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ITINERARIO |
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Edu-Geo
- ESCURSIONE ITALIA-SVIZZERA
Dalla
Terra all’Oceano e ritorno: 500
milioni di anni di storia geologica
Paolo
Oppizzi (Direttore Parco delle
Gole della Breggia)
Federico Aligi Pasquarè (Università
degli Studi dell’Insubria, Como)
Con la collaborazione di Filippo
Camerlenghi (Geologo divulgatore)
2010
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SINTESI
DEI CONTENUTI |
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Questa
escursione è un viaggio a ritroso
nel tempo, alla scoperta degli
ultimi 500 milioni di anni di
storia geologica in un territorio
delle Alpi Meridionali posto a
cavallo fra Italia e Svizzera
Italiana. Le rocce raccontano
la testimonianza di una lenta
ed incessante evoluzione da ambiente
continentale ad ambiente oceanico
ed infine ancora ad un paesaggio
emerso dalle acque e modellato
dall’azione dei fiumi e dei ghiacciai.
PRIMA
PARTE
Le Alpi Meridionali
sono un settore della catena alpina
esteso per circa 700 km in direzione
ovest-est, dalla regione di Ivrea
sino alle Dinaridi, e largo tra
50 e 150 km in direzione Nord-Sud.
Esse sono separate dalle Alpi
vere e proprie dalla Linea Insubrica,
grande faglia oggi inattiva che
corre in senso Est-Ovest. Una
delle peculiarità che distinguono
le Alpi Meridionali dal resto
della catena Alpina è che esse
furono “aggiunte” per ultime alla
grande catena alpina ormai formata:
di conseguenza, subirono deformazioni
tutto sommato ridotte, permettendo
oggi la ricostruzione della situazione
paleogeografica esistente a partire
da circa 200 milioni d’anni fa.
Fig.
1 - Alpi Meridionali nel contesto
delle catene montuose circostanti.
Le frecce indicano la direzione
verso cui sono state traslate
le enormi scaglie rocciose che
compongono le Alpi s.s. e le Alpi
Meridionali, separate tra loro
dalla Linea Insubrica. Lo spillo
rosso rappresenta la posizione
del Parco delle Gole della Breggia,
oggetto della seconda parte dell’itinerario.
B: Bellinzona BE: Berna BS: Basilea
MI: Milano LI: Linea Insubrica
L’escursione
inizia a Morcote (Svizzera), a
poche centinaia di metri dal confine
con l’Italia. In questa località
sulle rive del Lago di Lugano
inizia il viaggio nel tempo geologico
lungo una sequenza temporale da
rocce via via più giovani lungo
l’intera articolazione dell’itinerario.
La prima tappa del viaggio nel
tempo parte dal “basamento cristallino”,
termine con il quale i geologi
definiscono generalmente formazioni
rocciose precedenti la formazione
delle Alpi, che conservano al
loro interno i segni di eventi
geologici quali l’intrusione di
corpi magmatici in profondità
(i cosiddetti “plutoni”), il metamorfismo
e soprattutto la storia di deformazioni
tettoniche derivanti da antichissime
orogenesi precedenti quella alpina.
Il Basamento Cristallino qui esaminato
(Sosta 1) viene definito “Serie
dei Laghi” ed è costituito da
micascisti e paragneiss, rocce
metamorfiche che derivano dalla
trasformazione originarie rocce
sedimentarie. Gli eventi metamorfici
ricostruiti dagli esperti sono
riferibili a ben due orogenesi
precedenti a quella alpina: l’Orogenesi
Caledoniana e la successiva orogenesi
Varisica.
Degno di nota è il ritrovamento,
all’interno del basamento, di
frammenti erosi di minerali, gli
zirconi, la cui età è stata stimata
in 2500 milioni di anni, o 2.5
miliardi di anni! Un salto indietro
nel tempo nel “buio” del Proterozoico.
Nella stessa Sosta 1 si osserverà
il contatto fra il basamento cristallino
e una “pila” di rocce vulcaniche
emesse nel Permiano, al termine
dell’Era Paleozoica (attorno a
270 milioni di anni fa); queste
poggiano direttamente sul basamento
cristallino.
Successivamente ci si sposterà
in pullman (30’ circa) da Morcote
verso la sede del Parco delle
Gole della Breggia (Svizzera)
dove prendera avvio la seconda
parte dell’itinerario.
SECONDA
PARTE
Le 10 soste previste
nel Parco delle Gole della Breggia
rappresentano le sequenze di un
vero e proprio documentario di
storia geologica del nostro Pianeta,
i cui fotogrammi sono strati di
rocce sedimentarie che ci svelano,
attraverso gli organismi fossili,
le strutture e le deformazioni
subite, gli avvenimenti che si
sono lentamente snodati nel tempo
geologico.
Le rocce affioranti nel Parco
furono deposte in un intervallo
di tempo geologico di 100 milioni
di anni, qui “fossilizzati” nella
successione di formazioni rocciose
che, senza alcuna interruzione
testimoniano il passaggio da condizioni
di mare basso ad oceano profondo
e pullulante di organismi a scheletro
calcareo e siliceo, ed infine
di nuovo a condizioni di mare
basso provocate dalla lenta emersione
della futura catena alpina.
Nel Parco è inoltre possible osservare
gli effetti delle deformazioni
subite dagli strati rocciosi,
originariamente orizzontali ed
oggi variamente piegati ad opera
delle modificazioni tettoniche
che portarono alla formazione
delle Alpi.
Per capire l’evoluzione degli
eventi geologici successivi al
Permiano (ultimo periodo dell’Era
Paleozoica) nei territori oggi
occupati dalle Alpi Meridionali
è necessario partire dall’inzio
del Triassico, circa 250 milioni
d’anni fa, alba dell’Era Mesozoica,
teatro della più grande estinzione
di massa della storia geologica
e nel quale tutte le terre emerse
erano unite a costituire il supercontinente
Pangea.
Un mare, la Tetide, si insinuava
nel supercontinente da oriente
verso occidente, formandovi un
vasto golfo. In realtà la Tetide
comprendeva due bacini d’età diversa:
la Paleotetide ce, iniziatasi
ad aprire 200 milioni d’anni prima,
si stava progressivamente chiudendo.
La Neotetide conteneva in sé invece
la “promessa” della futura evoluzione
dell’intera catena alpina. Aveva
infatti iniziato ad aprirsi già
al termine del Permiano, staccando
dal Gondwana il continente Cimmerico,
una striscia continentale composta
da alcune piccole placche. Alla
punta occidentale del continente
Cimmerico si trovava Adria (o
Apulia), la microplacca che avrebbe
determinato l’evoluzione delle
Alpi Meridionali.
.
Fig. 2 - Triassico
inferiore: Pangea
I continenti sono come le tessere
di un puzzle, a formare la Pangea.
Il futuro Parco delle Gole della
Breggia (spillo rosso) è localizzato
sulla microplacca Adria, legata
al margine del Continente Cimmerico
in deriva verso Nord, a seguito
dell’apertura della Neotetide.
Al limite fra Triassico
inferiore e Triassico medio (245
milioni di anni fa) la regione
ove oggi si trova il Parco fu
progressivamente invasa dalle
acque della Tetide provenienti
da oriente. Il risultato fu un
paesaggio simile a quello delle
piattaforme carbonatiche attuali,
quali ad esempio le isole Bahamas:
isolotti e secche di pochi metri
di profondità si alternavano a
bacini poco più profondi e larghi
alcuni chilometri.
Con il passaggio al Triassico
superiore (220-204 milioni di
anni fa) e, soprattutto, al Giurassico
inferiore (a partire da 200 milioni
di anni fa), il margine di Adria
iniziò ad essere intaccato da
un’intensa fase di lacerazione
della crosta terrestre (rifting).
La dilatazione si concentrò su
alcune faglie principali che,
con forma a cucchiaio e profondità
fino a una ventina di chilometri,
separavano blocchi “basculati”
(scivolati e ruotati) di crosta
terrestre, larghi alcune decine
di km. Si creò una successione
di zone rialzate e di bacini asimmetrici
(semigraben), in rapido approfondimento.
La vecchia piattaforma di mare
basso venne letteralmente “annegata”
e sostituita da un fondale disomogeneo.
Fig. 3 - La
regione del Parco sul margine
dell’Adria durante la fase di
lacerazione della crosta terrestre
(rifting)
La piattaforma triassica (giallo)
si frammenta e sprofonda lungo
faglie che suddividono la parte
superiore della placca (ocra)
in blocchi ruotati e scivolati
al di sopra della parte inferiore
(marrone). FL: Faglia di Lugano
Freccia piccola: posizione delle
future Gole della Breggia
Focalizzando la
nostra attenzione sulla zona nella
quale oggi si trova il Parco,
questa era compresa all’interno
dell’ampio Bacino Lombardo, esteso
tra gli attuali Lago Maggiore
e Lago di Garda. Qui si delineò
il Bacino del Generoso, largo
una trentina di chilometri e confinato
ad ovest da un alto, la Soglia
dell’Arbostora; tra la soglia
ed il bacino esisteva una faglia
diretta molto attiva: la Faglia
di Lugano. Dalle ripide scarpate
sottomarine generate da questa
faglia, di tanto in tanto si distaccavano
dense miscele di acqua, sabbia
e fango (correnti di torbida)
che scivolavano lungo il pendio
e andavano a depositarsi sui fanghi
che coprivano il fondale.
Nell’insieme, queste alternanze
di sedimenti pelagici e torbiditici
sono oggi rappresentati dal Calcare
di Moltrasio (Sosta 2).
.
Fig. 4 - La
Soglia dell’Arbostora ed il Bacino
del Generoso durante la deposizione
del Calcare di Moltrasio (Giurassico
inferiore)
Alla fine del Giurassico
inferiore, l’intero Bacino Lombardo
fu soggetto ad un processo di
“sprofondamento” che portò all’instaurazione
di condizioni pelagiche, ovvero
di mare profondo.
Questo mutamento paleogeografico
è riflesso nelle rocce del Parco
dove, al di sopra dei banchi e
strati di colore grigio del Calcare
di Moltrasio troviamo gli strati
varicolori del Calcare di Morbio,
del Rosso Ammonitico Lombardo
(Sosta 3) e dei Calcari e marne
a lamellibranchi pelagici (Sosta
4).
Dopo questi si deposero sedimenti
carbonatici oggi conservati sotto
forma di Calcari pelagici e torbiditici,
che sono preludio alla comparsa,
a partire dal Giurassico medio,
di rocce completamente diverse
e quasi esclusivamente silicee:
le Radiolariti (Sosta 5).
