosintesi. Non potevano certo vivere alle profondità in cui si depositava la Scaglia, stimate in 1500 m o più. Si tratta di un enigma la cui soluzione viene svelata di seguito.

Spunti didattici
Possiamo considerare la “tessitura” di questa roccia, composta da frammenti di rocce e fossili appartenenti a periodi diversi, tutti antecedenti al Flysch Lombardo, come EFFETTO di processi particolari, legati ad importanti cambiamenti geologici che forgiarono un nuovo ambiente per la deposizione del flysch stesso.
La CAUSA fu verosimilmente la presenza di pendii sottomarini ripidi e instabili, che giungevano forse in parte ad emergere. L’energia erosiva del moto ondoso e delle tempeste smantellava i pendii. Lungo ripidi canyon che intagliavano queste scarpate i detriti venivano trascinati nelle profondità abissali, e con essi gli organismi che vivevano sui fondali più vicini alla superficie (ecco spiegato l’enigma). Si trattava di eventi impulsivi e catastrofici le già osservate correnti di torbida (illustrate in occasione della sosta 2). Dopo aver percorso velocemente la scarpata, queste miscele di detrito (fango e sabbia) ed acqua si depositavano sul fondo del bacino, costituendo i tipici depositi gradati del flysch (“torbiditi”). La loro tessitura è “gradata” in quanto i granelli più grossi pesano di più e si depositano per primi, seguiti via via dagli altri.
La presenza di una roccia come il Flysch Lombardo si rivela preziosa per datare le fasi iniziali della creazione di una catena montuosa. Con il termine “flysch” i geologi indicano infatti le rocce detritiche derivanti dalla precoce erosione delle prime strutture di una nascente montagna. La presenza del Flysch Lombardo, datato a 94 milioni di anni fa, ci indica dunque il MOVENTE per la formazione dei ripidi pendii che alimentavano le torbiditi: i due blocchi continentali di Europa ed Adria stavano schiacciando in una morsa i depositi dell’antico oceano che le separava, innescando la crescita delle prime maestose pieghe che in seguito sarebbero emerse a costituire l’edificio alpino.

Fig. 36 -Il Flysch Lombardo, testimone della nascita delle Alpi. Gli strati del Flysch Lombardo sono composti dai detriti provenienti dalle giovani Alpi che iniziavano a crescere e ad essere soggette ad erosione

 
 





 
Fig. 33






 
Fig. 34





 
Fig. 35





























 
Fig. 36
     
 
Pausa pranzo

(durata: 1h, nella piazza antistante la Direzione del Parco.)

 

 
   
     
 
Intermezzo - lezione in aula

(durata: 30')

Proiezione, nel locale frantoio al Mulino del Ghitello (sede della Direzione del Parco) di un Supporto Divulgativo Multimediale espressamente prodotto per illustrare concetti fondamentali, utili a contestualizzare e consolidare quanto è stato osservato lungo le soste del Parco. Gli argomenti, esposti mediante innovative tecniche di divulgazione scientifica, affrontano temi quali la Tettonica a Zolle, la genesi e classificazione delle rocce, le successioni stratigrafiche, gli ambienti deposizionali.

 
   
     
 
Sosta 11 - Il tempo scomparso

(durata: 25’)

In prossimità del Mulino del Ghitello, sede della direzione del Parco, è possibile osservare un affioramento particolarmente ricco di spunti didattici.

Fig. 37 - L’affioramento presso il Mulino del Ghitello

Alla base dell’affioramento osserviamo gli strati inclinati della Scaglia (Scaglia Bianca e Scaglia Rossa) che, come abbiamo visto in precedenza, sono rocce d’origine marina con un’età di poco inferiore ai 100 milioni d’anni. Queste rocce sono sovrastate da un deposito composto da ghiaia, ciottoli e blocchi, frammisti a sabbia e cementati tra loro. Questo rappresenta il prodotto di colate di fango e detriti trascinate da antichi fiumi; ciò indica con chiarezza che l’ambiente di deposizione non era più marino, bensì continentale. Nonostante l’aspetto piuttosto caotico, si distinguono strati pressappoco orizzontali, evidenziati dall’allineamento di blocchi. Si tratta del Conglomerato di Pontegana, risalente a circa 5.5 milioni di anni fa, momento della storia geologica corrispondente alla fine dell’epoca chiamata Miocene. I clasti e blocchi calcarei che lo compongono vennero strappati alla formazione più antica del parco, il Calcare di Moltrasio. Benchè l’età dei suoi “componenti” risalga a circa 200 milioni di anni fa, l’età di formazione del Conglomerato è circa 195 milioni di anni più recente.

