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ITINERARIO

Edu-Geo - ESCURSIONE CAMPI FLEGREI

I Campi Flegrei: esempio di interazione tra processi vulcanici e attività dell’Uomo


12.000- ATTUALE Campi Flegrei, Napoli, Campania

Carmela Esposito e Nicoletta Santangelo

Università “Federico II” di Napoli
Dipartimento di Scienze della Terra


2010

 
   
     
 
SINTESI DEI CONTENUTI

I Campi Flegrei sono uno dei campi vulcanici più studiati al mondo, oggetto di ricerca per numerosi scienziati che ne hanno studiato gli aspetti geologici, vulcanologici, strutturali e tettonici (Rittmann, 1950; Lirer, 1975; Lirer et al., 1987; Rosi & Sbrana,1987; Di Girolamo et al., 1984; Orsi et al.,1996 e 1998, Luongo et al., 1991; solo per citarne alcuni).
Rappresentano un complesso campo vulcanico caratterizzato morfologicamente da una enorme caldera di collasso (con un diametro di circa 15 km) la cui formazione viene attribuita all’eruzione dell’Ignimbrite Campana (39.000 anni fa) e/o all’eruzione del Tufo Giallo Napoletano (12.000 anni fa). All’interno della caldera, negli ultimi 12.000 anni, si sono succedute varie eruzioni che hanno creato un gran numero di vulcanici monogenici del tipo coni e anelli di tufo, di ceneri e di scorie.
Il sistema magmatico è tuttora attivo, come testimoniato da :
- l’ultima eruzione che, nel 1538 A.D, ha distrutto un intero villaggio e in tre giorni ha portato alla formazione del Monte Nuovo;
- i numerosi e recenti episodi bradisismici (1982-1984) che hanno portato all’evacuazione di buona parte del territorio del comune di Pozzuoli;
- le numerose fumarole e sorgenti termali sparse in parte del territorio.
Quest’area rappresenta un esempio unico al mondo per la forte interazione tra processi geologici e attività umana. La caldera fu infatti abitata fin dall’età del ferro (IX-VIII secolo a.C.), ma i resti archeologici più importanti risalgono al periodo greco-romano. Noti nella mitologia greca come il luogo dove vivevano i Giganti, responsabili di terremoti ed eruzioni, divennero, in seguito, sede dell’aristocrazia romana, che vi edificò palazzi, ville e impianti termali e pare apprezzasse di quest’area, più di ogni altra cosa, le peculiarità paesaggistiche. Il fascino di questo territorio, così particolare ed unico, ha attirato anche l’attenzione del mondo culturale europeo del Settecento: era infatti meta del Gran Tour d’Italia e di un turismo di “elite”, fatto di scienziati e non, che venivano a visitare questa zona anche solo per pura curiosità. Uno dei portavoce di questo sentimento per l’Italia meridionale fu Sir William Hamilton, giunto a Napoli in qualità di inviato straordinario del re d'Inghilterra, presso il sovrano delle Due Sicilie, Ferdinando IV di Borbone. Nel Campi Phlegraei del 1764, illustrato con le stampe di Fabris, l’Autore inneggia alla "…curiosità e alla bellezza di una terra che da sola sa stupire e incantare". Molto note sono, a questo proposito, le numerosissime gouaches che raffigurano gli incantevoli scorci del paesaggio flegreo realizzate anche con una certa meticolosità scientifica
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Fig. 1 - I Campi Flegrei visti dalla collina dei Camaldoli (gouaches del 1764)

Attualmente i Campi Flegrei, nonostante costituiscano un’area ad elevato rischio vulcanico, sono abitati da circa un milione e mezzo di persone, che spesso sono ignare del contesto geologico che li circonda. In uno scenario come questo la divulgazione delle conoscenze geologiche attraverso la valorizzazione e la fruizione di sentieri educativi a carattere ambientale, rappresenta una strategia fondamentale per la comprensione della complessità del territorio e della pericolosità e dei rischi ad esso associati.

Fig. 2 - 3 - Stralcio di carta storica dei Campi Flegrei (Atlante Rizzi Zannone, 1808)

Spunti didattici

Confrontare le immagini storiche dell’area (Fig. 2 e Fig. 3: cartografia storica da Atlante Rizzi Zannone 1808) con un immagine attuale (Fig. 4) e valutare l’espansione urbanistica subita dell’area negli ultimi 200 anni. Le uniche aree non interessate da attività edilizia sono quelle delle oasi naturalistiche degli Astroni e di Monte Nuovo. Fare osservare agli studenti la presenza diffusa di rilievi e depressioni a contorno planimetrico circolare o sub-circolare, che testimoniano chiaramente la natura vulcanica dei luoghi. Le morfologie vulcaniche più diffuse in questa zona sono gli anelli di tufo (tipo Astroni, Fig. 5) e i coni di scorie e di tufo (tipo Monte Nuovo e Monte Gauro, Fig. 6). Si tratta di piccoli edifici monogenici legati ad attività esplosiva; il termine monogenico sta ad indicare che la formazione dell’edificio vulcanico è legata ad un unico evento eruttivo.


Fig. 4 - Veduta dal satellite (Google earth) dei Campi Flegrei

Fig. 5 -  Il tuff-ring (anello di tufo) degli Astroni visto su carta topografica IGM, da satellite e in una sezione verticale 

Fig. 6 -  Ricostruzione tridimensionale del cono di tufo del Gauro. 