Al passaggio tra Giurassico e
Cretacico, 145 milioni d’anni
fa, a seguito della deposizione
dei sedimenti che oggi formano
il Rosso ad Aptici (Sosta 6, insieme
alla Maiolica) si depositarono
i calcari della Maiolica Lombarda
(Sosta 6, insieme al Rosso ad
Aptici). Tra gli strati regolari
della Maiolica s’intercalano livelli
di argilliti scure, che rappresentano
processi di sedimentazione dei
cosiddetti livelli “anossici”,
connessi con la catastrofica riduzione
dell’ossigenazione sul fondo degli
oceani (Sosta 7). Nel Bacino del
Generoso, a partire dall’Aptiano
(circa 120 milioni d’anni fa),
la Maiolica fu sostituita dalla
deposizione di fanghi emipelagici.
Questo termine indica fanghi contenenti
particelle d’argilla provenienti
dall’erosione dei continenti che,
una volta riversatesi in mare
vi rimangono in sospensione raggiungendo
notevoli distanze dalla costa.
Oggi li ritroviamo nelle marne
della formazione della Scaglia
(Sosta 8), miscuglio tra calcare
e argilla.
Circa 100 milioni d’anni fa, all’inizio
del Cretacico superiore, la Tetide
Alpina fu soggetta alle conseguenze
di un evento geodinamico di importanza
fondamentale per la futura evoluzione
della catena alpina: l’apertura
dell’Atlantico Meridionale.
.
Fig. 5 - Cretacico
superiore: chiusura della Tetide
Alpina
L’apertura dell’Oceano Atlantico
Meridionale innescò la rotazione
antioraria dell’Africa e dell’Adria.
Quest’ultima compresse la Tetide,
causandone la progressiva chiusura
Spinta dall’espansione
del nuovo oceano, l’Africa si
staccò dal Sudamerica ruotando
in senso antiorario e schiacciando
in una morsa la Tetide. Essendo
più pesanti di quelle dei due
continenti, le rocce della Tetide
iniziarono a sprofondare sotto
l’Adria. Il vecchio oceano si
consumò progressivamente ed i
suoi sedimenti si inarcarono,
formando le prime grandi pieghe
allungate in direzione est-ovest,
coincidente con la direzione delle
Alpi attuali. Benchè il fenomeno
avvenisse molto più a nord della
regione del Parco, esso venne
“registrato” nelle sue rocce.
Infatti, intorno a 95 milioni
d’anni fa, tra gli ultimi livelli
della Scaglia iniziarono ad intercalarsi
gli strati del Flysch (Sosta 9),
una sabbia composta di frammenti
di rocce e d’organismi di mare
basso, trascinati in profondità
attraverso periodiche correnti
di di torbida. Quelli che oggi
leggiamo nelle rocce del Flysch
sono chiari indizi dell’inizio
della formazione delle Alpi, della
loro emersione e successiva erosione;
il Flysch chiude la successione
di rocce di origine marina del
Parco, iniziata 100 milioni d’anni
prima.
.
Fig. 6 - Evoluzione
schematica dell’area del Parco
durante l’Era Mesozoica
All’inizio dell’Era
Cenozoica, 65 milioni d’anni fa,
l’oceano della Tetide era quasi
del tutto consumato. Una volta
esauritosi il “cuscino” che li
separava, i margini continentali
di Europa e Adria entrarono in
collisione, generando la deformazione
delle rocce sotto forma di pieghe
(Sosta 10) e faglie. L’evento
di deformazione raggiunse la massima
intensità nella cosiddetta fase
mesoalpina (45-30 milioni d’anni
fa) e continuò nella successiva
fase neoalpina (23-5 milioni di
anni fa). La fase mesoalpina è
diretta conseguenza della collisione
tra Adria ed Europa e generò,
nelle Alpi Centrali, le gigantesche
scaglie di roccia rovesciate verso
nord. È però la successiva fase
neoalpina ad avere conferito l’attuale
fisionomia alla regione del Parco
ed alle Alpi Meridionali. Intensi
movimenti laterali lungo la Linea
Insubrica, ma anche l’innalzamento
(valutato in 15-20 km) del blocco
a nord della stessa, separarono
il destino geologico delle Alpi
Meridionali dal resto della catena
alpina, inducendo le deformazioni
a propagarsi verso sud (Fig. 1).
Si formarono le Alpi che conosciamo
oggi, caratterizzate da un doppio
volto, a guardare il Mediterraneo
e l’Europa centrale. Parallelamente
avvenne il generale innalzamento
delle Alpi, che raggiunsero nella
fase neoalpina quote probabilmente
comprese tra i 5000 ed i 10000
m.
Spunti
didattici
Oggi, per fortuna, il grande
sistema di faglie della Linea
Insubrica è inattivo, perché nel
passato geologico deve avere dato
luogo a terremoti molto simili
a quello avvenuto a gennaio 2010
ad Haiti, dovuto proprio ad una
grande faglia trascorrente. Lo
spostamento totale di 60 km fra
i due blocchi a contatto della
Linea Insubrica si è prodotto
attraverso innumerevoli terremoti,
molti dei quali ebbero magnitudo
prossima a quella del terremoto
di Haiti. Se questo grande sistema
di faglie fosse attivo oggi, il
territorio delle Alpi e delle
Prealpi sarebbe soggetto ad un
rischio sismico simile a quello
che, come il terremoto dell’Abruzzo
del 2009 testimonia, minaccia
la dorsale appenninica centro-meridionale.
Fig. 7 - Principali
eventi nelle Alpi e nel Parco
durante l’Era Cenozoica. Schema
riassuntivo
Le maestose quote
inizialmente raggiunte dalle Alpi
andarono rapidamente a diminuire
a causa dell’erosione che produsse
i detriti della cosiddetta Molassa
Subalpina, presente a Nord delle
Alpi ed anche a Sud delle stesse
(localmente nota come Gonfolite
Lombarda, sosta 12). Nel corso
del Miocene anche il territorio
ove oggi si trova il Parco, che
fino ad allora era stato una sorta
di “catino” marino nel quale venivano
convogliati i detriti dei fiumi
provenienti dalle cime alpine
in smantellamento, si erse sopra
il livello del mare. Le sue rocce,
soggette ad un clima di tipo tropicale
umido, si alterarono profondamente
e vennero poi incise da profondi
canyon prodotti dalla "crisi di
salinità” del Mare Mediterraneo
(si veda la terza parte). Già
verso la fine del Messiniano,
queste profonde valli furono in
gran parte colmate da enormi volumi
di detriti di origine alluvionale.
Questo complesso contesto paleogeografico,
in rapida e drammatica evoluzione,
è ben espresso dal Conglomerato
di Pontegana, originato da ripetute
colate di fango e detriti (Sosta
11).
TERZA
PARTE
Durante la Sosta
12, in territorio italiano (Comune
di Como), è possibile osservare
un affioramento significativo
di Gonfolite Lombarda che, come
già espresso, è parte della successione
sedimentaria marina nota come
Molassa Subalpina risultante dall’erosione
accelerata delle Alpi in rapido
sollevamento. Dallo stesso punto
si potrà osservare il ramo occidentale
del Lago di Como, la cui accentuata
profondità è il risultato di processi
di erosione fluviali innescati
dalla “crisi di salinità” avvenuta
al termine del Miocene, quando
l’afflusso d’acqua dall’Atlantico
al Mediterraneo attraverso lo
stretto di Gibilterra s’interruppe
e si verificò il progressivo disseccamento
del Mare Mediterraneo (nell’intervallo
di tempo geologico tra 6 e 5,3
milioni di anni fa). I fiumi che
sfociavano nel paleo-Mediterraneo
ed i loro affluenti iniziarono
allora un’intensa opera di erosione
verticale, incidendo il loro letto
sino a quote inferiori di 500-700
m rispetto all’attuale livello
del mare. Questo evento fu responsabile
non solo della deposizione di
estesi livelli di rocce evaporitiche
che fanno mostra di sè in alcune
regioni italiane, ma anche dell’approfondimento
dei laghi prealpini come il Lago
di Como. |
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PERCORSO |
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Alpi Meridionali
- Italia: Comune di Como; Svizzera:
Canton Ticino, Comune di Morcote,
Comune di Morbio Inferiore.
Fig. 8 - Escursione
IS. Itinerario complessivo con
successione delle Soste (1-12).
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Soste
e spostamenti |
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Partenza
prevista alle ore 9.00 dal Comune
di Morcote (CH). Termine dell’escursione
previsto nel Comune di Como alle
ore 16.30.
Tempo complessivo: 7 h e 30’,
suddivisi in 6 h 30’ di lavoro
+ 1 h di sosta ristoro.
.
PRIMA PARTE
SOSTA
1 - Nella notte del tempo geologico
(durata 20’)
Comune
di Morcote (CH). Nessuno spostamento.
Indicazioni per la sosta: posteggiare
il pullman nel piazzale
Questa sosta consentirà di osservare
le rocce più antiche dell’intero
itinerario. Il basamento cristallino
è costituito da rocce metamorfiche
come gneiss e micascisti, e rocce
magmatiche quali i graniti. La
porzione in assoluto più antica
di questo basamento ha un’età
di oltre 2 miliardi di anni e
contiene corpi magmatici acidi
la cui età è stata calcolata con
metodi radiometrici, in circa
500 milioni di anni.
Le rocce metamorfiche che osserviamo
in questa sosta (Fig. 9) derivano
dal metamorfismo di rocce sedimentarie
dell’Era Paleozoica. La loro tessitura,
osservabile in dettaglio, è caratterizzata
dalla disposizione dei minerali
in piani orientati e da pieghe
anche di piccolissime dimensioni.
Questi sono chiari indizi delle
immani pressioni alle quali le
rocce sedimentarie Paleozoiche
furono soggette durante due successivi
cicli di formazione di catene
montuose: quello Caledoniano e
quello Varisico (anche detto Ercinico).
Il Basamento che osserviamo è
dunque ciò che resta di successioni
rocciose deformate più volte nel
corso della formazione di antiche
catene montuose delle quali troviamo
resti soprattutto in Europa, dalla
Scandinavia alla Francia alla
Russia. Queste rocce, dopo essere
state deformate e sottoposte a
metamorfismo, furono modellate,
erose da fiumi e “piallate” da
ghiacciai, fino a trasformarsi
in una sorta di “tavolato”, sopra
al quale si deposero le rocce
che documentano il successivo
scorrere del tempo geologico,
da quelle vulcaniche del termine
del Paleozoico fino a quelle sedimentarie
del Mesozoico.
Ci troviamo ora nella difficoltà
di segnare un orario di partenza
nel nostro viaggio nel tempo geologico:
l’imbarazzo deriva dal fatto che
questo basamento contiene rocce
antiche 2 miliardi di anni, oltre
a frammenti di zirconi vecchi
2.5 miliardi di anni. Non essendo
qui disponibili sufficienti dettagli
per descrivere gli eventi precedenti
a 500 milioni di anni, possiamo
assumere l’età dei graniti, all’alba
dell’Era Paleozoica, come punto
di partenza del nostro viaggio
nel tempo.