Spunti didattici

C’è un altro indizio che ricaviamo osservando le rocce che compongono il Conglomerato: alcuni blocchi di Calcare di Moltrasio appaiono profondamente alterati, fino a diventare di colore giallastro. Possiamo correlare questa osservazione con recenti studi che hanno rivelato che, dopo essere finalmente emersa nel corso del Miocene, questa regione si trovò esposta ad un clima simile a quello equatoriale, come quello di alcune zone del Sudamerica o dell’Africa, dove le elevate temperature e la notevole umidità provocano profonde alterazioni delle rocce, generando suoli spessi decine di metri (“lateriti” di colore giallo-rossastro). Durante il periodo di disseccamento del Mediterraneo le acque dei fiumi, in veloce approfondimento, incisero ed erosero con facilità i versanti composti da rocce profondamente alterate; queste, una volta strappate e trascinate a valle, fornirono la materia prima per il conglomerato.

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Fig. 38 - Indizi di climi del passato. Conglomerato di Pontegana (sinistra). Ciottolo di Calcare di Moltrasio, profondamente alterato e giallastro.



Possiamo far riflettere gli studenti su quanti milioni di anni separano i due depositi ora a contatto; tra le due rocce mancano 95 milioni d’anni. Dove sono finite queste pagine di storia della Terra? In parte non sono mai state scritte, perché nel Miocene questo settore delle Alpi emerse dalle acque del mare sottraendosi all’accumulo di sedimenti. In parte, queste pagine sono invece state “rubate” dall’erosione che ha prodotto il limite ondulato al tetto della Scaglia, dopo che i suoi strati erano stati inclinati dalla formazione delle Alpi. Siamo di fronte ad una classica discordanza angolare.

Fig. 39 -Generazione di una discordanza angolare
1. Deposito dei sedimenti sul fondale marino.
2. Copertura da parte di strati più giovani.
3. Cementazione e trasformazione in roccia (Scaglia).
4. Formazione delle Alpi, con inclinazione degli strati ed emersione.
5. Erosione da parte di antichi fiumi.
6. Deposito del Conglomerato di Pontegana (giallo), in strati orizzontali, e conseguente discordanza angolare (linea rossa che separa rocce con strati diversamente inclinati) a contatto con la Scaglia.


L’affioramento ci permette di fare un’altra fondamentale deduzione. Gli strati della Scaglia in origine dovevano essere più o meno orizzontali, com’è ovvio per il fango che si depone sul fondale marino. Successivamente la formazione delle Alpi li ha innalzati ed inclinati, in particolare durante la fase neoalpina, iniziata 23 milioni di anni fa. Il Conglomerato di Pontegana, che è letteralmente colato come una valanga sopra la Scaglia, mantiene invece gli strati orizzontali che aveva in origine. Che cosa significa? Significa che il “grosso” delle spinte, responsabili della formazione di queste montagne si è esaurito prima (anche se non sappiamo esattamente “quanto” prima) della fine del Miocene – corrispondente all’età del conglomerato, cioè poco più di 5 milioni d’anni fa.
Possiamo concludere evidenziando una volta di più la paradigmatica sequenza di processi “formazione-deformazione-modellamento”: le rocce della Scaglia si FORMARONO 100 milioni di anni fa sul fondo dell’oceano; vennero poi DEFORMATE e inclinate dagli eventi tettonici alpini; infine, vennero MODELLATE ed erose dall’azione di antichi fiumi. Possiamo infine sottolineare la FORMAZIONE di nuove rocce, rappresentate dal Conglomerato di Pontegana; questo, al contrario della Scaglia, non è stato ancora sostanzialmente DEFORMATO da eventi tettonici di rilievo e lo troviamo con la stessa disposizione geometrica degli strati che aveva quando si trasformò da ghiaia a roccia compatta.
 
 
 
Fig. 37














 
Fig. 38










 
Fig. 39
     
 
Terza parte

Spostamento Parco della Breggia-Como
( Durata 30’, pullman)

SOSTA 12 - L’erosione delle Alpi e il modellamento fluvio glaciale
(durata: 30’)


Si risale sul pullman e ci si sposta a Como attraversando il confine italo-svizzero. Da questo punto di Como (Via Nino Bixio ca. all'altezza del civico 10), situato sul versante NE del “Monte Olimpino”, è possibile osservare gli effetti della rapida erosione e del trasporto detritico che hanno caratterizzato le fasi finale dell’orogenesi alpina, attraverso l’osservazione di un affioramento di Gonfolite Lombarda. E’ anche possibile illustrare parte della storia evolutiva dei laghi prealpini, legata all’erosione ed al modellamento fluvio-glaciale, prodotti prima dalla crisi di salinità messiniana e poi dalle glaciazioni pleistoceniche.