Questa escursione ha come obiettivo principale la descrizione delle principali evidenze del fenomeno del bradismo (Soste 1-5) e delle morfologie vulcaniche (Soste: 6 e 9) che caratterizzano la caldera flegrea. Vuole inoltre mettere in evidenza la complessa interazione tra attività dell’uomo e processi vulcanici (Soste 4, 7 e 8).
Il bradisismo (o anche "bradisisma", dal greco "bradýs - lento" e "seismós - scossa") è un fenomeno legato al vulcanismo che consiste in un periodico abbassamento (bradisismo negativo) o innalzamento (bradisismo positivo) del livello del suolo, relativamente lento sulla scala dei tempi umani (normalmente è nell'ordine di 1 cm per anno) ma molto veloce rispetto ai tempi geologici. Esso non è avvertibile in se stesso, ma riconoscibile visivamente lungo la riva del mare, mostrando la progressiva emersione o sommersione di edifici, coste, territori.
Generalmente tale fenomeno è dovuto a variazioni di volume di una camera magmatica vicina alla superficie che si svuota e si riempie, o anche a variazioni di calore che influiscono sul volume dell'acqua contenuta nel sottosuolo molto poroso.
A volte, come accade nei Campi Flegrei, i movimenti possono ripetersi in maniera ciclica su un periodo di secoli.
In epoca recente le crisi bradisismiche pù importanti si sono verificate negli anni ’70 e negli anni ’80. La "prima crisi di Pozzuoli" (1970-1972) ha determinato una inversione del fenomeno (da bradisismo negativo in positivo) portando ad un sollevamento complessivo di 150-170 cm. La "seconda crisi di Pozzuoli" (1983-1984) è stata caratterizzata da un ritmo di sollevamento di 3 mm al giorno, con un sollevamento complessivo misurato in 180 cm, il tutto accompagnato da numerose scosse telluriche (registrate fino a 500 al giorno, per un totale di più di 10.000 sismi) di diverse intensità.
Nel passato le colonne del cosiddetto “Tempio di Serapide” (in realtà l'antico Macellum), che fino al 1983 si trovavano parzialmente sommerse dal mare, ed oggi si ritrovano al di sopra del livello del mare, sono state uno degli indicatori più utilizzati per misurare i movimenti del suolo.
Oggi misurazioni estremamente precise vengono rilevate dai satelliti rispetto a punti fissi dislocati nelle varie zone interessate in tutto il Golfo di Pozzuoli.
Talora vi sono momenti di parossismo in cui il fenomeno si intensifica ed accelera. Quello più macroscopico in assoluto è avvenuto il 28 settembre 1538 sulla costa di Pozzuoli, nell'imminenza dell'eruzione del Monte Nuovo: intorno alle ore 12.00 infatti il mare si ritirò improvvisamente di circa 370 m, lasciando sulla riva moltissimi pesci agonizzanti; è stato calcolato che questo ritiro repentino corrispondesse ad un moto bradisismico ascendente di almeno 7,40 m.

 
 
 













 
Fig. 1



 
Fig. 2



 
Fig. 3

 
Fig. 4

 
Fig. 5

 
Fig. 6
     
 
PERCORSO

Il percorso proposto si sviluppa, lungo costa, dall’abitato di Pozzuoli (lungomare) e termina al Lago d’Averno..

Fig. 7 - Escursione Campi Flegrei, itinerario complessivo con modello 3D in cui vengono indicate le soste dell’itinerario




 
 
 
Fig. 7
     
 
Soste e spostamenti

 

SOSTA 1 - Lungomare di Pozzuoli:
evidenze delle crisi bradisismiche degli anni ’70 e ’80

Il nostro percorso inizia nei pressi della fermata della stazione ferroviaria della Cumana “Gerolomini”. Da questo punto si accede facilmente al lungomare di Via Napoli, che deve essere percorso andando verso l’abitato di Pozzuoli. In questo tratto si cominciano ad osservare le evidenze delle deformazioni indotte dalle crisi bradisismiche degli anni ’70 e ’80. Passeggiando sul lungomare si può osservare, lato mare, lungo la costa, una spianata di cemento su cui si è formata “la spiaggia attuale” (Fig. 8); sulla destra, guardando il lato opposto, non può passare inosservato un doppio ordine di strada: quello che si sta percorrendo, più esterno e prossimo al mare e l’altro, più interno, che fiancheggia le abitazioni: sono due evidenti segni del fenomeno del bradisismo. Il mare fino al 1970 lambiva la strada più interna; la crisi bradisismica del biennio ’70-’72 ha prodotto il sollevamento della strada con conseguente arretramento della linea di costa; la spiaggia attuale si è formata in seguito all’ulteriore sollevamento del suolo che si è avuto durante la crisi del 1982-84.


Fig. 8 - Veduta del lungomare di Pozzuoli

 
 







 
Fig. 8
     
     
 
Sosta 2 - Rione Terra


Sullo sfondo di Via Napoli sporge verso mare il borgo del Rione Terra, abbandonato dalla crisi bradisismica degli anni settanta. Questo sito è attualmente oggetto di un progetto di recupero avviato dal 1993. Il borgo sorge sull’omonimo cono di tufo giallo, che si è formato tra 11.000 e 10.000 anni fa ed è anch’esso uno dei più antichi dell’attività vulcanica flegrea post Tufo Giallo Napoletano.
Accedendo alla scarpata sottostante l’antico borgo è possibile osservare direttamente in parete la roccia tufacea che un tempo costituiva l’edificio vulcanico di Rione Terra: il versante meridionale è raggiungibile percorrendo la scogliera che attualmente fa da frangiflutti alle abitazioni sovrastanti.
La forma dell’antico cono tufaceo risulta molto erosa dall’azione del mare e, a parte l’alto morfologico, poche evidenze restano della sua struttura originaria; risulta invece ben evidente una spessa fascia di fori di litodomi fino ad un altezza di circa 2,5 m s.l.m. a cui è associata in alcuni punti una piattaforma di abrasione scavata nei tufi dell’edificio vulcanico e che testimonia una chiara evidenza degli effetti del fenomeno del bradisismo su quest’area (Fig. 9).

Fig. 9 - Particolare della falesia di Rione Terra



FORI DI LITODOMI (approfondimento) - Con questo termine si indicano dei fori prodotti sulle pareti rocciose costiere da molluschi bivalve detti “ perforatori”. La specie più comune è il Lithodomus lithophagus, nota anche come dattero di mare, che attecchisce prevalentemente lungo le falesie calcaree perché secerne una sostanza che corrode chimicamente la roccia. Esiste poi un’altra specie (Botula) che è in grado di perforare meccanicamente la roccia, ruotando su se stessa e facendo lavorare come la punta di un trapano una delle estremità della doppia conchiglia, provvista di punte e tubercoli. Il rinvenimento di fasce di fori di litodomi ad una quota differente rispetto al livello del mare attuale può testimoniare una variazione del livello marino per motivi climatici oppure un movimento della terra rispetto al mare.


PIATTAFORMA DI ABRASIONE (approfondimento) - E’ una morfologia pianeggiante che si origina in prossimità della costa per azione erosiva del moto ondoso sul substrato roccioso, nella fascia compresa tra i il livello massimo e minimo della marea. E’ considerato un indicatore attendibile del livello del mare.

Spunti didattici
Movimenti relativi terra/mare. Fare ragionare gli studenti sul fatto che il rinvenimento di queste forme al di sopra del livello del mare attuale implica necessariamente o un sollevamento della terraferma oppure un vecchio livello del mare, più alto di quello attuale. Nel caso dei Campi Flegrei questa seconda ipotesi può essere facilmente esclusa in quanto tutta l’area risulta più giovane di 12.000 anni ed in questo periodo la quota del livello del mare è stata più bassa o prossima a quella attuale. I fori di litodomi e la piattaforma di abrasione indicano quindi un sollevamento della terra rispetto al livello del mare, causato dall’attività vulcanica (fenomeno noto appunto con il nome di Bradisismo).


Percorrendo la strada principale e proseguendo verso l’abitato, Porta Napoli segna l’entrata definitiva a Pozzuoli.