Fig. 9
- Il Basamento Cristallino, composto
da rocce metamorfiche (micascisti).
Il minerale più rappresentativo
di queste rocce è la mica muscovite,
che spicca per la particolare
lucentezza
Nella stessa sosta
possiamo osservare la successione
che si è deposta direttamente
sopra il basamento cristallino:
si tratta di rioliti, rocce vulcaniche
effusive (Fig. 10) derivanti dal
raffreddamento di colate di lava
a chimismo acido, molto viscose,
che emesse da centri vulcanici
ormai scomparsi, scorrevano sulle
rocce del basamento fino a solidificare
a diretto contatto con lo stesso.
Oggi si presentano alla nostra
attenzione sotto forma di rocce
di colore chiaro, molto compatte,
nelle quali spiccano grossi cristalli
rosa (fenocristalli) di feldspato
potassico.
Fig. 10
- Un particolare delle rocce vulcaniche
effusive poste al di sopra del
Basamento. In evidenza i fenocristalli
di feldspato potassico, lunghi
fino a 2 cm.
Spunti
didattici
Nel Permiano medio-superiore
(circa 270 milioni di anni fa),
nell’area oggi occupata dall’edificio
Sudalpino, iniziò una fase di
estensione tettonica che favorì
la formazione di faglie normali
lungo le quali poterono risalire
grandi volumi di magma. Questi
sistemi di faglia rappresentano
la CAUSA all’origine dell’emissione
di lave e flussi piroclastici
che formano estesi depositi disseminati
da Ovest ad Est nell’edificio
delle Alpi Meridionali fra l’Alto
Adige e il varesotto. Il MOVENTE
fu rappresentato dalle prime “avvisaglie”
della fatturazione del Pangea
ad opera della dinamica tettonica
a scala globale. Il Pangea era
ai tempi l’unico mega-continente
che, circondato da un immenso
unico oceano, si era lentamente
assemblato durante l’Era Paleozoica.
La sua progressiva frammentazione,
che si affermerà nella successiva
Era Mesozoica, avrà effetti fondamentali
sull’evoluzione geologica di questo
settore delle Alpi Meridionali,
come si vedrà durante la seconda
parte dell’itinerario.
Prima di lasciare la sosta del
Basamento, è utile ricordare ai
partecipanti che questo “tavolato”
racchiude in sé come un libro,
la storia di quasi tutta l’Era
Paleozoica, dal Periodo Ordoviciano
al Periodo Permiano - da 500 milioni
di anni fa a circa 270 milioni
di anni fa. Esso sintetizza la
FORMAZIONE di antichissime rocce
- sedimentarie e magmatiche -
la loro DEFORMAZIONE (e relativo
metamorfismo) nel corso di due
orogenesi, ed il successivo MODELLAMENTO
ed erosione.
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Spostamento
Morcote - Parco della Breggia
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(durata:
30’, in pullman) |
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Seconda
parte |
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SOSTE
2 - 11. Parco della Breggia
( Durata
5 h 40’, inclusa la proiezione
di una serie di slide power point
in aula (30’) e la pausa pranzo
(1 h))
Arrivo del pullman a Morbio
Superiore (CH). Indicazioni per
la sosta: parcheggio temporaneo
del mezzo presso la fermata dell’Autopostale,
davanti alla Chiesa di S. Anna.
I partecipanti scendono e il mezzo
prosegue fino al posteggio del
Mulino del Ghitello (15’).
Si entra nel Parco dall’entrata
di Morbio Superiore (CH). Da qui
ci si dirige verso la Sosta 2.
Durata: 10’ a piedi.
.
Fig. 11
- Carta geologico-geoturistica
del Parco delle Gole della Breggia,
con indicazione delle soste, numerate
da 2 a 11
SOSTA
2 - Le rocce sedimentarie più
antiche
(durata:
20’)
Il settore geologicamente più
antico del Parco è rappresentato
dal Calcare di Moltrasio, anche
detto Calcare Selcifero Lombardo.
Questa formazione rocciosa compone
praticamente tutto il Monte Generoso
per uno spessore totale intorno
ai 4000 m. La sua origine è legata
all’apertura del bacino marino
omonimo, dovuta ai processi di
lacerazione della crosta terrestre
che, già iniziati nel precedente
periodo Triassico, portarono alla
progressiva apertura ed al graduale
approfondimento dell’oceano Tetide.
Nel Parco è osservabile solo la
porzione superiore, e dunque più
giovane, di quest’impressionante
catasta di strati calcarei: sono
gli ultimi 100 m, corrispondenti
a 195 milioni d’anni fa (Giurassico
inferiore).
Fig. 12 - Calcare
di Moltrasio. Gli strati del Calcare
di Moltrasio. In evidente contrasto
con la loro planarità, si osserva
un grosso masso erratico (a destra,
sulla riva del torrente).
E’ composto da strati calcarei,
regolari, di color grigio chiaro
e aventi spessore di alcuni decimetri;
tra essi s’intercalano sottili
strati marnosi. La silice tanto
abbondante in questo calcare deriva
dai minuscoli aghetti, detti spicole,
che costituiscono lo scheletro
delle spugne silicee. Essi sono
fatti di opale (silice non cristallina).
Probabilmente le spugne silicee
colonizzavano la scarpata del
bacino e venivano trascinate sul
fondale, a 1000 o più metri di
profondità sotto forma di correnti
di torbida, il cui accumulo è
oggi rappresentato dagli strati
di calcare grigio.
La marna è invece una roccia che
risulta dalla miscela di calcare
e argilla in parti più o meno
uguali. Deriva dalla trasformazione
in roccia di un fango finissimo
che ricopriva il fondale nei periodi
non distubati dalle correnti di
torbida. La marna è molto più
tenera del calcare tanto che si
può scalfire con l’unghia. Sugli
strati di calcare riposa un grosso
blocco la cui tipologia e composizione
sono del tutto diverse da quella
delle rocce del parco. Siamo dunque
in presenza di un masso erratico,
abbandonato da un antico ghiacciaio
che, dopo la sua massima avanzata
(avvenuta circa 15.000 anni fa),
stava progressivamente arretrando
verso le cime montuose.
Spunti
didattici
Oggi
gli strati del Calcare di Moltrasio
appaiono con un profilo caratteristico,
con strati più spessi alternati
a strati più sottili, questi ultimi
rientranti rispetto ai primi.
Quali sono gli eventi ed i processi
che hanno prodotto questa alternanza
e questo profilo “dentellato”?
Possiamo schematizzare 4 fasi,
come espresso in Fig.13.
1. Deposizione di una “pioggia”
di particelle finissime.
2. Accumulo delle particelle stesse
fino a formare lo di fango strato
più scuro.
3. Correnti di torbida che scorrono
sullo strato scuro.
4. Accumulo delle particelle (grossolane
alla base, via via più fini verso
il tetto) fino a formare gli strati
più spessi di colore grigio chiaro.
Una volta che questa ritmica alternanza
di strati di diverso spessore
e con differente consistenza è
emersa a seguito del sollevamento
delle Alpi, sono intervenuti processi
di erosione selettiva fluviale
e alterazione superficiale (cicli
di gelo-disgelo, acque piovane,
ruscellamento, etc).
La diversa resistenza all’erosione
dei due tipi di rocce ha fatto
“sporgere” gli strati di calcare
e “rientrare” quelli di marna,
formando un tipico “profilo dentellato.
Questi processi sono tuttora in
atto.
Fig. 13 - Le
fasi che hanno prodotto l’alternanza
fra strati spessi, calcarei, e
strati sottili, marnosi. A sinistra,
gli strati calcarei e quelli marnosi,
questi ultimi evidenziati con
la lettera “m” (in rosso). A destra,
schema delle fasi descritte nel
testo.
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Sosta
3 - Il dominio delle ammoniti
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(durata: 20)
Fig. 21
- Escursione FR1. Sosta 5.
Il Rosso Ammonitico Lombardo
ha, nel Parco delle Gole della
Breggia, uno spessore complessivo
di 15 m. L’aggettivo “Lombardo”
distingue questo Rosso Ammonitico
da altre formazioni di età e/o
località differenti tra le quali
il Rosso Ammonitico Veronese,
molto usato quale pietra ornamentale.
In soli 2 metri di roccia di Rosso
Ammonitico è racchiuso un milione
d’anni: la velocità alla quale
questa roccia si deponeva sul
fondale era dunque 1/10 rispetto
al Calcare di Moltrasio. Nell’insieme,
l’affioramento di Rosso Ammonitico
Lombardo racchiude circa 7.5 milioni
d’anni di storia della Terra.
Consideriamo questa evidenza come
EFFETTO, rappresentato da un crollo
delle velocità di sedimentazione
da valori dell’ordine dei decimetri
per migliaio d’anni (Calcare di
Moltrasio) a quelli dei millimetri
per migliaio d’anni. La CAUSA
deve essere fatta risalite allo
sprofondamento degli “alti strutturali”
la cui erosione progressiva aveva
alimentato con grandi quantità
di sedimenti le zone più profonde,
come testimoniato dagli strati
del Calcare di Moltrasio. Il MOVENTE
fu il motore della tettonica a
zolle che, attraverso il continuo
processo di lacerazione crostale,
portò l’intero Bacino Lombardo,
compresi quindi gli alti sino
allora esistenti, a sprofondare
e rendere così possibile il prevalere
di condizioni di mare aperto.
Questo scarso volume di sedimenti
ha avuto però come conseguenza
una maggiore concentrazione di
fossili: si tratta in particolare
di ammoniti, dalle quali deriva
il nome della formazione rocciosa;
il “rosso” deriva invece dagli
ossidi di ferro. La parte basale
dell’affioramento è data da marne
rosse a noduli biancastri. Il
numero di ammoniti racchiuse nella
roccia è molto alto; queste appaiono
però parzialmente disciolte e
corrose.
Fig. 14 - Marne
nodulari con ammoniti
Grande concentrazione di ammoniti,
in maggioranza disciolte.
Spunti
didattici
Esistono
diverse interpretazioni sui fenomeni
che hanno portato a generare l’aspetto
nodulare di queste rocce, che
possiamo considerare un EFFETTO,
la cui CAUSA è da ricercare nella
composizione chimica delle conchiglie
delle ammoniti: esse erano fatte
di un minerale carbonatico particolarmente
instabile e solubile, l’aragonite.