Indicazioni per la sosta.
E’ possibile parcheggiare il pullman in Via Bixio, all’altezza del numero civico 10, presso una rientranza della sede stradale. Si prosegue a piedi risalendo Via Imbonati. Dopo 3 tornanti si giunge all’affiormanento di Gonfolite (Fig. 40) e si osserva il ramo occidentale del Lago di Como (Fig. 41).


La Gonfolite Lombarda
Prima di osservare questa formazione rocciosa è utile chiarire un concetto: mentre in occasione dell’ultima sosta nel Parco (sosta 11) avevamo compiuto un balzo nel tempo di ben 95 milioni di anni fino ad approdare alle soglie del Pliocene (5 milioni di anni fa), ora, alla stregua del gambero, siamo “saltati all’indietro” di qualche milione di anni rispetto alla sosta 11. Mentre infatti il Conglomerato di Pontegana è vecchio circa 5 milioni di anni, qui osserviamo una roccia appartenente all’intervallo temporale Oligocene superiore-Miocene medio (25-16 milioni di anni fa). Inoltre, mentre il Conglomerato si era formato in ambiente subaereo al termine dei movimenti tettonici responsabili della formazione delle Alpi, questa roccia si è formata in ambiente sottomarino in un intervallo del tempo geologico in cui le spinte di innalzamento dell’orogenesi erano bel lungi dall’essersi esaurite. Questo affioramento roccioso appartiene al Gruppo della Gonfolite Lombarda, deposito sedimentario clastico con spessore totale di 3600 m, ubicato al limite sud delle Alpi meridionali, fra la Brianza e il Lago Maggiore. L’intera sequenza costituisce il resto di un deposito di conoide sottomarino che si estende per circa 50 km in direzione E-W e 30 km in direzione N-S.

Fig. 40 - Un salto indietro nel tempo: l’affioramento della Gonfolite Lombarda. Si tratta di una roccia derivante dall’accumulo di detriti derivati dall’erosione delle Alpi in rapido sollevamento.

Parte della più vasta formazione denominata Molassa Subalpina (presente sia a Nord che a Sud dell’edificio alpino), la Gonfolite è una roccia sedimentaria clastica con granulometria variabile fra quella tipica di una siltite, di un’arenaria e di un conglomerato molto grossolano.
La formazione di questo esteso deposito detritico sottomarino ha avuto luogo nella depressione formatasi nelle ultime fasi dell’orogenesi alpina sul versante merionale delle Alpi in formazione.
La composizione dei clasti della Gonfolite ci fornisce preziose indicazioni circa le formazioni rocciose sottoposte a erosione/smantellamento: nell’area comasca si tratta soprattutto di clasti di rocce plutoniche e metamorfiche, che rappresentavano il cuore dell’edificio alpino in rapido sollevamento.

Spunti didattici

Anche in questo caso possiamo riallacciarci al paradigma concettuale formazione-deformazione-modellamento: ma in questo specifico caso il paradigma stesso può essere visualizzato al contrario: l’affioramento roccioso che abbiamo appena osservato, la Gonfolite, rappresenta la terza fase, quella dell’erosione e MODELLAMENTO delle Alpi, avvenuto in seguito alla DEFORMAZIONE, dislocazione e innalzamento di rocce la cui FORMAZIONE era avvenuta svariate decine di milioni di anni prima, ai margini e sul fondo di un antico oceano.
Non possiamo però ignorare il fatto che, in modo del tutto circolare, lo stesso deposito della Gonfolite è risultato di un processo di FORMAZIONE, alla quale è seguita la DEFORMAZIONE che l’ha portata ad emergere dalle acque. La successiva erosione ed il MODELLAMENTO le hanno conferito l’aspetto che osserviamo oggi in affioramento.

Dalla stessa sosta 12 osserviamo il ramo comasco del Lago di Como, che ci permette di parlare di uno dei grandi enigmi della geologia italiana del secolo scorso: la genesi dei laghi prealpini (Lago di Como, Lago Maggiore, Lago di Garda e Lago d’Iseo). Oggi sappiamo che essi rappresentano la parte affiorante di grandi canyon oggi sepolti, con caratteristico profilo a “V” in sezione trasversale, formatisi per l’azione di una prolungata erosione fluviale che ebbe l’effetto di generare l’approfondimento di valli già esistenti, in parte sottomarine lungo le quali, nell’Oligo-Miocene, venivano trasportati i detriti della Molassa.