 

 

 
 



 
Fig. 9








     
 
Sosta 3 - Le evidenze del bradisismo nel porto attuale


L’abitato di Pozzuoli è ricco di evidenze del fenomeno del bradisismo: un ulteriore esempio è fornito dall’attuale porto che presenta una serie di bitte per le navi ad un livello superiore rispetto a quello odierno (Fig.10).

Fig. 10 - Banchina del porto di Pozzuoli con le bitte sollevate in seguito alla crisi bradisismica degli anni ’80

 
 
 
Fig. 10

     
 
Sosta 4 - Il Tempio di Serapide

Il più preciso e completo misuratore del fenomeno del bradisismo nell’area puteolana è senza dubbio il Tempio di Serapide (Fig. 11): i resti di questo antico mercato romano, situati alle spalle dell’attuale porto, conservano le tracce degli ultimi 2000 anni di storia del bradisismo a Pozzuoli.

Fig. 11 - Il tempio di Serapide a Pozzuoli, “misuratore” delle oscillazioni bradisismiche degli ultimi 2000 anni


TEMPIO DI SERAPIDE (notizie storico-archeologiche) - Il Tempio di Serapide è un edificio romano che sorge nei pressi dell’abitato di Pozzuoli, di cui sopravvivono la pavimentazione e le colonne in marmo cipollino. Gli scavi, che lo portarono alla luce, iniziarono intorno al 1750 per volontà del re di Napoli Carlo di Borbone, nel sito noto al tempo con il nome di “vigna delle tre colonne”, (dalla seconda metà del 500 di proprietà della famiglia dei Sangro Sanseverino). Il rinvenimento di una statua raffigurante il dio alessandrino Serapide fece inizialmente attribuire alla struttura un significato religioso da cui il nome di “Tempio di Serapide” (o “Serapeo”). In realtà il culto di questa divinità esistente a Puteoli è la testimonianza dei saldi rapporti commerciali con l’Egitto che nella cittadina flegrea aveva una numerosa colonia. Per la presenza di una sorgente d’acqua termale (forse l’antica polla dei bagni di Cantarello e di Fontana, tuttora attiva nell’angolo settentrionale del “tempio”) la struttura fu creduta poi anche un impianto termale; in realtà svolse queste funzioni dal 1817 fino al 1930 circa. Posto in piena area commerciale e nei pressi dello scalo portuale fu in realtà un fiorente mercato alimentare pubblico o macellum. La sua datazione è incerta: la tecnica costruttiva (opera laterizia) e lo stile di alcuni frammenti della decorazione architettonica suggeriscono una datazione tra la fine del I e II sec. d.C.. Constava di un’area quadrilatera circondata da un portico su colonne alte circa 6.11m che si sviluppava su due piani; attorno al portico si aprivano circa 36 botteghe o tabernae adibite alla vendita di carne e pesce e da cui correva una strada raccordante il complesso alla città bassa; l’ ingresso era rivolto verso il mare e sul lato opposto si apriva una cella ad abside, o esedra, semicircolare ornata di tre nicchie con statue destinata a luogo di culto; nel mezzo del cortile sorgeva un tempietto circolare su cui c’era una fontana circondata da colonne corinzie di marmo africano e una teoria di statue; negli angoli sul lato dell’esedra trovavano posto due grandi ambienti, destinati a servizi igienici pubblici e creduti fino al secolo scorso aule termali. Le grandi proporzioni, i materiali pregiati di cui è costituito e le ricercate forme architettoniche fanno del macellum di Pozzuoli uno degli esempi più importanti e noti dell’antichità, costituisce infatti uno dei più grandi mercati conosciuti nel mondo romano e l’unico rimasto dopo la distruzione di quelli di Roma.


Le quattro colonne di marmo cipollino del portico corrispondenti alla grande aula absidata, sono perforate - dall’altezza di 3,6 e 5,7 m rispetto alla base - da fori di litodomi: la migliore dimostrazione della sommersione dell’edificio. In questo caso quindi il fenomeno del bradisismo ha prodotto un abbassamento della terra rispetto al livello del mare. Le colonne di questo monumento ci raccontano che qui il suolo si è abbassato al di sotto del livello del mare di almeno 6,5 m e che già all’inizio del III sec. a.C. fu restaurato per i danni causati dall’acqua. Per questa ragione fu costruito un nuovo livello di pavimentazione, più elevato dell’originario di un paio di metri. Il movimento discendente del suolo proseguì fino all’XI sec. Successivamente un’inversione del moto del fenomeno portò all’emersione dell’edificio sul quale, nel 1538, si depositarono i prodotti dell’attività del Monte Nuovo. Dal 1538 al 1969 la costa di Pozzuoli subì una continua subsidenza, con una velocità media documentata di circa 15 mm all’anno. Le acque finirono per coprire interamente il pavimento del Serapeo fino a buona parte della piattaforma circolare interna, lasciando il segno scuro visibile sulle colonne centrali. Dal 1970 in poi si susseguono continui innalzamenti e abbassamenti del suolo a cui fa seguito, tra il 1975-1982, un periodo di stasi. L’ultima crisi bradisismica comincia nel 1982, con un inizio di risalita del suolo con apice massimo nel 1984, a cui fa seguito un inversione di moto fino al 1992. Dal ’92 ad oggi sono state registrate solo pochissime fluttuazioni.

Spunti didattici
Sulla base di queste informazioni provare a far costruire agli studenti un grafico dei movimenti del suolo registrati negli ultimi 2000 anni e poi confrontarlo con quello di Fig. 9.


Fig. 12 -Grafico delle oscillazioni bradisismiche degli ultimi 2000 anni

 
 
 
Fig. 11

 































 
Fig.12
     
 
Sosta 5 - La paleo-falesia di Starza

Proseguendo lungo la strada costiera che porta verso Arco Felice sulla sinistra si attraversa l’area in cui si trovano i cantieri navali di Pozzuoli e alcuni stabilimenti industriali in parte dimessi e oggetto di progetti di recupero; sulla destra invece parallela alla strada corre una ripida parete, alta in alcuni punti fino a circa una quarantina di metri (Fig. 13): è l’antica falesia (paleo-falesia) che borda verso mare il terrazzo marino noto in letteratura scientifica come Terrazzo della Starza.

Fig. 13 - Particolare della paleo-falesia che borda verso mare il terrazzo della “Starza”


TERRAZZO MARINO (approfondimento)
- Le morfologie costiere note in geologia come terrazzi marini si originano in seguito all’azione del moto ondoso sul fondo del mare. L’energia delle onde può erodere e modellare il fondale roccioso, generando le piattaforme d’abrasione prima descritte, oppure può favorire la deposizione di sedimenti che provengono dal mare o dalla terra ferma. Se si verifica un abbassamento del livello del mare, o se la terra si solleva, questi sedimenti possono emergere conservando però la morfologia pianeggiante del fondale su cui si sono deposti. Questa zona pianeggiante fatta di sedimenti marini e localizzata a quote superiori al livello del mare attuale prende il nome di “terrazzo marino”.