I gusci venivano sciolti dopo
essere stati sepolti, a causa
della pressione esercitata dai
sedimenti sovrastanti. Questo
processo metteva in circolazione
il calcare biancastro che in seguito
poteva accumularsi a costituire
i noduli. Un altro aspetto molto
evidente di queste rocce è la
regolarità dell’alternanza fra
strati calcarei e quelli marnosi,
che può essere attribuita a variazioni
cicliche del clima. A ciascuna
condizione climatica corrispondono
infatti precise condizioni ambientali
(ad esempio, la diffusione di
alcuni organismi piuttosto che
altri; un diverso tasso di erosione
delle terre emerse; un differente
regime delle correnti) che producono
poi sedimenti diversi sui fondali
marini. I sedimenti sono quindi
lo specchio del clima e gli strati
di roccia in cui i sedimenti si
sono trasformati ne rappresentano
l’archivio.
Fig. 15 - Alternanza
regolare calcari-marne. Alternanza
ritmica tra calcari marnosi nodulari
(evidenziati dalle due estremità
della matita) e marne (dietro
la matita, livello rosa scuro,
rientrante in quanto maggiormente
eroso).
Spunti
didattici
Quali
sono le cause di questi cicli
climatici? Prima di tutto occorre
valutare il loro ordine di grandezza
in termini di tempo (anni? Secoli?
Migliaia di anni? Milioni di anni?).
La risposta è scritta negli strati.
Se consideriamo la Fig.14 e teniamo
a mente che 2 metri di Rosso Ammonitico
corrispondono ad un milione di
anni, la figura fotografa un totale
di oltre 200.000 anni di storia
della Terra: ogni strato può rappresentare
pertanto da 10.000 a 50.000 anni.
Variazioni del clima su periodi
così lunghi possono essere dovute
a cause astronomiche, che producono
fluttuazioni della temperatura,
dell’insolazione e della lunghezza
delle stagioni sul nostro pianeta.
La forma (più o meno ellittica)
dell’orbita terrestre varia con
un periodo intorno a 100.000 anni,
durante il quale varia la differenza
fra la distanza minima e massima
della Terra dal Sole. Anche l’inclinazione
dell’asse di rotazione varia progressivamente
con periodicità di circa 40.000
anni. Infine, la Terra si muove
come una trottola; il punto della
sfera celeste al quale punta l’asse
di rotazione (oggi la Stella Polare)
cambia seguendo una traiettoria
circolare con periodicità di 26.000
anni. Questi moti, detti “millenari”
esercitano una chiara influenza
sul clima della Terra: è immediato
constatare, ad esempio, che farebbe
più caldo qualora ci si trovasse
più vicini al Sole o i raggi giungessero
sulla superficie del Pianeta meno
inclinati e dunque più vicini
alla perpendicolare. Come si è
visto, queste variazioni astronomiche
hanno luogo con tempi diversi.
A scadenze regolari, tuttavia,
i loro effetti si sommano e si
amplificano, modificando il clima.
Si tratta di variazioni cicliche
che sono destinate a ripresentarsi,
seppure lungo un lasso di tempo
più lungo di quello “umano”.
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Sosta
4 - Nuovi organismi accanto alle
ammoniti |
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(durata: 20)
Sovrapposti stratigraficamente al
Rosso Ammonitico Lombardo vi sono
i Calcari e marne a lamellibranchi
pelagici. Con essi si ha un netto
cambiamento dal colore rosso cupo
delle rocce precedenti e si entra
nel periodo Giurassico medio. L’orologio
geologico segna circa 180 milioni
d’anni. Questa formazione rocciosa
è composta da un’alternanza di strati
di calcare bianco, tendenti al verde
o al rosa, separati da strati di
marna rosa o rossa. Fig.
16 - Calcari e marne a lamellibranchi
pelagici. Base della serie di
strati, poco sopra il Rosso Ammonitico.
Le ammoniti sono molto diffuse,
accompagnate da altri cefalopodi,
quali rari nautiloidi e belemniti.
Il nome della formazione si riferisce
però ad organismi diversi, che
in questi strati sono presenti
in enorme concentrazione. Essi
sono visibili già con la lente
di ingrandimento, ma si possono
esaminare in dettaglio solo al
microscopio: si tratta di sottili
gusci di bivalvi (lamellibranchi)
lunghi appena 2-3 mm; a dispetto
delle dimensioni irrisorie, il
loro numero è tanto elevato che
essi compongono spesso l’intera
roccia.
Fig. 17
- Piccoli, ma innumerevoli. Sottili
gusci di bivalvi di dimensioni
minuscole compongono quasi interamente
una sezione di roccia vista al
microscopio.
Dal Prato delle Streghe, guardando
in direzione dell’alveo incassato
si può notare una delle strutture
più spettacolari del Parco. Si
tratta di un intervallo roccioso,
dello spessore di circa 9 metri,
composto da strati contorti e
talora fratturati, compresi “a
sandwich” tra strati regolari
e continui, come evidente in particolare
a tetto dell’affioramento. Si
tratta di un fenomeno noto come
scivolamento sottomarino (slumping,
“piega gravitativa”).
Fig. 18 -
Scivolamento sottomarino (piega
gravitativa, slumping). Sopra: strati
piegati e fratturati, a testimoniare
una deformazione avvenuta quando
i sedimenti erano ancora allo stato
plastico. Sopra alle pieghe la stratificazione
torna regolare, attestando il ritorno
alla normalità sul fondale marino.
E’ proprio questa giacitura “a sandwich”,
con strati contorti compresi tra
strati regolari e continui, a permettere
il riconoscimento dell’origine della
struttura. Sotto: schema del fenomeno
Spunti
didattici A
partire dall’osservazione del dato
possiamo considerare come EFFETTO
la presenza di questo spessore caratterizzato
dalla disposizione caotica di strati
contorti, piegati e ripiegati, compresi
entro strati a stratificazione continua
e regolare. Possiamo ora speculare
sulla CAUSA: non si tratta di un
fenomeno avvenuto durante la formazione
delle Alpi, quando le rocce stratificate
del Parco sono stati innalzate,
inclinate e talora piegate, ma di
un evento accaduto ben prima (170
milioni d’anni fa) sull’antico fondale
marino, mentre i sedimenti si stavano
depositando. E’ probabile che lungo
un pendio irregolare si sia staccato
un pacco di strati che, per il proprio
peso, ha continuato a scivolare
verso il basso. Gli strati erano
già ben compattati ma non ancora
divenuti roccia rigida: per cui
si sono piegati, arrivando anche
a rompersi. Dopo quest’evento è
ripresa la regolare deposizione
dei sedimenti a formare strati continui
e paralleli. Questa interpretazione
spiega perfettamente l’apparente
ripetersi degli strati nella successione
verticale; in realtà sono sempre
gli stessi strati, ripiegati e coricati,
a ripresentarsi più volte. Possiamo
ora azzardare un probabile MOVENTE
per la generazione di questo spettacolare
slumping. Può essere stato un evento
sismico sottomarino ad innescare,
attraverso lo scuotimento del pendio
sul quale giacevano gli strati non
ancora rigidi, il loro distacco,
scivolamento e “rideposizione” sotto
forma di un insieme caotico di strati”.
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Sosta
5 - All’improvviso, i radiolari
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(durata:
20’ )
Questo tratto di sentiero è
munito di passerelle in legno
che consentono di attraversare
il versante instabile. E’ necessario
prestare dunque la massima attenzione.
Il sentiero percorre le gole in
sponda destra, attraversando un
tratto particolarmente incassato
e aprendo la vista su rocce appartenenti
al gruppo delle Radiolariti.
Fig. 19
- Le Radiolariti. Il sentiero
del Parco a contatto con le Radiolariti
ben stratificate (dettaglio con
matita).
Come si è visto in altre rocce
precedentemente considerate, anche
queste sono fatte di fossili.
Il loro nome deriva infatti dai
radiolari, organismi unicellulari
ancora oggi diffusi nel plancton
marino. I loro gusci microscopici
sono composti di silice, come
il vetro, e proprio come quest’ultimo
sono trasparenti e fragili; inoltre,
sono talmente diffusi da comporre
la roccia intera. Molto particolare
il fatto che sono del tutto assenti
i fossili a guscio calcareo. Con
le loro forme armoniose i radiolari
sono testimoni di un mare profondo,
divenuto vero oceano. Siamo nel
Giurassico medio-superiore, circa
160 milioni d’anni fa .
Fig. 20 -
Microscopici architetti Questa sezione
di roccia vista al microscopio rivela
radiolari di forme diverse, soprattutto
sferiche, A destra, il particolare
di un esemplare ne evidenzia l’elaborata
architettura
Spunti didattici
La
presenza esclusiva nelle Radiolariti
di resti di organismi a scheletro
siliceo, e la concomitante assenza
di gusci carbonatici, sono considerabili
come EFFETTO di un evento che ha
portato alla mancata conservazione
di fossili, come ad esempio le ammoniti,
fino a questo momento dominanti
all’interno delle rocce. Si può
fare riflettere gli studenti sulla
possibile CAUSA: la prima ipotesi
è un’estinzione completa di tutti
gli organismi marini a scheletro
carbonatico. E’ tuttavia un’ipotesi
da scartare immediatamente, in quanto
le ammoniti si estinsero alla fine
dell’Era Mesozoica (chiedere a questo
punto agli studenti quali altri
organismi di maggiori dimensioni
si estinsero 65 milioni di anni
fa!), 95 milioni di anni dopo la
deposizione delle Radiolariti. La
CAUSA non è dunque una grande estizione
di massa, e va ricercata in particolari
condizioni che impedivano la conservazione
del carbonato di calcio dopo la
morte degli organismi. Queste condizioni
furono innescate da un approfondimento
del bacino fino a condizioni di
vera e propria piana oceanica: con
l’aumento della profondità, infatti,
le acque oceaniche diventano progressivamente
sottosature (in altri termini “corrosive”)
nei confronti del carbonato di calcio
che tende pertanto a sciogliersi,
a differenza della più resistente
silice. E’ ciò che accadde nel bacino
di deposizione delle Radiolariti
fra 160 e 145 milioni di anni fa,
ed è esattamente quello che avviene
anche negli oceani attuali dove,
al di sotto di una profondità critica
oscillante tra 3500 e 5500 m (detta
profondità di compensazione dei
carbonati) non esistono praticamente
più depositi carbonatici e i fini
fanghi silicei sono l’unico tipo
di sedimento sul fondale. I geologi
ritengono tuttavia che, nel Giurassico,
la profondità critica dei carbonati
fosse generalmente minore rispetto
ad oggi, attestandosi intorno ai
2000-2500 m; essa varia infatti
in funzione della quantità di carbonato
di calcio prodotta dal plancton,
allora probabilmente ridotta in
confronto ad oggi |
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Sosta
6 - Il mistero degli aptici e
il passaggio fra Giurassico e
Cretacico |
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(durata:
30’ )
All’estremità nord della vecchia
cava di Maiolica (“Biancone”)
si giunge al brusco passaggio
tra due rocce ben diverse tra
loro: il Rosso ad Aptici e la
Maiolica Lombarda. Il contatto
fra le due litologie rappresenta
la transizione tra i periodi Giurassico
e Cretacico, 145 milioni di anni
fa. Entrambe le rocce testimoniano
grandi novità negli organismi
che popolavano l’oceano. Al termine
della lunga serie silicea delle
Radiolariti si assiste qui al
rinnovato predominio dei calcari.