Fig. 41 - Il ramo comasco (o lariano) del Lago di Como.

La spiegazione di questa particolarità morfologica è stata trovata fra gli anni ’60 e ’70 durante alcune campagne sismiche e la campagna DSDP (Deep Sea Drilling Program) condotta con la nave oceanografica Gomar Challenger, che hanno permesso di stabilire che nel Miocene superiore (circa 6 Milioni di anni fa) l’antico Stretto di Gibilterra si chiuse, causando l’evaporazione dell’acqua del Mare Mediterraneo. Evidenze geocronologiche e biostratigrafiche mostrano che la cosiddetta “crisi di salinità” ebbe luogo contemporaneamente in tutto il bacino del Mediterraneo, che rimase completamente isolato rispetto all'Oceano Atlantico fino a circa 5.3 milioni di anni fa. Quando il Mare Mediterraneo iniziò ad evaporare il suo livello scese di 2000-3000 m. I fiumi che vi sfociavano ed i loro affluenti iniziarono un’intensa erosione verticale. L’area del Mediterraneo fu sottoposta a ripetuti cicli di essicamento e inondazione fino all’inizio del Pliocene, quando la paleo-soglia di Gibilterra si aprì di nuovo in maniera permanente, consentendo alle acque dell’Oceano Atlantico di riversarsi nella depressione asciutta del Mediterraneo. La notevole profondità del Lago di Como (circa 415 m), il più “abissale” dei Laghi Prealpini, si deve proprio all’intensa azione di erosione dei fiumi del periodo di crisi di salinità dell’antico Mediterraneo. A partire poi dal Pliocene, con il ristabilimento della circolazione fra il nostro Mare e l’Atlantico, le condizioni andarono via via stabilizzandosi fino ad un nuovo sconvolgimento ambientale, le glaciazioni del Pleistocene. Queste, a partire da 2 milioni di anni fa fino alle soglie dell’Olocene (l’epoca attuale), in un susseguirsi di avanzate e ritiri del ghiaccio portarono all’addolcimento del profilo delle vallate e al riempimento parziale del fondo del Lago di Como con i prodotti strappati dai ghiacciai nella loro lenta discesa dalle vette alpine. L’ultimo ritiro dei ghiacci, circa 15.000 anni fa, ha lasciato il Lago di Como come lo vediamo oggi, al termine di questo affascinante viaggio nel tempo dal Paleozoico ai giorni nostri.
 
 



















 
Fig. 40

















 
Fig. 41
     
 
 
VARIAZIONI ALL'ITINERARIO IN CASO DI MALTEMPO

In caso di maltempo, i partecipanti all’escursione effettueranno un percorso di apprendimento in materia geologica, svolto all’interno della Struttura direzionale del Parco della Breggia.
Divisi in gruppi, verranno coinvolti nelle seguenti attività:
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LABORATORIO ROCCE: I ragazzi entrano in contatto diretto con le rocce del Parco e imparano a riconoscerle. Una nuova, semplice chiave di lettura guida, in modo divertente e curioso, alla scoperta delle rocce del Parco.
• Luogo: nell'aula didattica (12 ragazzi)
• Partecipanti: fino a 12 ragazzi


LABORATORIO MICROPALEONTOLOGICO: I ragazzi sono guidati all’uso del microscopio stereoscopico e alla scoperta della fauna microfossile contenuta nelle rocce del Mendrisiotto e delle Gole in particolare.
• Luogo: aula didattica
• Partecipanti: una classe intera


SCOPERTA DEL MULINO DEL GHITELLO: una guida specializzata accompagna il docente e la sua classe nella scoperta dei segreti del Mulino.
• Luogo: Mulino del Ghitello e dintorni
• Partecipanti: una classe intera


GEOPUZZLE: I ragazzi costruiscono in modo corretto la successione di rocce del Parco. Con l'ausilio di foto a colori delle rocce, strutturate nella forma di tessere di un puzzle da applicare su una apposita base, si ottiene l'associazione dell'immagine della roccia al suo nome, età e ambiente di formazione.
• Luogo: nell'aula didattica
• Partecipanti: fino a 12 ragazzi

 
 
   
   
     
LOMBARDIA 1
.:: ITINERARIO ::.