TERRAZZO DELLA STARZA (notizie geologiche) - Il Terrazzo della Starza è situato in corrispondenza dell’abitato di Pozzuoli; su di esso sorgono gran parte degli edifici del centro abitato e la Via Domiziana, una delle più importanti vie di collegamento con la città di Napoli. Il suo nome ha dato origine a diverse interpretazioni: secondo O. G. Costa l’etimologia va ricercata nel vocabolo “stadium”, poiché sottostante per un tratto ai ruderi di un antico edificio romano; secondo il De Lorenzo nel vocabolo “strata” poiché caratterizzata da un terreno a strati paralleli di materiali piroclastici e marini. Questo toponimo si trova però ripetuto anche per altre località, come ad esempio a Procida, in cui si individua con il nome “starza” una zona pianeggiante. Costituisce appunto un entità morfologica pianeggiante abbastanza estesa che, a circa 40 m s.l.m., è limitata a nord dalle pendici del Monte Barbaro (lembo meridionale del Gauro), a est dal monte Olibano (in località Gerolomini) e dalle pendici della Solfatara, verso ovest il confine risulta incerto in quanto la più recente formazione del Monte Nuovo ha smantellato l’originaria morfologia e coperto con i sui prodotti una parte della superficie terrazzata. Questa morfologia si è formata in seguito ad una fase di sollevamento del fondo della caldera flegrea avvenuto circa 4.500-4.000 anni fa; la paleo-falesia che la delimita, corre quasi parallela all’attuale linea di costa ad una distanza di poche centinaia di metri (individuabile dal Monte Olibano-località Gerolomini fino al Monte Nuovo) e nonostante la forte antropizzazione è ancora chiaramente visibile: espone un’ossatura costituita da una successione di depositi marini (il più vecchio dei quali poggiante su un substrato di Tufo Giallo Napoletano, datato 12.000 anni circa) e continentali, con intercalazioni di depositi vulcanici (il deposito piroclastico più giovane chiude tutta la successione ed è proveniente da Agnano, datato 4.100 anni circa) e un paleo-suolo. Queste evidenze rappresentano fedeli testimonianze dell’evoluzione morfologica di questo territorio avvenuta attraverso l’incessante attività dei movimenti vulcano-tettonici. Attualmente quasi tutti gli affioramenti che espongono questa successione non presentano una valida esposizione in quanto sono coperti dalle abitazioni o dalla folta vegetazione o ricadono in proprietà private di difficile accesso. Nonostante ciò il sito conserva un elevato valore geomorfologico in quanto risulta ancora chiaramente visibile, soprattutto da mare, la morfologia terrazzata e la paleofalesia che la borda verso mare.

Spunti didattici
dalla carta geomorfologica (in materiale didattico) osservare l’andamento della antica linea di riva (paleo- falesia) che borda verso SW il terrazzo della Starza (dall’abitato di Pozzuoli fino al promontorio di Baia). Cercare di individuare le stesse evidenze morfologiche sugli stralci topografici e sul DEM di Fig. 14.


Fig. 14 - Visione tridimensionale e cartografica del terrazzo della “Starza”


Superata la falesia della Starza e la località di Arco Felice, una stradina che si imbocca sulla destra porta l’indicazione all’entrata dell’Oasi Naturalistica del Monte Nuovo.

 

 
 
 
Fig. 13






































14
 
Fig. 14

 

 

 

     
 
Sosta 6 - L'oasi naturalistica di Monte Nuovo


Questo piccolo rilievo sembra all’apparenza niente più che una piccola collina, con un altezza che non supera i 130 m slm: si tratta in realtà di un piccolo vulcano, un classico cono di scorie, che rappresenta l’ultimo evento eruttivo dei Campi Flegrei (Fig.15).

Fig. 15 - Il M. Nuovo visto dal Lago di Lucrino


CONO DI SCORIE (approfondimento)
- E’un apparato vulcanico monogenico (cioè che si forma in seguito ad un unico evento vulcanico) ed caratterizzato da un’attività di tipo stromboliano, con fontane di lava (getti di magma che vengono emessi per effetto dell’alta pressione generata dai gas presenti nel condotto, a causa della quale possono raggiungere anche altezze rilevanti) e senza interazione con acqua esterna; l’edificio vulcanico si accresce per caduta e accumulo di scorie intorno alla bocca eruttiva. Un cono di scorie è caratterizzato da una forma generalmente molto regolare (tronco-conica) con un rapporto altezza/diametro di base compreso tra 1/5 e 1/15. Sono strutture che si possono trovare tipicamente all’interno dei campi vulcanici o possono costituire dei coni parassiti di strato-vulcani.

MONTE NUOVO (notizie geologiche) - E’un edificio vulcanico che presenta una chiara morfologia tronco conica, che per la sua giovanissima età si è perfettamente conservato. L’orlo del cratere raggiunge un altezza media di circa 100 m slm: il punto più alto è a 134 m slm e si trova lungo il versante orientale; il punto più basso invece si trova lungo il versante meridionale ed ha una quota di circa 85 m slm, a causa della presenza di una depressione radiale del cono; il suo diametro di base è di circa 1 km. Il cratere, il cui fondo è facilmente raggiungibile, ha forma ad imbuto e un diametro di circa 450 m con una profondità di circa 80 m (nel suo punto più basso la quota è di circa 14 m s.l.m.). L’edificio vulcanico testimonia l’ultimo e più piccolo evento eruttivo dei Campi Flegrei. Morfologicamente rappresenta uno scoria cone (o cono di scorie) che si è formato con la deposizione, per ricaduta intorno al centro eruttivo, dei prodotti piroclastici emessi con l’eruzione storica del 1538, durata circa 8 giorni (dal 29 settembre al 6 ottobre) con una attività esplosiva discontinua. L’eruzione del Monte Nuovo rappresenta l’unica osservata in tempi storici ed è stata molto ben documentata dalle cronache del tempo e accuratamente descritta in letteratura. Gli studi di carattere vulcanologico effettuati successivamente hanno permesso di ricostruire le principali fasi dell’eruzione con pieno riscontro rispetto alle cronache storiche, permettendo di caratterizzare in modo accurato l’evento. Fonti storiche attestano che la sua formazione è avvenuta in pochi giorni. Essa fu preceduta da una fase sismica, caratterizzata da numerose scosse di terremoto, cominciata già nel 1536, che scosse la città di Pozzuoli e le zone limitrofe fino a Napoli e Caserta. L’attività sismica raggiunse la massima intensità nell’autunno del 1538, con picco massimo nei due giorni che precedettero l’eruzione. Particolarmente violento fu il terremoto che si verificò verso le ore 20 del giorno 28 settembre che sancì l’inizio dell’attività eruttiva. Nel biennio 36-38 l’attività sismica fu inoltre associata ad un generale sollevamento del suolo (fase bradisismica ascendente) a cui si aggiunse un rapido rigonfiamento nella zona dell’eruzione nei due giorni che precedettero l’eruzione. L’inizio dell’attività fu a carattere esplosivo medio e generò prevalentemente limitati depositi di scorrimento a bassa temperatura, dovuti ad una rilevante interazione con acqua; questa attività durò circa 2 giorni e i suoi prodotti formarono gran parte dell’edificio attualmente esistente. Dopo circa due giorni di riposo l’attività vulcanica ricominciò con carattere di maggiore esplosività e dinamica stromboliana. L’ultima fase di attività fu al limite dell’attività magmatica effusiva con emissione di flussi di scoria molto densi. Proprio durante questa fase morirono 24 escursionisti saliti sul nuovo vulcano per osservare l’eruzione. In seguito all’evento eruttivo le fumarole persistettero fino a tutto il 1539.