Fig.
21 - Contatto tra Rosso ad Aptici
e Maiolica Lombarda Foto e disegno
illustrativo. Gli strati diven¬tano
più giovani muovendosi da destra
verso sinistra. Il Rosso
ad Aptici, calcare ricco di silice
e argilla, costituisce la parte
terminale e dunque più giovane
del gruppo delle Radiolariti.
Qual è l’origine del nome di questa
roccia? Se il termine “Rosso”
è facilmente comprensibile, “ad
Aptici” non lo è altrettanto.
In realtà il termine “aptici”
rimanda a quello che è stato un
vero e proprio enigma per i paleontologi
di tutto il mondo.
Spunti
didattici E’
utile invitare i partecipanti ad
individuare gli “aptici” ispezionando
la superficie dell’affioramento
roccioso. I più attenti potranno
scoprire fossili a volte minuscoli,
a volte grandi alcuni centimetri.
Facciamo osservare come la superficie
degli “aptici” sia ornata da rilievi
concentrici che ricordano l’aspetto
dei gusci dei bivalvi (si può citare
qualcosa di famigliare a tutti,
come ad esempio una comune vongola).
Ed è proprio così che gli “aptici”
furono in origine interpretati dai
paleontologi. Non si tratta però
di bivalvi, ma di parti di ammoniti.
Fig.
22 - Fossili misteriosi. Un aptico
(Lamellaptychus) sulla superficie
della roccia e la sua ricostruzione,
effettuata aggiungendo la metà
mancante.
E’ utile
invitare i partecipanti ad individuare
gli “aptici” ispezionando la superficie
dell’affioramento roccioso. I più
attenti potranno scoprire fossili
a volte minuscoli, a volte grandi
alcuni centimetri. Facciamo osservare
come la superficie degli “aptici”
sia ornata da rilievi concentrici
che ricordano l’aspetto dei gusci
dei bivalvi (si può citare qualcosa
di famigliare a tutti, come ad esempio
una comune vongola). Ed è proprio
così che gli “aptici” furono in
origine interpretati dai paleontologi.
Non si tratta però di bivalvi, ma
di parti di ammoniti. Fig.
23 - Funzioni alternative. Possibile
posizione originaria degli aptici
nel guscio delle ammoniti. Sono
illustrate sia la possibile funzione
di opercolo (“coperchio”, a sinistra)
che quella di mandibola (o mascella
inferiore, a destra).
Spunti
didattici Viene
ora spontanea una domanda: perchè
troviamo solo aptici senza alcuna
ammonite? La CAUSA è da ricercare
nella composizione mineralogica
degli aptici, che doveva per forza
essere diversa da quella dei gusci
delle ammoniti. In effetti gli aptici
sono composti da un minerale, la
calcite, più resistente alla dissoluzione
nelle acque oceaniche profonde di
quello che forma i gusci delle ammoniti
stesse (aragonite). Questo spiega
perché troviamo gli aptici senza
traccia dei gusci delle ammoniti
che li “ospitavano”. Il Rosso ad
Aptici chiude la serie delle radiolariti
anticipando al tempo stesso nuove
condizioni biologica dell’antico
oceano. Il plancton delle sue acque,
sino allora costituito quasi unicamente
da radiolari a guscio siliceo, iniziò
ad accogliere anche grandi quantità
di alghe unicellulari a guscio calcareo:
i coccolitoforidi. La rapidissima
evoluzione di questi organismi (ancor
oggi protagonisti del plancton marino)
ed il conseguente deposito dei loro
gusci sul fondale a formare un bianco
fango calcareo, causò un drastico
abbassamento della profondità critica
dei carbonati. Fu così possibile
la conservazione del carbonato di
calcio anche a profondità sino ad
allora inimmaginabili, permettendo
la formazione dei calcari della
Maiolica Lombarda. Si valuta che
con la diffusione del plancton calcareo
la profondità critica dei carbonati
scese intorno ai 4000 m, molto più
elevata che ai tempi delle Radiolariti.
Spunti
didattici Si
può interpretare il motivo di questo
cambiamento immaginando di versare
continuamente sale da cucina in
un bicchiere d’acqua. All’inizio
l’acqua scioglie facilmente il sale
e non ne resta traccia sul fondo
(come non restava traccia dei gusci
calcarei delle ammoniti nell’oceano
in cui proliferavano le Radiolariti).
Continuando ad aggiungere sale questo
si scioglie sempre più difficilmente
ed alla fine non riesce più a sciogliersi.
L’acqua è diventata “satura”, ovvero
incapace di corrodere il sale che
inizia ad accumularsi sul fondo
del bicchiere (come il fango calcareo
sul fondale dell’ “oceano della
Maiolica”).. La Maiolica è una roccia
molto diversa dalla precedente.
Nel Parco ha uno spessore di 130
m ed è composta da calcari in strati
decimetrici, con una tipica fratturazione
concoide. In questa sosta ci troviamo
alla base della serie, dove le rocce
pressoché bianche rispecchiano una
percentuale di carbonato di calcio
che può raggiungere il 95%. La Maiolica
era in origine un fango finissimo,
che “pioveva” lentamente sul fondale
marino, ammantandolo di una coltre
bianca. Tanto lentamente che 1000
anni di vita dell’antico oceano
sono oggi racchiusi in 6 mm di roccia.
Che cosa costituiva questo fango?
Gli scheletri degli organismi unicellulari
che, come già illustrato, si diffusero
in modo “esplosivo” al passaggio
tra Giurassico e Cretacico (145
milioni di anni fa): i coccolitoforidi.
La parete cellulare di queste alghe
planctoniche è ricoperta da piastre
calcaree, ellittiche o circolari,
che formano una vera e propria corazza:
i coccoliti. Questi si sedimentano
quando l’alga muore e la “corazza”
si sgretola. Osservando la Maiolica
subito oltre il contatto con il
Rosso ad Aptici è possibile notare
che i primi 20 metri della Maiolica
hanno una struttura caotica, fatta
di brandelli rocciosi deformati
e rotti. Solo successivamente gli
strati iniziano ad essere regolarmente
inclinati, come sempre si osserva
nel Parco. Fig.
24 - Catastrofe sottomarina
In evidenza l’aspetto caotico
delle rocce alla base della Maiolica.
Spunti didattici
Quest’accumulo
deve essere considerato alla stregua
di EFFETTO di un evento che non
può essere stato altro che catastrofico,
se osserviamo l’aspetto “indisturbato”
della Maiolica oltre la zona caotica.
La CAUSA deve essere dunque attribuita
ancora una volta alla gravità, ma
non nella forma di un evento di
slumping come quello già osservato.
In questo caso infatti non c’è stato
solo il piegamento degli strati,
ma la loro completa frantumazione,
possible solo nel caso di un evento
quale una frana sottomarina abbattutasi
sul fondale come una vera e propria
“valanga di detriti”.
Per ricostruire il MOVENTE di questo
evento catastrofico si possono immaginare
due ipotesi: la prima ancora una
volta rappresentata da un evento
sismico sottomarino; la seconda
la semplice azione della gravità
favorità però dalla presenza del
contatto tra rocce di caratteristiche
diverse (Rosso ad aptici e Maiolica)
che costituiva un’interfaccia fragile.
Fig.
25 - Ricostruzione dell’evento
di frana sottomarina. Visione
frontale e sezione laterale.
Spunti didattici
Un’ulteriore
osservazione è possibile in relazione
a quest’evento catastrofico. Altrove,
fuori dal Parco, gli strati di Maiolica
basale sono risalenti alla fine
del Giurassico, mentre qui il primo
strato è dell’inizio del Cretacico.
Mancano dunque alcuni strati di
Maiolica, che all’origine dovevano
essere posti direttamente sopra
al Rosso ad Aptici. A partire da
questa evidenza, interpretabile
come EFFETTO, è ora possibile fare
riflettere sulla CAUSA di quanto
osservato. La prima possibilità
è...la mancata deposizione della
Maiolica in questo lasso di tempo
geologico. Si tratta comunque di
una possibilità remota, vista la
continuità della sua deposizione
altrove. La CAUSA più probabile
è invece da ricondurre proprio all’evento
di frana che, agendo come una ruspa,
avrebbe rimosso i primi strati di
Maiolica depositati sopra il Rosso
ad Aptici.
Altra domanda: perché gli strati
sommitali del Rosso ad Aptici, appena
sotto al contatto con la Maiolica
furono risparmiati dall’evento?
E’ molto probabile che il deposito
fosse ormai consolidato e duro,
abbastanza da non essere intaccato
dalla frana sottomarina.
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Sosta
7 - Catastrofi climatiche |
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(durata:
30’ )
Sono passati 20 milioni d’anni
(racchiusi in 130 m di roccia)
dalla sosta 6, presso la quale
abbiamo osservato la base della
Maiolica. Questa roccia è stata
in passato oggetto di un’intensa
attività estrattiva, che si è
protratta fino agli anni ’70,
prima a cielo aperto e in seguito
in galleria. In questa sosta possiamo
apprezzare una particolarità che
caratterizza gli ultimi 20 m circa
della Maiolica, risalenti a 125
milioni d’anni fa. Tra gli strati
regolari e fortemente inclinati
di calcare osserviamo livelli
di argilliti scure, facilmente
sfaldabili in lastrine e schegge.
Il loro spessore, che può arrivare
sino a 20 cm circa, ed il loro
colore in netto contrasto con
quello del calcare, contribuiscono
a renderli ben visibili.
Fig. 26 -di
argillite nera racchiusa tra gli
strati biancastri della Maiolica.
Questi livelli scuri hanno un modesto
contenuto di materia organica (fino
al 4% in peso) derivante dalla decomposizione
di vegetali e animali. Gli studiosi
di paleoclimatologia interpretano
questi livelli come derivanti da
condizioni climatiche particolarmente
calde ed umide (prodotte da un estremo
“effetto serra”) che produssero
lo sviluppo accelerato di organismi,
in primo luogo quelli vegetali,
la cui materia organica si sarebbe
poi accumulata sui fondali oceanici
in condizioni anossiche (scarsità
o assenza d’ossigeno), che ne avrebbero
permesso la conservazione. La presenza
di fondali “stagnanti” è confermata
anche dalla regolare stratificazione
di questi sottili livelli neri.
Questo prova in primo luogo che
i fondali non subivano l’effetto
delle correnti marine; in secondo
luogo che, a causa della carenza
di ossigeno, i fondali stessi erano
privi di organismi “filtratori”
del sedimento quali vermi e crostacei
. Spunti
didattici Consideriamo
questi particolari livelli “anossici”,
che si riscontrano nelle rocce di
tutto il mondo, come EFFETTO. Essi
possono essere riallacciati ad una
CAUSA globale, rappresentata da
rapidi cambiamenti climatici che
innescarono periodi particolarmente
caldi e umidi. Il MOVENTE di questi
cambiamenti può essere ricondotto
a prolungate immissioni in atmosfera
di anidride carbonica, liberata
da un’attività vulcanica particolarmente
intensa a livello globale, come
avvenuto a più riprese nell’Era
Mesozoica. Come ha fatto la Terra
a “reagire” a questa e ad analoghe
crisi climatiche globali indotte
da effetto serra e riscaldamento
globale? Il Pianeta ha dapprima
sottratto l’anidride carbonica all’atmosfera
mediante l’incremento dei suoi diretti
consumatori (i vegetali, comprese
le alghe marine). Successivamente
ha sepolto i loro resti in fondo
all’oceano e, con essi, il gas assorbito.
L’importanza di queste rocce è fondamentale:
la sostanza organica in esse contenuta
costituisce infatti la materia prima
da cui si originano gli idrocarburi,
quali il petrolio ed il gas naturale.
La Maiolica Lombarda passa poi,
con contatto netto, alla formazione
rocciosa successiva, la Scaglia
Variegata. Questo “passaggio stratigrafico”
così evidente è reso possibile dall’elevata
alterabilità della Scaglia che si
trasforma rapidamente in fango e
favorisce la rapida copertura da
parte della vegetazione.
Fig. 27 - Il
contatto Maiolica-Scaglia Variegata
In evidenza l’aspetto meno compatto
degli ultimi metri di Maiolica,
con gli strati di calcare maggiormente
separati l’uno dall’altro. Più
a sinistra, la Scaglia Variegata
(sv), in gran parte ricoperta
dalla vegetazione.
La Scaglia Variegata è una marna,
ovvero una roccia formata dalla
miscela di calcare e argilla. Qui
osserviamo la prima, e la più vecchia,
delle tre porzioni rocciose che
costituiscono questa formazione;
le altre due (Scaglia Bianca e Scaglia
Rossa), progressivamente più giovani,
verranno osservate in seguito. Il
passaggio dalla Maiolica (calcare
quasi puro) alla Scaglia (ricca
di detrito fine) si presta a differenti
interpretazioni. E’ probabile che
la Scaglia riveli un maggiore afflusso
di detrito fine proveniente dall’alterazione
di lontane terre emerse. Il passaggio
fra questi due tipi di roccia testimonia
inoltre un maggior potere di dissoluzione
del calcare da parte delle acque
oceaniche. |
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Sosta
8 - 100 milioni di anni fa, l’ora
della Scaglia Bianca |
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(durata:
30’)
L’osservazione si può svolgere in
due punti diversi. Dal sentiero
basso, a ridosso del fiume ed in
sponda sinistra, si osserva la Scaglia
Bianca lungo la direzione degli
strati. Il sentiero alto permette
invece l’osservazione da un diverso
punto di vista, e consente di apprezzare
il passaggio alla Scaglia Rossa.
La Scaglia Bianca è composta da
alternanza di strati di marne e
strati di calcari marnosi. Mentre
le marne sono fatte di un miscuglio
di calcare ed argilla, negli strati
di calcare marnoso prevale la componente
calcarea che gli conferisce maggiore
resistenza.
Percorrendo il sentiero basso si
osserva la Scaglia Bianca che forma
una parete verticale. L’erosione
selettiva operata dagli agenti atmosferici
(pioggia sovrapposta a cicli di
gelo e disgelo) asporta preferenzialmente
le marne, lasciando in rilievo gli
strati più duri di calcare marnoso.
Da questo punto di osservazione
ricaviamo l’impressione che gli
strati siano orizzontali, accatastati
gli uni sugli altri senza avere
subito alcuna deformazione dal momento
della loro deposizione. Fig.
28 - Strati apparentemente orizzontali
nella Scaglia Bianca
Spunti didattici
In
realtà siamo stati tratti in inganno
dall’erronea scelta del punto di
vista con il quale osservare questo
affioramento, come evidente osservando
la Fig.29. Fig.
29 - Una questione di…..punti
di vista
I due
escursionisti sul sentiero basso
nella Fig.29 hanno un punto di vista
identico al nostro, cioè vedono
solo la faccia A della parete, ricavandone
così la falsa impressione che gli
strati siano orizzontali. Sul sentiero
in alto, la persona con il cane
che percorre la faccia B è indotta
invece a ritenere che gli strati
siano verticali. La percezione più
vicina alla realtà è pertanto quella
della persona sullo sfondo che,
provenendo da Nord sul sentiero
alto, osserva lo spaccato della
faccia C apprezzando la reale inclinazione
degli strati. E’ fondamentale inoltre
ricordare che quando i sedimenti
della Scaglia vennero deposti sul
fondo dell’antico oceano la loro
deposizione avveniva su una superficie
originariamente orizzontale. Quando,
successivamente, per compattazione
successiva dei sedimenti questi
si tramutarono in roccia, la loro
diposizione nello spazio era ancora
a strati orizzontali sovrapposti
gli uni agli altri senza soluzione
di continuità. Questa fase rappresenta
il momento di FORMAZIONE delle rocce.
Successivamente, ad opera degli
sforzi tettonici che generarono
le Alpi, gli strati originariamente
orizzontali vennero sollevati al
di sopra del livello del mare ed
inclinati, perdendo duque la loro
“giacitura” originaria. Questo è
il momento della DEFORMAZIONE delle
rocce. Come abbiamo già osservato,
l’azione selettiva degli agenti
atmosferici ha operato sugli originari
strati con un’azione di MODELLAMENTO
che ha prodotto l’alternanza di
strati di calcare (più resistenti)
in rilievo e strati di marna (meno
resistenti) in minore rilievo, anzi
rientranti rispetto agli strati
calcarei. Che ora segna l’orologio
geologico? Siamo in difficoltà in
quanto non riusciamo a distinguere
alcun fossile. In realtà, come appare
mediante osservazione al microscopio,
queste rocce ne sono piene. Si tratta
di gusci calcarei di foraminiferi
planctonici, minuscoli organismi
ancora oggi diffusi nei mari di
tutto il mondo. La loro evoluzione
iniziò nel Giurassico medio ma solo
alla fine del Cretacico inferiore
il processo accelerò fino a generare
un gran numero di specie diverse.
Queste ripetutamente si estinguevano
e venivano sostituite da nuove.
Una vera fortuna per i paleontologi
e gli esperti di biostratigrafia
che le hanno usate quali “fossili
guida”. Questi minuscoli orologi
del tempo geologico segnano qui
un’ora “esatta”: 100 milioni d’anni
fa. Fig.
30 - Minuscoli orologi del tempo
geologico. Esempi di foraminiferi
planctonici della Scaglia Bianca.
In alto. A sinistra, esemplari
estratti dalla roccia e pronti
per lo studio. A destra, disegno
di Ticinella Roberti.
Al centro. A sinistra, sezione
di roccia con Schackoina, un foraminifero
dotato di lunghe spine tubulari.
A destra, sua ricostruzione. A
causa dell’evidente fragilità
della struttura, gli esemplari
estratti sono, infatti, frammentati
ed incompleti.
In basso. Sezioni di roccia con
Rotalipora ticinensis (sinistra),
Rotalipora brotzeni (centro) e
Praeglobotruncana stephani (destra).
Per tutti gli esemplari, le dimensioni
sono comprese tra 0.3 e 0.5 mm.
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Sosta
9 - Una piega nelle rocce della
Scaglia |
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(durata:
20’)
In sponda destra della Breggia,
tra il vecchio ponte (Punt dala
Bira) ed il nuovo (galleria stradale),
la Scaglia Bianca mostra una spettacolare
piega di origine tettonica. Il piegamento
degli strati è stato certamente
favorito dalle caratteristiche di
questa roccia: si tratta infatti
di un originario fango argilloso,
oggi indurito. Come detto, la Scaglia
Bianca è suddivisa in alternanze
di marne scagliose molto morbide
e di calcari marnosi più duri. Anche
qui osserviamo come le prime si
erodano facilmente, mentre i secondi
restano in rilievo sulla superficie
e marcano la piega come gli “strati”
di una cipolla.
Fig. 31 - La
piega nella Scaglia Bianca. Pacco
di strati di Scaglia Bianca incurvati
verso l’alto a formare una piega
anticlinalica
Spunti didattici
Fig.
32 - Le pieghe, convessità e concavità
in un pacco di strati deformato.
Una sequenza di strati originariamente
orizzontali (in alto), sottoposta
a compressione, può reagire in
modo plastico, deformandosi in
una serie di ondulazioni dette
pieghe. Le pieghe con gli strati
più antichi al nucleo (la parte
più interna della piega) si dicono
anticlinali, quelle con gli strati
più recenti al nucleo si dicono
sinclinali
In questo
caso ci troviamo di fronte ad una
classica piega “anticlinale”, con
gli strati più antichi al nucleo
e la convessità verso l’alto.
A partire dall’EFFETTO, rappresentato
da una pila di strati piegati, possiamo
ipotizzare la CAUSA, legate a spinte
compressive orientate parallelamente
alla originaria giacitura degli
strati. Il MOVENTE di queste spinte
è in questo caso rappresentato dal
movimento convergente delle placche
continentali, e dunque al reciproco
avvicinamento ed alla successiva
collisione tra Europa ed Adria.
Inoltre, come già osservato nella
sosta precedente, è possibile anche
qui enucleare la classica sequenza
FORMAZIONE, DEFORMAZIONE, MODELLAMENTO.
A partire da strati originariamente
orizzontali, prodotti dunque nella
fase di FORMAZIONE, si è poi impostata
la fase di DEFORMAZIONE direttamente
legata alla genesi delle Alpi. L’aspetto
cipollare della piega nel suo insieme
è infine frutto della fase di MODELLAMENTO,
espresso con particolare enfasi
dall’azione erosiva di tipo selettivo
sugli strati di calcare e marna.
Vale la pena infine sottolineare
la differenza fra una piega come
questa, di tipo tettonico, originatasi
dopo la formazione della roccia,
e le cosiddette pieghe gravitative
o slumping, prodotte (Sosta 5) mentre
i sedimenti si depositavano.
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Sosta
10 - Le Alpi si sollevano |
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(durata:
25’)
E’ necessario abbandonare il percorso
principale che segue la strada per
scendere nell’alveo del torrente.
La Breggia, sotto la località Caslaccio
(Balerna) disegna una curva molto
chiusa (meandro). E’ importante
fare attenzione al pendio instabile
sulla sponda destra, dal quale i
sovrastanti depositi sciolti scaricano
frequentemente detriti.