Spunti didattici
prima di proseguire il percorso, osservando il Monte Nuovo da lontano (come in Fig. 15) far provare a disegnare agli studenti, mediante rappresentazione ad isoipse, il rilievo che vedono. In questo modo dovrebbero comprendere che le morfologie vulcaniche si riconoscono perché rappresentate da isoipse sub-circolari e concentriche e con una depressione al centro. Fare poi il confronto con lo stralcio topografico reale riportato in Fig. 16.


Fig. 16 - Il cono di M. Nuovo visto su carta topografica IGM, dal satellite e in sezione verticale


Questa recentissima eruzione ha portato ad un repentino cambiamento della morfologia della zona. Prima dell’eruzione infatti la topografia del luogo era dominata dalla presenza del lago d’Averno le cui acque entravano periodicamente in contatto con il mare a seconda delle fasi bradisismiche: durante periodi di isolamento dal mare e di maggior insabbiamento del tratto di costa antistante, si delineava un “paleo” Lago Lucrino, la cui estensione era sicuramente maggiore dell’attuale. Durante i periodi di bradisismo discendente invece il mare invadeva l’Averno: in questo modo le due insenature (l’una dentro l’altra), venivano a costituire un tutt’uno con il Golfo di Pozzuoli, tanto che quest’area era anche nota con il toponimo dei “tre golfi”. Durante l’eruzione la parte orientale dell’attuale Lucrino fu colmata dai materiali piroclastici: fu così che il Lago d’Averno rimase definitivamente e completamente isolato dal mare e il Lago Lucrino definì la sua odierna forma.


Fig. 17 - Plastico che riproduce la paleogeografia dell’area durante il periodo romano




Fig. 18 - Confronto tra la paleogeografia dell’area prima e dopo la nascita del Monte Nuovo (fase A e B)




Spunti didattici
Fare osservare agli studenti le Figg. 17-18 e far loro commentare i cambiamenti radicali che l’area ha subìto in seguito al succedersi delle eruzioni vulcaniche.


Nei pressi dell’entrata dell’Oasi Naturalistica è possibile osservare un affioramento che espone alcuni dei prodotti piroclastici emessi durante i giorni di attività vulcanica che portarono alla formazione di questo cono di scorie. La stratigrafia dei depositi del Monte Nuovo è caratterizzata da 4 unità: due testimonianti una fase di interazione con l’acqua (quindi abbastanza esplosiva) e due di attività meno esplosiva. L’inizio dell’attività vulcanica è stata segnata da una fase freato-magmatica (cioè di interazione tra acqua e magma) che ha prodotto piccoli surge e flussi piroclastici e che successivamente è evoluta in attività stromboliana con emissione prevalentemente di scorie (Fig. 19).

Fig. 19 - Sulla destra sono illustrate le principali unità vulcaniche emesse durante il periodo eruttivo (da Del Noce, 2000) mentre in alto sono riportate le fasi e la cronologia del’attività eruttiva del Monte Nuovo: - il 29 settembre si registrarono rapidi e locali sollevamenti del suolo; - il 30 settembre segue la fase idro-magmatica, la più esplosiva, durata circa 24 ore, la quale ha determinato la formazione di gran parte dell’edificio vulcanico; - l’evoluzione dell’attività magmatica portò successivamente all’inizio di una fase stromboliana (3 ottobre), caratterizzata da emissioni di scorie, lapilli e ceneri, emessi dalla bocca centrale; - fecero seguito alcuni giorni di riposo; - l’ultima fase di attività (6 ottobre), fu caratterizzata dall’emissione di un flusso scoriaceo che scivolò lungo il fianco meridionale dell’edificio vulcanico.

Fig. 20 - Questo è il punto in cui (nei pressi dell’entrata dell’oasi) l’unità 4 si sovrappone all’unità 2 e vengono così a contatto depositi di attività più esplosiva con la fase finale scoriacea più densa.


Spunti didattici
Osservare e descrivere le caratteristiche dell’affioramento. Osservando la granulometria, il peso e la forma dei clasti e dei materiali che compongono i due livelli cercare di formulare possibili interpretazioni sulle varie fasi dell’eruzione.


Lungo il sentiero che sale fino al cratere è possibile osservare la tipica flora che cresce sui fianchi di un edificio vulcanico nelle aree mediterranee e con una passeggiata di circa 10 minuti si è già quasi in cima al vulcano e ci si può affacciare al cratere (Fig. 21).



Fig. 21 - Veduta del cratere di M. Nuovo

Spunti didattici
Fare osservare agli studenti come lungo le pareti interne del cratere si osserva una netta variazione nella distribuzione della vegetazione, influenzata dalla diversa esposizione dei versanti. Si possono inoltre osservare dei processi gravitativi in atto, del tipo colata detritica, evidenti per la decorticazione della copertura vegetale.


La vegetazione che si sviluppa sul lato del cratere più assolato (esposizione a S) presenta una vegetazione tipica di ambienti aridi caratterizzata dalla presenza di graminacee, arbusti bassi talora spinosi e aromatici come l’elicriso e le ginestre e una macchia bassa distribuita sui versanti occidentale e meridionale con specie sempreverdi tra cui il mirto, il lentisco e l’erica. La parte interna del cratere esposta a nord, più umida e fresca, è occupata da una densa lecceta con esemplari di leccio, roverella, ornello e con un fitto sottobosco di edera e corbezzolo. Questo tipo di vegetazione cessa di colpo nel fondo del cratere, colonizzato da specie più igrofile come la canna e da un felceto.

La presenza di fumarole caratterizzate da una notevole quantità di vapore acqueo e da una temperatura di circa 70°C permette lo sviluppo di specie come muschi e felci, piante tipiche di zone umide calde. L’originaria vegetazione a macchia mediterranea è stata nel tempo inquinata da piante antropocore: l’Uomo infatti vi ha impiantato lungo il versante settentrionale prima una selva a castagno e in seguito, con opere di terrazzamento, dei vigneti. Intorno al 1930 vi sono stati impiantati pini domestici il cui stato attuale è gravemente compromesso dall’inquinamento, da malattie parassitarie e da numerosi incendi che si sviluppano soprattutto durante il periodo estivo. In alcuni punti si gode di un bellissimo panorama su tutto il golfo di Pozzuoli: guardando verso est si vedono la Solfatara, il Monte Olibano su cui sorge l’Accademia aeronautica, il Rione Terra, l’isola di Nisida con la baia di Porto Paone e Capo Posillipo, e guardando verso ovest il promontorio di Capo Misero, il vulcano di Baia su cui sorge il castello Aragonese e i due crateri dei vulcani di Fondi di Baia.

Spunti didattici
Osservare la Fig. 22: dove siamo? Con stralcio di carta topografica alla mano e carta geomorfologica (v. Strumenti didattici) cerchiamo di comprendere il territorio: è possibile tracciare l’orlo della caldera dei Campi Flegrei, dalla dorsale di Posillipo alla Collina dei Camaldoli fino a Monte di Procida, tutti punti ben visibili dal belvedere del Monte Nuovo; la parte della caldera che manca, verso S, è stata invasa dal mare e forma attualmente il Golfo di Pozzuoli.



Fig. 22 - Ricostruzione 3D del panorama osservabile dalla sommità del cratere di M. Nuovo

Un sentiero sulla sinistra porta alle fumarole, ormai quasi del tutto estinte.


FUMAROLE (approfondimento) - Emissioni naturali di miscele di gas e vapore acqueo che fuoriescono dalla superficie terrestre attraverso fratture, spesso ad elevate temperature. La loro presenza conferma che il vulcanismo è ancora attivo. La rapida variazione di pressione e temperatura che la miscela subisce nel momento della fuoriuscita determina la precipitazione e la cristallizzazione di sostanze minerali intorno al punto di emissione.

Ritornando sul percorso principale si può effettuare il giro dell’intero cratere; sul lato occidentale si apre una bellissima veduta sul fondo del cratere e sull’orlo orientale, da cui spuntano in secondo piano le vette del Monte Barbaro e del Monte Sant’Angelo, appartenenti al Gauro, uno dei più grandi coni di tufo giallo della prima epoca di attività vulcanica flegrea. Proseguendo il giro un piccolo sentiero sulla sinistra scende fino al lago dell’Averno; sul versante orientale si raggiunge il punto più alto del monte; qui imboccato un piccolo sentiero sulla sinistra si possono osservare i prodotti vulcanici della terza fase (Fig. 23).

Fig. 23 - Particolare dei depositi piroclastici della terza fase di M. Nuovo


Spunti didattici
Fare osservare l’alternanza di depositi scoriacei e di depositi cineritici.


Terminata l’escursione all’Oasi del Monte Nuovo si prosegue verso il Lago Lucrino.
 
 
 
Fig.15
























16
 
Fig. 16

 

 
Fig. 17

 

 

 
Fig. 18

 

 
Fig. 19

 

 
Fig. 20

 

 
Fig. 21

 

 

 
Fig. 22

 

 

 

 
Fig. 23
     
 
Sosta 7 - Una piccola laguna costiera, il lago Lucrino
Il Lago Lucrino rappresenta una piccola e giovane laguna costiera le cui sorti, come già detto, sono state strettamente legate a quelle del Monte Nuovo. Una passeggiata si può effettuare lungo il bordo del lago. Siamo in un’area che ha un interesse storico e archeologico molto elevato per Pozzuoli, in quanto qui un tempo passava la Via Herculea, la principale arteria di collegamento tra Baia e Pozzuoli

Fig. 24 - il settore occidentale dei Campi Flegrei prima dell’eruzione del Monte Nuovo con l’ubicazione di alcune strutture esistenti in epoca romana. (Da Lirer et al., 1987; modif.)


 
 
 
Fig. 24
     
 
Sosta 8 - Il Porto Giulo, l'antico porto romano sommerso

 

Intorno al 37 a.C., per ordine di Vipsanio Agrippa, fu costruito il Porto Giulio. Attualmente tale porto giace sommerso, per effetto del bradisismo, nell’area immediatamente antistante il Lago Lucrino ed è visitabile con gite su prenotazione tramite un batiscafo a fondo trasparente.

PORTO GIULIO (notizie storico-archeologiche) - E’ un antico porto romano i cui resti attualmente giacciono sul fondo del mare lungo il tratto di costa compreso tra Pozzuoli e Baia, nei pressi del Lago Lucrino e del Monte Nuovo. In epoca romana sia il tratto di costa, compreso tra Pozzuoli e Baia, che l’entroterra, erano costellati di numerosissime ville residenziali, complessi termali pubblici e privati, che fecero di questa zona il luogo di villeggiatura preferito della “elite” romana. Il Porto Giulio ebbe un’impostazione esclusivamente militare: infatti la particolare e strategica posizione geografica del Lago d’Averno e del Lago Lucrino, nel contesto della guerra civile tra Ottaviano e Sesto Pompeo, suggerì al generale Marco Vipsanio Agrippa di trasformarli in un sicuro approdo per le navi da guerra e in un attrezzato arsenale. Furono eseguite per questo grandi opere di ingegneria per permettere il collegamento diretto tra i due laghi e il mare. Il Lago Lucrino fu messo in comunicazione da una parte con il mare, attraverso la costruzione di un canale lungo circa 400 m, che tagliò l’istmo sabbioso che lo separava dal mare (e che la leggenda voleva costruito da Ercole in persona) e dall’altra parte con il Lago d’Averno mediante la costruzione di due grossi canali. Questo intervento suscitò non poche polemiche: tali opere avevano infatti profanato le acque dell’Averno, luogo un tempo sacro ad Hera e alle divinità degli Inferi. Nella costruzione del porto i romani non avevano tenuto però conto del fenomeno del bradisismo, che in questo periodo giorno dopo giorno abbassava sempre di più il livello del mare e fu quindi la causa principale del suo continuo insabbiamento. Fu questa la causa principale del trasferimento del porto militare nella vicina baia di Miseno. Dismesso il ruolo militare, il Portus Iulius non fu completamente abbandonato, ma ampliato con infrastrutture e magazzini e assunse un’importante funzione commerciale. Divenne uno straordinario scalo mercantile solo per breve tempo perché destinato a soccombere definitivamente a causa del bradisismo. I primi segnali di lento movimento discendente che portò alla scomparsa della fascia costiera iniziarono sul finire del IV sec. d.C; dalla fine del V sec. d.C. l’avanzata del mare determinò la definitiva sommersione dell’opera portuale e di numerose strutture edilizie e termali, ma ancora nel VI sec. Baia continuava ad essere considerata dai romani luogo di piacevoli soggiorni.