Qui si ha la possibilità di entrare
in contatto con il segmento stratigrafico
più giovane della serie marina del
Parco. Osserviamo qui la Scaglia
Rossa, la più recente delle tre
suddivisioni della Scaglia. Si tratta
di marne e calcari marnosi (pigmentati
dagli ossidi di ferro), che localmente
sono disposti in strati molto inclinati,
quasi verticali. Questa particolare
disposizione geometrica degli strati
non è ovviamente originaria, ma
è stata prodotta dalle immense spinte
tettoniche connesse al sollevamento
delle Alpi. Sull’affioramento non
è possibile identificare alcun fossile.
Fig. 33 - Meandro
di Caslaccio. In sponda destra
si possono ammirare gli strati
quasi verticali della Scaglia
Rossa
La Scaglia Rossa assomiglia al Rosso
Ammonitico Lombardo (Sosta 3), ma
è ben più giovane.
Come in quella bianca, anche nella
Scaglia Rossa i fossili sono soprattutto
foraminiferi planctonici che hanno
permesso ai paleontologi di attribuire
questa roccia appartiene al Cretacico
superiore, circa 95 milioni d’anni
fa. Il Rosso Ammonitico Lombardo,
invece, risale a 85 milioni di anni
prima.
Appena sotto un accumulo di frana
possiamo notare che gli strati della
Scaglia Rossa subiscono modifiche
sostanziali. Nelle marne rosse,
si intercalano sempre più numerosi
strati grigi, duri e resistenti.
Poi, anche le stesse marne diventano
grigie e del colore rosso non resta
traccia. Eccoci infine nella formazione
rocciosa di origine marina più giovane
del Parco: il Flysch Lombardo.
Fig.
34 - Transizione fra due litologie.
Agli ultimi strati di Scaglia
Rossa (a sinistra), fratturati,
subentrano gli strati grigi e
resistenti del flysch (a destra)
Non si tratta però di un semplice
cambiamento di colore della roccia.
Gli strati del flysch sono composti
di arenite, una sabbia fortemente
cementata. Tagliando trasversalmente
uno strato e lucidandolo scopriamo
che la dimensione dei granelli diminuisce
verso l’alto. Questa tessitura si
definisce “gradata”.
Fig.
35 - Arenite gradata. La roccia
lucidata rivela la sua composizione
interna, data da granelli di sabbia
con dimensioni che decrescono
verso l’alto. A destra, schema
I singoli
granelli possono aiutarci a capire
che cosa è successo. Utilizzando
il microscopio, gli studiosi della
disciplina nota come “petrografia
del sedimentario” sono in grado
di scoprire molte cose: innanzitutto
ci sono frammenti di rocce appartenenti
alla Maiolica e alle Radiolariti,
ma anche frammenti di selci e
di rocce più vecchie di quelle
che affiorano nel Parco. E poi
frammenti di organismi. Tra questi
ci sono ancora i foraminiferi
della Scaglia ed i radiolari,
tutti animali microscopici di
mare aperto. Si aggiungono però,
anche organismi come brachiopodi,
ricci di mare, grossi bivalvi
ed alghe calcaree. Dove vivevano?
Sono tipicamente organismi di
mare basso. Le alghe calcaree,
ad esempio, vivono bene a profondità
di alcune decine di metri, poiché
hanno bisogno della luce solare
per la fotosintesi. Non potevano
certo vivere alle profondità in
cui si depositava la Scaglia,
stimate in 1500 m o più. Si tratta
di un enigma la cui soluzione
viene svelata di seguito.
Spunti didattici
Possiamo considerare la “tessitura”
di questa roccia, composta da frammenti
di rocce e fossili appartenenti
a periodi diversi, tutti antecedenti
al Flysch Lombardo, come EFFETTO
di processi particolari, legati
ad importanti cambiamenti geologici
che forgiarono un nuovo ambiente
per la deposizione del flysch stesso.
La CAUSA fu verosimilmente la presenza
di pendii sottomarini ripidi e instabili,
che giungevano forse in parte ad
emergere. L’energia erosiva del
moto ondoso e delle tempeste smantellava
i pendii. Lungo ripidi canyon che
intagliavano queste scarpate i detriti
venivano trascinati nelle profondità
abissali, e con essi gli organismi
che vivevano sui fondali più vicini
alla superficie (ecco spiegato l’enigma).
Si trattava di eventi impulsivi
e catastrofici le già osservate
correnti di torbida (illustrate
in occasione della sosta 2). Dopo
aver percorso velocemente la scarpata,
queste miscele di detrito (fango
e sabbia) ed acqua si depositavano
sul fondo del bacino, costituendo
i tipici depositi gradati del flysch
(“torbiditi”). La loro tessitura
è “gradata” in quanto i granelli
più grossi pesano di più e si depositano
per primi, seguiti via via dagli
altri.
La presenza di una roccia come il
Flysch Lombardo si rivela preziosa
per datare le fasi iniziali della
creazione di una catena montuosa.
Con il termine “flysch” i geologi
indicano infatti le rocce detritiche
derivanti dalla precoce erosione
delle prime strutture di una nascente
montagna. La presenza del Flysch
Lombardo, datato a 94 milioni di
anni fa, ci indica dunque il MOVENTE
per la formazione dei ripidi pendii
che alimentavano le torbiditi: i
due blocchi continentali di Europa
ed Adria stavano schiacciando in
una morsa i depositi dell’antico
oceano che le separava, innescando
la crescita delle prime maestose
pieghe che in seguito sarebbero
emerse a costituire l’edificio alpino.
Fig.
36 -Il Flysch Lombardo, testimone
della nascita delle Alpi. Gli
strati del Flysch Lombardo sono
composti dai detriti provenienti
dalle giovani Alpi che iniziavano
a crescere e ad essere soggette
ad erosione
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Pausa
pranzo |
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(durata: 1h, nella piazza
antistante la Direzione del Parco.)
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Intermezzo
- lezione in aula |
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(durata: 30')
Proiezione, nel locale frantoio
al Mulino del Ghitello (sede della
Direzione del Parco) di un Supporto
Divulgativo Multimediale espressamente
prodotto per illustrare concetti
fondamentali, utili a contestualizzare
e consolidare quanto è stato osservato
lungo le soste del Parco. Gli
argomenti, esposti mediante innovative
tecniche di divulgazione scientifica,
affrontano temi quali la Tettonica
a Zolle, la genesi e classificazione
delle rocce, le successioni stratigrafiche,
gli ambienti deposizionali. |
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Sosta
11 - Il tempo scomparso |
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(durata:
25’)
In prossimità del Mulino del Ghitello,
sede della direzione del Parco,
è possibile osservare un affioramento
particolarmente ricco di spunti
didattici.
Fig. 37 - L’affioramento
presso il Mulino del Ghitello
Alla base dell’affioramento osserviamo
gli strati inclinati della Scaglia
(Scaglia Bianca e Scaglia Rossa)
che, come abbiamo visto in precedenza,
sono rocce d’origine marina con
un’età di poco inferiore ai 100
milioni d’anni. Queste rocce sono
sovrastate da un deposito composto
da ghiaia, ciottoli e blocchi, frammisti
a sabbia e cementati tra loro. Questo
rappresenta il prodotto di colate
di fango e detriti trascinate da
antichi fiumi; ciò indica con chiarezza
che l’ambiente di deposizione non
era più marino, bensì continentale.
Nonostante l’aspetto piuttosto caotico,
si distinguono strati pressappoco
orizzontali, evidenziati dall’allineamento
di blocchi. Si tratta del Conglomerato
di Pontegana, risalente a circa
5.5 milioni di anni fa, momento
della storia geologica corrispondente
alla fine dell’epoca chiamata Miocene.
I clasti e blocchi calcarei che
lo compongono vennero strappati
alla formazione più antica del parco,
il Calcare di Moltrasio. Benchè
l’età dei suoi “componenti” risalga
a circa 200 milioni di anni fa,
l’età di formazione del Conglomerato
è circa 195 milioni di anni più
recente.
Spunti didattici
C’è un altro indizio che ricaviamo
osservando le rocce che compongono
il Conglomerato: alcuni blocchi
di Calcare di Moltrasio appaiono
profondamente alterati, fino a diventare
di colore giallastro. Possiamo correlare
questa osservazione con recenti
studi che hanno rivelato che, dopo
essere finalmente emersa nel corso
del Miocene, questa regione si trovò
esposta ad un clima simile a quello
equatoriale, come quello di alcune
zone del Sudamerica o dell’Africa,
dove le elevate temperature e la
notevole umidità provocano profonde
alterazioni delle rocce, generando
suoli spessi decine di metri (“lateriti”
di colore giallo-rossastro). Durante
il periodo di disseccamento del
Mediterraneo le acque dei fiumi,
in veloce approfondimento, incisero
ed erosero con facilità i versanti
composti da rocce profondamente
alterate; queste, una volta strappate
e trascinate a valle, fornirono
la materia prima per il conglomerato.
.
Fig.
38 - Indizi di climi del passato.
Conglomerato di Pontegana (sinistra).
Ciottolo di Calcare di Moltrasio,
profondamente alterato e giallastro.
Possiamo far riflettere gli studenti
su quanti milioni di anni separano
i due depositi ora a contatto; tra
le due rocce mancano 95 milioni
d’anni. Dove sono finite queste
pagine di storia della Terra? In
parte non sono mai state scritte,
perché nel Miocene questo settore
delle Alpi emerse dalle acque del
mare sottraendosi all’accumulo di
sedimenti. In parte, queste pagine
sono invece state “rubate” dall’erosione
che ha prodotto il limite ondulato
al tetto della Scaglia, dopo che
i suoi strati erano stati inclinati
dalla formazione delle Alpi. Siamo
di fronte ad una classica discordanza
angolare.
Fig. 39 -Generazione
di una discordanza angolare
1. Deposito dei sedimenti sul
fondale marino.
2. Copertura da parte di strati
più giovani.
3. Cementazione e trasformazione
in roccia (Scaglia).
4. Formazione delle Alpi, con
inclinazione degli strati ed emersione.
5. Erosione da parte di antichi
fiumi.
6. Deposito del Conglomerato di
Pontegana (giallo), in strati
orizzontali, e conseguente discordanza
angolare (linea rossa che separa
rocce con strati diversamente
inclinati) a contatto con la Scaglia.
L’affioramento ci permette di fare
un’altra fondamentale deduzione.
Gli strati della Scaglia in origine
dovevano essere più o meno orizzontali,
com’è ovvio per il fango che si
depone sul fondale marino. Successivamente
la formazione delle Alpi li ha innalzati
ed inclinati, in particolare durante
la fase neoalpina, iniziata 23 milioni
di anni fa. Il Conglomerato di Pontegana,
che è letteralmente colato come
una valanga sopra la Scaglia, mantiene
invece gli strati orizzontali che
aveva in origine. Che cosa significa?