Fig. 25 - I resti sommersi del Porto Giulio e delle strutture archeologiche sommerse in una foto aerea

Spunti didattici
Guardando la foto aerea, osservare come dall’alto le variazioni di tono e tessitura disegnino dei contorni geometrici chiaramente riconducibili all’attività dell’Uomo.

 

Il litorale tra Baia e Pozzuoli è la più vasta ara archeologica sommersa d’Italia, che si è conservata sia grazie al fenomeno del bradisismo, sia grazie alla malta pozzolanica usata dai romani, che ha reso praticamente indistruttibili le antiche murature degli edifici. Negli ultimi anni, grazie ai rilievi aerofotogrammetrici, è stato possibile conoscere la reale estensione della Ripa Puteolana e del Portus Iulius.

Fig. 26 - Mura romane sommerse.

Fig. 27 - La linea di costa antica dell’area flegrea con riferimento ai resti archeologici di epoca Romana secondo Günther. (Da Günther, 1903; modif.).

Fig. 28 - Ricostruzione della topografia antica del Golfo di Pozzuoli secondo Schmiedt. (Da Schmiedt, 1970; modif.).

Spunti didattici
Anche in questo caso fare osservare agli studenti le Figg. 26-27 e far loro commentare i cambiamenti che l’area ha subito in epoca storica.


Tracce evidenti delle antiche vestigia romane sono da sempre state visibili sul fondale fino ad una distanza dalla attuale linea di costa di circa 400 m; con la fotografia aerea sono diventate immediatamente visibili intricate reti di canali, darsene, bacini e una serie di magazzini per il grano (horrea); sono inoltre ben evidenti due strade parallele alla costa di cui quella interna doveva costituire un’asse viario di disimpegno tra la zona mercantile e le città dell’entroterra e quella esterna doveva essere a servizio delle attività portuali. Tutta quest’area, soggetta da sempre al transito giornaliero delle navi commerciali, all’inquinamento e ai trafugatori d’arte, è stata finalmente dichiarata area soggetta a vincolo con Decreto del 07/08/2002: il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio insieme al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, d’intesa con la Regione Campania, ha istituito il Parco Sommerso di Baia, equiparato ad area marina protetta, la cui gestione è stata affidata alla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta. Il parco comprende il litorale di Bacoli e Pozzuoli nel tratto di mare digradante dalla riva fino ad una profondità di circa 15 m; è diviso in tre zone che prevedono una riserva integrale, una riserva generale ed una riserva parziale. Il fondale presenta ambienti marini che si sviluppano sia su un substrato roccioso e detritico che su un substrato sabbioso; la parte rocciosa è più prossima alla costa ed è caratterizzata dalla presenza di piattaforme e ampi anfiteatri di origine vulcanica con numerosi anfratti, tane e superfici di appoggio; le piattaforme rocciose sono spesso ricoperte da uno spesso strato di sabbia che insieme ai resti del Portus Iulius e ai resti dei lussuosi quartieri imperiali di Baia forniscono alla flora e alla fauna una infinita varietà di ambienti per prosperare in un mare ad altissima vitalità ambientale. I fondali sabbiosi sono caratterizzati dalla presenza di ricche chiazze di Posidonia oceanica, che nei punti in cui si arricchiscono di resti di muri e mosaici danno la possibilità di imbattersi in cavallucci marini e saraghi; gli incavi lasciati dai blocchetti di tufo, caduti dai muri in opus reticolatum (Fig. 26), forniscono numerose tane per il polpo comune; nel calidarium delle terme sommerse staziona inoltre una colonia di corvine. Non mancano i molluschi, che crescono abbondanti anche in specie di alto valore ambientale, come la Pinna nobilis (considerato il più grande bivalve del Mediterraneo) e il tartufo di mare, Venus verrucosa, entrambe specie protette. Muri e colonne offrono un ideale substrato per la proliferazione di spugne che acquisiscono il più delle volte caratteristiche colorazioni rossastre; non è difficile imbattersi inoltre in labridi, aguglie, seppie, triglie e gallinelle. Ai margini esterni dell’area protetta, davanti al Lago Lucrino, la “Secca fumosa” costituisce un ambiente con caratteristiche molto peculiari: una serie di pilastri di età romana si ergono dal fondale, raggiungendo quasi la superficie, insieme a vapori sulfurei ed acqua calda. Il microambiente creato da questa manifestazione vulcanica produce una sorta di serra sottomarina colonizzata da batteri termofili e solfobatteri che rendono ancora più ricca la catena alimentare. L’ultima fermata di questo itinerario prevede una visita al Lago d’Averno, facilmente raggiungibile dal Lago Lucrino.

 

 
 



























 
Fig. 25

 
Fig. 26

 
Fig. 27

 
Fig. 28
     
 
Sosta 9 - Il lago d'Averno

Il Lago d’Averno rappresenta un edificio vulcanico largo e basso, noto come “anello di tufo”; al suo interno si è formato un lago di origine freatica e morfologicamente la sua struttura viene anche identificata come maar.

MAAR (notizie geologiche) - Costituisce una forma vulcanica monogenica che si genera in seguito ad eruzioni freatiche o freatomagmatiche ed in cui l’edificio vulcanico è costituito da depositi piroclastici stratificati con pendenza verso l’esterno e inclinazione degli strati a basso angolo; la caratteristica particolare che lo differenzia da un anello di tufo è che il fondo del cratere di esplosione si trova ad un livello topografico inferiore rispetto alla superficie pre-eruttiva: ciò testimonia un collasso del cratere, avvenuto in seguito all’emissione dei prodotti piroclastici ed il fondo è occupato da acqua (Fig. 29).

Fig. 29 -Struttura dell’edificio vulcanico dell’Averno. (Da Esposito, 2005)

Spunti didattici
Gli studenti sono invitati a disegnare, tramite isoipse, un anello di tufo, mettendo in evidenza le differenze con il cono di tufo; come ad esempio il diverso rapporto profondità del cratere/ diametro di base dell’edificio e la diversa pendenza dei versanti, interno ed esterno, del cratere.


LAGO D’AVERNO (notizie geologico-archeologiche) - L’etimologia tradizionale del nome Averno è “aornon”, cioè località senza uccelli; ciò era probabilmente dovuto alla presenza un tempo di esalazioni di acido carbonico o di idrogeno solfato così intense da non permettere agli uccelli di stazionarvi. Il cratere che ospita il lago ha una forma subcircolare con un diametro di circa 1,5 km, un perimetro di circa 2,86 km, una superficie di 0,55 km² e raggiunge un’altezza massima di circa 100 m slm. E’ uno dei vulcani più giovani dell’attività flegrea (gli fa seguito infatti solo il vicino Monte Nuovo sorto nel 1538) e sorge lungo l’orlo meridionale del più antico cono di tufo dell’Archiaverno (10.700 circa); si è formato in seguito ad una complessa eruzione con carattere magmatico e freato-magmatico che ha generato la forma anulare (anello di tufo); l’eruzione è avvenuta lungo un sistema di faglie orientate in direzione NE-SW e NW-SE, che ha alimentato successivamente il vulcanismo del Monte Nuovo e per lungo tempo anche l’attività termale presente lungo le sponde del lago, testimoniata dalla presenza dei resti del Tempio di Apollo, antico sito termale romano. La sua formazione è avvenuta in due fasi: la prima, che ha interessato il lato sud-occidentale del cratere, è datata 4.500 anni circa e la seconda, che ha determinato la sua attuale morfologia, è datata 3.700 anni circa. La prima fase è stata caratterizzata da vulcanismo magmatico, che ha prodotto depositi piroclastici da caduta (con pomici anche di grosse dimensioni); la seconda fase invece da vulcanismo freato-magmatico, caratterizzato dall’interazione di acqua di falda e magma all’interno della camera magmatica, che ha generato depositi piroclastici da surge che si sono depositati radialmente intorno al punto di emissione. Ciò che rende peculiare questo sito è l’esistenza del lago, che occupa il fondo del cratere. Quest’ultimo si trova ad una profondità di circa 35 m dal pelo dell’acqua e raggiunge una quota minima di circa 0,5 m slm; il lago si è originato per un locale affioramento della falda idrica sotterranea che circola all’interno di rocce eterogenee con differenti gradi di permeabilità. Il bacino idrogeologico sotterraneo che alimenta il lago si estende per circa 5 km2 a monte dello stesso. Oltre ad essere alimentato dagli apporti meteorici, il lago riceve anche contributi dovuti alla risalita di fluidi profondi tipici di aree vulcaniche attive. La severità del paesaggio, dall’aspetto cupo e misterioso, il silenzio e le regolari forme delle sponde che lo caratterizzano indussero gli antichi a considerarlo come l’entrata agli Inferi (come citato nell’Eneide di Virgilio VI libro) e a porre nelle sue vicinanze il paese dei Cimmeri, mitica popolazione che viveva in oscure caverne fuggendo la luce (Omero, Odissea-VI libro). A completare l’inquietante scenario contribuiva la credenza dell’esistenza di un oracolo dei morti consultato da numerosi pellegrini. E’ questo il luogo in cui la Sibilla, sacerdotessa al Tempio di Apollo (che sorgeva proprio sulle sponde di questo lago) guida Enea dal colle di Cuma, per interrogare l’ombra del padre che gli rivelerà il destino dell’ Impero Romano. Fin dai Greci colonizzatori in realtà l’Averno era descritto e conosciuto come uno dei siti termali più attivi dell’area. Ciò che la tradizione umanistica aveva voluto interpretare come il Tempio di Apollo, era in realtà una grande aula termale romana, oggi nota come Terme di Apollo, che sfruttava le sorgenti idrotermali dell’area. L’edificio attualmente risulta in parte sprofondato per il bradisismo e ne rimangono solo le pareti esterne lungo la riva del lago. Le sponde che dovevano essere coperte da folti boschi fin dai tempi dei romani furono completamente trasformate dalle opere realizzate per ordine di Marco Vipsanio Agrippa, per scopi militari, nell’ambito della trasformazione dell’Averno in porto militare: furono infatti aperti alcuni canali e scavata una galleria nel Monte della Ginestra (lunga circa 200 m) che collegavano l’Averno al Lucrino. La grotta è conosciuta nella tradizione locale come “Antro della Sibilla”; i suoi ambienti giacciono attualmente al di sotto del livello del lago a causa del bradisismo; in uno di essi è ancora attiva la sorgente del Bagno della Cripta Palombara o della Sibilla, la cui acqua era un toccasana per i reni, gli occhi, le orecchie lo stomaco e il cuore. La grotta è un monumento molto complesso che ha subito nel tempo profondi cambiamenti dovuti al bradisismo e alla successiva formazione del Monte Nuovo. Lo stesso Agrippa ordinò l’apertura sul versante opposto del lago di un altro tunnel, noto come la Grotta di Cocceio, che passando sotto il Monte Grillo per circa un chilometro stabiliva un collegamento diretto con Cuma e il suo porto. Le due gallerie furono in seguito utilizzate anche come via di comunicazione sotterranea. Con la costruzione nel 37 a.C. del Portus Iulius, il lago d’Averno si trasformò in una rada interna e tranquilla, sede di cantieri navali e un porto militare a doppio bacino. In seguito per il progressivo insabbiamento dei due laghi il porto fu trasferito a Miseno; il canale tra i due invasi divenne così angusto da poter essere attraversato solo da piccole navi, e in seguito i due laghi riacquistarono la loro autonomia.

Spunti didattici
Fare osservare agli studenti i diversi tipi di uso del suolo presenti nei dintorni del lago. La situazione attuale, agraria e vegetazionale dell’area dell’Averno, appare ancora oggi simile alle descrizioni delle fonti storiche. Le ripide pareti che cingono il lago sono in parte boscose e in parte coltivate a vigneti. Le porzioni a lieve pendenza prossime alle rive del lago sono occupate da agrumeti, frutteti e colture ad ortaggi. Il versante interno orientale si presenta terrazzato per la coltura di vigneti e ortaggi; i restanti, solo parzialmente terrazzati, sono ricoperti da ceduo di castagno, da lecci e macchia mediterranea.

Il lago d’Averno offre l’opportunità, in un’area fortemente antropizzata come quella dei Campi Flegrei, di effettuare escursioni e passeggiate in uno scenario che conserva ancora intatte le morfologie vulcaniche e naturalistiche. Lungo il periplo del lago è inoltre possibile osservare evidenze tipiche della storia vulcanologica del luogo, come i tufi gialli del Gauro, che costituiscono il basamento su cui si è formato l’Averno e il cui affioramento è dovuto proprio allo sprofondamento che ha subito il cratere successivamente all’eruzione. Sono inoltre visitabili i resti archeologici dell’antico edificio termale del “Tempio di Apollo” e dell’”Antro della Sibilla”; altra evidenza archeologica che attualmente non è ancora visitabile, è la Grotta di Cocceio, una interessante opera di ingegneria romana che collega il sito direttamente a Cuma.

Fig. 30 -Veduta d’insieme del lago dal belvedere che si trova lungo la strada che percorre il versante nordorientale del cratere

Spunti didattici
Con uno stralcio di carta topografica alla mano (in strumenti didattici) e il DEM di Fig. 31 riconoscere le principali morfologie dell’area: il Gauro, l’Averno, il Monte Nuovo, l’Archiaverno e una parte del Terrazzo della Starza.

Fig. 31 - Ricostruzione 3D del Golfo di Pozzuoli

 
 







 
Fig. 29












































































 
Fig. 30

 
Fig. 31





CAMPANIA 1
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