Significa che il “grosso” delle
spinte, responsabili della formazione
di queste montagne si è esaurito
prima (anche se non sappiamo esattamente
“quanto” prima) della fine del Miocene
– corrispondente all’età del conglomerato,
cioè poco più di 5 milioni d’anni
fa.
Possiamo concludere evidenziando
una volta di più la paradigmatica
sequenza di processi “formazione-deformazione-modellamento”:
le rocce della Scaglia si FORMARONO
100 milioni di anni fa sul fondo
dell’oceano; vennero poi DEFORMATE
e inclinate dagli eventi tettonici
alpini; infine, vennero MODELLATE
ed erose dall’azione di antichi
fiumi. Possiamo infine sottolineare
la FORMAZIONE di nuove rocce, rappresentate
dal Conglomerato di Pontegana; questo,
al contrario della Scaglia, non
è stato ancora sostanzialmente DEFORMATO
da eventi tettonici di rilievo e
lo troviamo con la stessa disposizione
geometrica degli strati che aveva
quando si trasformò da ghiaia a
roccia compatta.
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Terza
parte |
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Spostamento
Parco della Breggia-Como
( Durata
30’, pullman)
SOSTA
12 - L’erosione delle Alpi e il
modellamento fluvio glaciale
(durata:
30’)
Si risale sul pullman e ci si
sposta a Como attraversando il
confine italo-svizzero. Da questo
punto di Como (Via Nino Bixio
ca. all'altezza del civico 10),
situato sul versante NE del “Monte
Olimpino”, è possibile osservare
gli effetti della rapida erosione
e del trasporto detritico che
hanno caratterizzato le fasi finale
dell’orogenesi alpina, attraverso
l’osservazione di un affioramento
di Gonfolite Lombarda. E’ anche
possibile illustrare parte della
storia evolutiva dei laghi prealpini,
legata all’erosione ed al modellamento
fluvio-glaciale, prodotti prima
dalla crisi di salinità messiniana
e poi dalle glaciazioni pleistoceniche.
Indicazioni per la sosta.
E’ possibile parcheggiare il pullman
in Via Bixio, all’altezza del
numero civico 10, presso una rientranza
della sede stradale. Si prosegue
a piedi risalendo Via Imbonati.
Dopo 3 tornanti si giunge all’affiormanento
di Gonfolite (Fig. 40) e si osserva
il ramo occidentale del Lago di
Como (Fig. 41).
La Gonfolite Lombarda
Prima di osservare questa formazione
rocciosa è utile chiarire un concetto:
mentre in occasione dell’ultima
sosta nel Parco (sosta 11) avevamo
compiuto un balzo nel tempo di
ben 95 milioni di anni fino ad
approdare alle soglie del Pliocene
(5 milioni di anni fa), ora, alla
stregua del gambero, siamo “saltati
all’indietro” di qualche milione
di anni rispetto alla sosta 11.
Mentre infatti il Conglomerato
di Pontegana è vecchio circa 5
milioni di anni, qui osserviamo
una roccia appartenente all’intervallo
temporale Oligocene superiore-Miocene
medio (25-16 milioni di anni fa).
Inoltre, mentre il Conglomerato
si era formato in ambiente subaereo
al termine dei movimenti tettonici
responsabili della formazione
delle Alpi, questa roccia si è
formata in ambiente sottomarino
in un intervallo del tempo geologico
in cui le spinte di innalzamento
dell’orogenesi erano bel lungi
dall’essersi esaurite. Questo
affioramento roccioso appartiene
al Gruppo della Gonfolite Lombarda,
deposito sedimentario clastico
con spessore totale di 3600 m,
ubicato al limite sud delle Alpi
meridionali, fra la Brianza e
il Lago Maggiore. L’intera sequenza
costituisce il resto di un deposito
di conoide sottomarino che si
estende per circa 50 km in direzione
E-W e 30 km in direzione N-S.
Fig. 40 - Un
salto indietro nel tempo: l’affioramento
della Gonfolite Lombarda. Si tratta
di una roccia derivante dall’accumulo
di detriti derivati dall’erosione
delle Alpi in rapido sollevamento.
Parte della più vasta formazione
denominata Molassa Subalpina (presente
sia a Nord che a Sud dell’edificio
alpino), la Gonfolite è una roccia
sedimentaria clastica con granulometria
variabile fra quella tipica di
una siltite, di un’arenaria e
di un conglomerato molto grossolano.
La formazione di questo esteso
deposito detritico sottomarino
ha avuto luogo nella depressione
formatasi nelle ultime fasi dell’orogenesi
alpina sul versante merionale
delle Alpi in formazione.
La composizione dei clasti della
Gonfolite ci fornisce preziose
indicazioni circa le formazioni
rocciose sottoposte a erosione/smantellamento:
nell’area comasca si tratta soprattutto
di clasti di rocce plutoniche
e metamorfiche, che rappresentavano
il cuore dell’edificio alpino
in rapido sollevamento.
Spunti
didattici
Anche
in questo caso possiamo riallacciarci
al paradigma concettuale formazione-deformazione-modellamento:
ma in questo specifico caso il
paradigma stesso può essere visualizzato
al contrario: l’affioramento roccioso
che abbiamo appena osservato,
la Gonfolite, rappresenta la terza
fase, quella dell’erosione e MODELLAMENTO
delle Alpi, avvenuto in seguito
alla DEFORMAZIONE, dislocazione
e innalzamento di rocce la cui
FORMAZIONE era avvenuta svariate
decine di milioni di anni prima,
ai margini e sul fondo di un antico
oceano.
Non possiamo però ignorare il
fatto che, in modo del tutto circolare,
lo stesso deposito della Gonfolite
è risultato di un processo di
FORMAZIONE, alla quale è seguita
la DEFORMAZIONE che l’ha portata
ad emergere dalle acque. La successiva
erosione ed il MODELLAMENTO le
hanno conferito l’aspetto che
osserviamo oggi in affioramento.
Dalla stessa sosta 12 osserviamo
il ramo comasco del Lago di Como,
che ci permette di parlare di uno
dei grandi enigmi della geologia
italiana del secolo scorso: la genesi
dei laghi prealpini (Lago di Como,
Lago Maggiore, Lago di Garda e Lago
d’Iseo). Oggi sappiamo che essi
rappresentano la parte affiorante
di grandi canyon oggi sepolti, con
caratteristico profilo a “V” in
sezione trasversale, formatisi per
l’azione di una prolungata erosione
fluviale che ebbe l’effetto di generare
l’approfondimento di valli già esistenti,
in parte sottomarine lungo le quali,
nell’Oligo-Miocene, venivano trasportati
i detriti della Molassa.
Fig. 41 - Il
ramo comasco (o lariano) del Lago
di Como.
La spiegazione di questa particolarità
morfologica è stata trovata fra
gli anni ’60 e ’70 durante alcune
campagne sismiche e la campagna
DSDP (Deep Sea Drilling Program)
condotta con la nave oceanografica
Gomar Challenger, che hanno permesso
di stabilire che nel Miocene superiore
(circa 6 Milioni di anni fa) l’antico
Stretto di Gibilterra si chiuse,
causando l’evaporazione dell’acqua
del Mare Mediterraneo. Evidenze
geocronologiche e biostratigrafiche
mostrano che la cosiddetta “crisi
di salinità” ebbe luogo contemporaneamente
in tutto il bacino del Mediterraneo,
che rimase completamente isolato
rispetto all'Oceano Atlantico fino
a circa 5.3 milioni di anni fa.
Quando il Mare Mediterraneo iniziò
ad evaporare il suo livello scese
di 2000-3000 m. I fiumi che vi sfociavano
ed i loro affluenti iniziarono un’intensa
erosione verticale. L’area del Mediterraneo
fu sottoposta a ripetuti cicli di
essicamento e inondazione fino all’inizio
del Pliocene, quando la paleo-soglia
di Gibilterra si aprì di nuovo in
maniera permanente, consentendo
alle acque dell’Oceano Atlantico
di riversarsi nella depressione
asciutta del Mediterraneo. La notevole
profondità del Lago di Como (circa
415 m), il più “abissale” dei Laghi
Prealpini, si deve proprio all’intensa
azione di erosione dei fiumi del
periodo di crisi di salinità dell’antico
Mediterraneo. A partire poi dal
Pliocene, con il ristabilimento
della circolazione fra il nostro
Mare e l’Atlantico, le condizioni
andarono via via stabilizzandosi
fino ad un nuovo sconvolgimento
ambientale, le glaciazioni del Pleistocene.
Queste, a partire da 2 milioni di
anni fa fino alle soglie dell’Olocene
(l’epoca attuale), in un susseguirsi
di avanzate e ritiri del ghiaccio
portarono all’addolcimento del profilo
delle vallate e al riempimento parziale
del fondo del Lago di Como con i
prodotti strappati dai ghiacciai
nella loro lenta discesa dalle vette
alpine. L’ultimo ritiro dei ghiacci,
circa 15.000 anni fa, ha lasciato
il Lago di Como come lo vediamo
oggi, al termine di questo affascinante
viaggio nel tempo dal Paleozoico
ai giorni nostri. |
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VARIAZIONI
ALL'ITINERARIO IN CASO DI
MALTEMPO |
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In caso di maltempo, i
partecipanti all’escursione
effettueranno un percorso
di apprendimento in materia
geologica, svolto all’interno
della Struttura direzionale
del Parco della Breggia.
Divisi in gruppi, verranno
coinvolti nelle seguenti
attività:
.
LABORATORIO ROCCE:
I ragazzi entrano in contatto
diretto con le rocce del
Parco e imparano a riconoscerle.
Una nuova, semplice chiave
di lettura guida, in modo
divertente e curioso, alla
scoperta delle rocce del
Parco.
• Luogo: nell'aula didattica
(12 ragazzi)
• Partecipanti: fino a 12
ragazzi
LABORATORIO MICROPALEONTOLOGICO:
I ragazzi sono guidati all’uso
del microscopio stereoscopico
e alla scoperta della fauna
microfossile contenuta nelle
rocce del Mendrisiotto e
delle Gole in particolare.
• Luogo: aula didattica
• Partecipanti: una classe
intera
SCOPERTA DEL MULINO
DEL GHITELLO: una
guida specializzata accompagna
il docente e la sua classe
nella scoperta dei segreti
del Mulino.
• Luogo: Mulino del Ghitello
e dintorni
• Partecipanti: una classe
intera
GEOPUZZLE:
I ragazzi costruiscono in
modo corretto la successione
di rocce del Parco. Con
l'ausilio di foto a colori
delle rocce, strutturate
nella forma di tessere di
un puzzle da applicare su
una apposita base, si ottiene
l'associazione dell'immagine
della roccia al suo nome,
età e ambiente di formazione.
• Luogo: nell'aula didattica
• Partecipanti: fino a 12
ragazzi
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